Ovo - A fondo Intervista

Tutte le foto sono di Natalia Saurin - La lunga genesi del nuovo disco Abisso degli Ovo nell'intervista a RockitTutte le foto sono di Natalia Saurin - La lunga genesi del nuovo disco "Abisso" degli Ovo nell'intervista a Rockit
26/11/2013 di Tonio Troiani

Si apre un nuovo corso nella carriera degli Ovo: accanto alla continua ricerca dell'estremo, spazio a suggestioni africane, tribalismi, dilatazioni, samples elettronici e collaborazioni illustri. Bruno Dorella e Stefania Pedretti si tolgono anche le maschere per quello che è il disco della rivoluzione, non solo musicale, ma anche estetica. Un punto di non ritorno che apre una nuova era per il duo. L'intervista di Tonio Troiani.

Partiamo dal titolo, “Abisso”. Mi sembra che ci sia una sorta di continuità con il precedente “Cor cordium”. In entrambi si allude alla profondità, al nascosto, a qualcosa di oscuro.
Bruno: E' nel nostro immaginario. Tra l'altro, ricercando tra i vari significati di “abisso”, abbiamo anche notato che nel linguaggio araldico “abisso” è sinonimo di cuore. Per esempio, il cuore di uno stemma può essere definito “cuore” o “abisso”. E' stata una scoperta strana ma, per certi versi, è come se creasse una continuità di immaginario tra i due dischi. Ma i due album hanno una profondità diversa: quest'ultimo ha proprio avuto un approccio diverso, l'abbiamo capito lavorandoci. Abbiamo capito che non eravamo più la band che andava in studio e registrava brani brevi, 2-3 minuti, senza sovraincisioni o altro, in maniera punk diciamo. Qui siamo approdati a pezzi più dilatati.

Gli Ovo hanno sempre avuto anche brani lunghi nei loro dischi, no?
Bruno: Si, in ogni disco c'è almeno un pezzo lento, ma nell'immaginario underground gli Ovo continuano ancora ad essere un gruppo d'assalto con brani brevi e diretti. In “Abisso” ci siamo trovati tra le mani pezzi rituali, più dilatati, più profondi, più elaborati, e ad un certo punto abbiamo capito che ci stavamo infilando in qualcosa di abbastanza profondo musicalmente e anche molto personale. Sentivo che gli Ovo si stavano trasformando in un magma ed era un punto di non ritorno, non c'era la possibilità di mischiare questo nuovo materiale a quello vecchio. Da qui anche la scelta estetica, dopo 13 anni, di togliere le maschere. E' come se questo disco chiuda un'epoca e ne apra una nuova. Quindi anche la svolta estetica per noi è molto importante, rivoluzionaria direi.

Il disco rappresenta bene questo passaggio, io ci trovo due anime: una più sludge, metal o doom e un'altra più noise e dilatata.
Bruno: E' vero che ci sono diverse anime, abbiamo anche identificato quasi dei pezzi gemelli, che viaggiano a coppie. Ci sono dei momenti legati al vecchio stile Ovo ma anche qualcosa di diverso, più dilatato, e rappresenta la svolta stilistica di questo disco. Però è ovvio che rimanga anche un'anima punk, la cosiddetta “piottata”, come dicono a Roma, ogni tanto la facciamo scattare. E sono i pezzi che rimandano a un terreno per noi più familiare, più vicini a “Cor cordium” o a “CroceVia”, ad esempio. Forse “Abisso” ha anche più di due anime, idealmente potresti dividerlo in più capitoli diversi, però puoi sicuramente individuare una prima parte più aggressiva, mentre quella finale è più dilatata.

La prima volta che ho visto la copertina di “Abisso” mi ha ricordato il Lovecraft de "I miti di Cthulhu". Questo tipo di immaginario, questo nuovo interesse per l'esoterismo, per l'occulto, sta ritornando? Penso anche alla scena che gravita attorno al Thalassa Festival di Roma.
Bruno: Beh, alcuni dei gruppi del giro Thalassa e Lo-fi sono nostri amici, tant'è vero che a ottobre Tony Cutrone (responsabile di Lo-Fi Recordings, NdR) con i suoi Mai Mai Mai, ha aperto il concerto di presentazione di “Abisso” all'Angelo Mai di Roma. Questo tipo d'immaginario fa parte del rock'n'roll da sempre, cioè, è L'Immaginario rock'n'roll: lo potevi trovare nei primi Sabbath, ancor prima nei Beatles di “Sgt.Pepper”, nella psichedelia degli anni Sessanta, e potrei continuare l'elenco a lungo. Rock ed esoterismo sono sempre andati a braccetto. Se vuoi puoi trovare una rinascita di questo tipo di estetica anche nel nuovo black metal, ad esempio. E sicuramente l'estetica del collettivo Malleus, che ha curato la copertina di “Abisso” (sono anche i proprietari dell'etichetta Supernatural Cat, che ha pubblicato l'album, NdR), è puro rock'n'roll. Direi che questo legame tra rock'n'roll e questo tipo di estetica c'è sempre stato.



Mi racconti della collaborazione con Alan Dubin e Carla Bozulich?
Bruno: Sono due collaborazioni molto diverse. Con Carla ci conosciamo da parecchio tempo: nel 2006 aveva messo il nostro disco “Miastenia” in una sua playlist di fine anno per Wire, quindi è stata lei in primis ad esprimere pubblicamente un apprezzamento nei nostri confronti. Ovviamente anche noi seguivamo il suo lavoro. E' capitato di incontrarci ad un concerto e abbiamo ipotizzato subito di far qualcosa insieme. Il problema è che Carla è una persona, come dire, randagia. E' difficile programmare progetti a lungo termine con lei. Insomma, iniziavamo a far fatica a concretizzare il tutto. Poi l'anno scorso ho visto che il suo tour italiano aveva un day-off e l'ho subito invitata in studio per una session notturna.

Ma il pezzo l'avevi già scritto?
Bruno: Il pezzo è nato sul momento: io avevo portato questo giro di basso e da lì è partita l'intera jam. Oltretutto lei si è portata dietro l'intero gruppo, ed è una bella cosa se ci pensi. Purtroppo Stefania non ha potuto partecipare perché era in tour con ?Alos. La cosa stupefacente è stata poi vedere Stefania in studio mentre rimaneggiava queste parti, era come se avesse avuto già la canzone in testa. Ha suonato la chitarra con degli oggetti ottenendo suoni veramente strani, il risultato è stato sorprendente. Probabilmente se fosse stata presente alla jam non avremmo ottenuto la stessa cosa. Non era facile mettere insieme due personalità forti come Carla e Stefania, mentre ora le senti entrambe nel pezzo.

Con Alan invece?
Bruno: E' stata completamento diversa, o meglio, anche con lui ci siamo incrociati più volte, ma il pezzo l'abbiamo prodotto lavorando a distanza. Ci siamo incontrati la prima volta a New York per un concerto Ovo + Gnaw, poi ci siamo reincontrati a Supersonic, il festival di Birmingham, e lì siamo riusciti a conoscerci meglio: Stefania gli ha detto che tra i suoi dischi della vita ce n'era uno degli O.L.D, che aveva seguito bene anche i Khanate e in seguito gli Gnaw. Per Stefania Alan è davvero uno dei pochi nomi che può riconoscere come fonte di ispirazione.
Come ti dicevo, per il brano abbiamo lavorato a distanza: mi ha mandato sei tracce di voce sovrapposte, un lavoro veramente meticoloso. Per noi il risultato finale è una bomba, è un pezzo che ci emoziona ogni volta che lo riascoltiamo, anche a distanza di mesi.

Tra gli ospiti c'è anche Rico Gamondi degli Uochi Toki, che poi ospite non è perché vi segue come fonico dal vivo da molto tempo. Lui ha curato una selezione di samples per la tua batteria elettronica, ha cambiato in qualche modo il tuo modo di suonare?
Bruno: Per quanto mi riguarda è la grande rivoluzione del disco. L'inserimento dell'elettronica è un grande passo, io posso suonare questi pad come se fossero pezzi normali della batteria ma in realtà mi permette di avere soluzioni sonore infinite. Conosco Rico da 10 anni, sapevo di andare a colpo sicuro. L'elemento abissale del disco è anche questo: Rico lavora molto bene sulle basse e questi sample permettono dei suoni quasi impercettibili all'orecchio, ma che conferiscono una profondità impensabile al tutto. E' un cerchio che si chiude, molto bene aggiungo.

Invece so che Stefania qualche mese prima delle registrazioni ha subito un incidente che l'ha costretta a portare il collare durante la preproduzione. Ha inciso sul suono della voce?
Stefania: Ha inciso moltissimo, me ne rendo conto adesso più che allora. Ha inciso soprattutto sulla posizione della chitarra: dal momento che, per colpa del dolore, non potevo spingere troppo con la voce, la chitarra si è ritagliata naturalmente uno spazio maggiore. Ci sono parti lente ma “più armoniose”, perché essendo così bloccata ero obbligata a suonarla con più tatto. Ho avuto un approccio meno fisico, mentre di solito sono io la parte più “fisica”, anche se Bruno preferisce dire “istintiva”. L'incidente mi ha portato a scindere chitarra e voce, ho lavorato diversamente su entrambe. Per la registrazione della voce ero già senza collare, ma dovevo fare ancora dei massaggi e penso che abbiano aiutato molto sia la mia guarigione, sia la voce stessa: ho raggiunto alcune note basse che non ero mai riuscita a toccare e non so se ci riuscirò di nuovo. Ora che sto bene ho notato molto la differenza, mi verrebbe naturale essere aggressiva e fisica, ma le canzoni dell'album non lo richiedono, quindi ho imparato a suonare diversamente per il live. E' un po' il discorso che faceva Bruno a inizio intervista: gli Ovo hanno preso un'altra direzione.



Ci sono ancora due pezzi dove l'uso della voce è decisamente estremo, prendi “Pandemonio”, e la ghost-track, “Fame”. A me hanno ricordato anche la newyorkese Pharmakon, ha esordito quest'anno su Sacred Bones, riesce a mettere insieme un approccio molto “fisico” della voce ad elementi che ricordano l'industrial più tradizionale, altra sfumatura presente anche in “Abisso”.
Stefania: Siamo grandi fan dell'industrial. Quando ho iniziato a suonare con le Allun, il punto di riferimento erano gli Einsturdenze Neubauten, poi musicalmente eravamo la cosa più lontana ma, in linea teorica, il nostro sguardo era totalmente rivolto in quella direzione. L'introduzione di queste nuove sonorità, vedi la batteria elettronica abbastanza minimale alla Godflesh, rappresentano certamente questa forte influenza. Poi gli Ovo sono dei grandi ascoltatori, ma difficilmente cercano di riprodurre qualcosa di preciso: prendiamo, rielaboriamo, shakeriamo.
Tornando alle due canzoni che hai citato: per “Pandemonio”, in realtà, l'ispirazione era più crust-death metal. Pensa che, in fase di registrazione, Bruno voleva un ritmo ossessivo, quasi sciamanico, mente io volevo un pezzo black metal, due cose diametralmente opposte. “Pandemonio” è un po' il punto di incontro tra una voce “classica”, ovviamente fatta alla mia maniera, e suoni più elettronici. Ho usato un pedale, quasi un mezzo synth, che genera un suono molto vicino all'elettronica.

Per “Fame”?
Stefania: “Fame” è interessante perché, in realtà, non è la mia voce. Devi sapere che Bruno doveva registrare alcune parti di batteria in questo studio vicino ad un allevamento di suini. Questo mi creava non pochi problemi in quanto vegana, oltretutto le session coincidevano sempre con il momento in cui davano da mangiare ai maiali. Il suono che senti, quindi, è proprio quello di cinquanta maiali chiusi in capannone mentre ricevono il cibo. Un suono assurdo, devastante. Eravamo parecchio indecisi se usarlo - sono vegana, super animalista, ecc ecc – ma a livello sonoro era perfetto, pura poesia.

Rimanendo in ambito fields reconding, mi parli di quelli usati per “Abisso” e “Ab Uno”?
Stefania: Abitiamo a Ravenna da tre anni e d'estate, al mare, abbiamo a che fare con molti immigrati africani. I più lavorano nelle cucine dei ristoranti, con alcuni ho instaurato una buona amicizia e gli ho chiesto di cantare qualcosa pur non sapendo poi come utilizzarlo all'interno del disco. Puoi vederli come dei featuring se vuoi. C'è stato un po' di imbarazzo, è vero, è come se un americano mi chiedesse di registrare la tipica canzone italiana, ma sono tracce veramente belle, sono momenti molto poetici dal mio punto di vista. Sono delle parti melodiose che contrastano sensibilmente con la mia voce, sono state un incredibile arricchimento per il disco e si sposano a meraviglia con l'immaginario un po' tribale di “Abisso”.

Tra l'altro questo immaginario nero, tribale, ritorna spesso nel corso del disco: penso a pezzi come “Tolokoshi” e “I Cannibali”.
Stefania: L'idea era quella di, come dire, aggiungere “anime”. Ci sono riferimenti più diretti alla musica africana ma, più in generale, volevamo inserire anime che abbiamo dentro a livello ancestrale: tutti quanti veniamo dall'Africa. E' indubbio che in qualsiasi parte del mondo tu possa trovare sonorità interessanti, ma quelle africane avevano un legame particolare con le intenzioni di questo disco.



Più in generale invece, come è stato prodotto l'album e perché vi siete affidati a Giulio Ragno Favero?
Bruno: E' stata una filiera molto lunga. Abbiamo incominciato con largo anticipo, quasi due estati prima, con il lavoro di selezione dei sample con Rico. Poi c'è stata la pre-produzione delle batterie per capire come avrebbero reagito chitarra e voce. Poi c'è stata la pre-produzione del disco in studio con Rico, praticamente una demo del disco con risultati molto diversi da quello che puoi ascoltare ora. Poi siamo entrati in studio, se non sbaglio era il dicembre scorso.
Abbiamo scelto Giulio perché avevo registrato con lui il disco dei Bachi da pietra e il suo lavoro mi era piaciuto molto, in qualche modo era diverso rispetto a qualsiasi altra esperienza fatta finora anche se, va detto, ho sempre lavorato con ottime persone. Questa volta abbiamo registrato in digitale, era la prima volta che registravo così, era necessario soprattutto per via delle collaborazioni con Alan e Carla.
Il disco suona benissimo. L'abbiamo chiuso ad aprile dopo un missaggio davvero meticoloso e per me era una cosa inusuale, sono uno che ti fa un disco in sei giorni. Qui ci siamo presi una settimana buona solo per il missaggio. Poi c'è stato il master affidato a Giovanni Versari, con cui lavoriamo da ormai cinque anni. Ecco, un processo lungo, ma con risultati appaganti.

Siamo all'ultima domanda, la classica: prossimi progetti?
Bruno: La promozione del disco. C'è stata un piccola finestra di date in Russia, i prossimi mesi li faremo in Italia. Tra gennaio e febbraio gireremo l'Europa e dopo faremo una serie di concerti con gli Gnaw di Alan. Poi forse gli Stati Uniti.

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