Ozone Dehumanizer: il Medioevo è di nuovo tra noi

Appena uscito il suo "Darker Medieval Times" siamo rimasti folgorati dal musicista barese, che unisce gli aspetti più violenti del rap e del black metal in un sound scurissimo. Ora che suonerà a XL, evento di MI AMI e Propaganda al Magnolia il prossimo 18/09, l'abbiamo intervistato

Tutte le foto per gentile concessione di Ozone Dehumanizer
Tutte le foto per gentile concessione di Ozone Dehumanizer

 C'è ancora un po' di mistero - e qualche biglietto da prendere subito! - su XL, la grande festa di MI AMI e Propaganda in programma sabato 19 settembre al Circolo Magnolia di Milano, con le vere sorprese della lineup che non verranno svelate se non all'ultimissimo momento. Il che non significa che tra i nomi annunciati non ci siano artisti davvero meritevoli, anzi. Come quelli portati sul palco dal collettivo Trivel, che da anni organizza il Venezia Hardcore: ci sono il duo rap intergenerazionale Click Head & Doye, ma anche le formazioni tra death metal e dintorni Gorge, Stone Cold e HammerTime, per una serata dove farsi parecchio male nel moshpit.

Ma tra questi c'è anche un nostro pallino dell'ultimo anno. Lui si chiama Ozone Dehumanizer e l'abbiamo intercettato qualche mese fa, non appena era uscito il suo disco Darker Medieval Times.  Quell'album ci ha colpito per diversi motivi. Da un lato c'è il suono, un cupissimo intreccio di black metal e rap, dall'altra i testi, dove traspare una disperazione profonda - e reale, come scopriremo poi - che si percepisce anche solo nel timbro di Ozone, così tetro e crudele. Insomma: dovevamo conoscerlo. E quindi l'abbiamo intervistato.

Sabato sarai sul palco di XL tramite Venezia Hardcore. Come hai incontrato i ragazzi del festival?

Ho conosciuto Samall del collettivo Trivel (direttore artistico del Venezia Hardcore, ndr) circa tre anni fa. Ho suonato a un paio dei loro eventi, fino ad avere uno slot a disposizione per suonare al Venezia Hardcore del 2024, condividendo il palco con gli Alf Mob. Non è la prima volta che mi affianco ad altri artisti: nel corso degli anni ho integrato nei miei tour gruppi come i Golem of Gore o rapper come Astore ed Emilio Paranoico, sviluppando dei mini tour all'interno dei miei tour principali. Questa volta il tour è ufficialmente mio, di Click e di Doye, tirato su da Trivel.

Cosa ti ha spinto a scegliere proprio loro come compagni di viaggio?

Noi tre non ci siamo ancora conosciuti di persona: questa data al Magnolia ci servirà per annusarci le chiappe come i cani. Conosco musicalmente Doye da qualche anno, mentre Click Head è stato uno dei miei ascolti principali dell'anno scorso e in parte anche di quest'anno. Stimo molto il loro operato e la loro attitudine: rispetto alla gente che in Italia fa sempre più rap negli standard, uguale ad altri mille, loro due hanno vibrazioni differenti, molto più vicine ai miei gusti.

Cosa ci porterai sul palco?

Sto ancora studiando la scaletta di sabato, ma non mancheranno i classici. In più pensavo di aggiungere un brano che non suono dal 2016. C'entra qualcosa la Luna, ma non voglio spoilerare nulla.

Facciamo un passo indietro: parlaci un po' dei Nerthus division.

È un progetto nato nel 2017, quando vivevo in Puglia e avevo fatto amicizia con Gabriele Massaro. Eravamo due metallari stupidi e allo stesso tempo facevo rap, quindi abbiamo pensato bene di provare a unire il black metal con l'hip hop vecchia scuola. È un progetto controverso, nato tanto per, e man mano ci siamo resi conto che la roba era figa e abbiamo iniziato a droppare. Ci eravamo fatti prendere la mano parecchio dai testi - in quel periodo non ce ne fregava un cazzo, volevamo essere crudi - finché con l'uscita del disco mi hanno chiuso il canale YouTube per incitamento all'odio. Le policy dei vari siti di streaming magari non l'hanno presa troppo bene, ma fortunatamente il pubblico sì: da lì si è creata anche un po' un'area di mistero intorno al progetto.

Quali erano le frasi incriminate dalle piattaforme?

Credo tutto il disco! Io amo campionare, e il disco composto quasi completamente da sample di chitarre e di altre canzoni. Quindi forse oltre all'incitamento all'odio ci siamo beccati anche qualche strike per copyright: insomma, per forza di cose è sparito.

Raccontaci il tuo percorso musicale: da dove arrivi?

Vengo dalla provincia di Bari, Gioia del Colle. Vivevo in Puglia e avevo anche una casa in campagna: sicuramente la cosa che caratterizza di più il mio progetto è un profondo senso di solitudine e isolamento. Quello che ho sempre visto di più dalla finestra di camera mia - che poi è la famosa finestra di Un castello parte 2 - sono i campi di grano dei vicini e i ciliegi dei miei genitori. Tutto ciò ha creato un senso di malinconia e solitudine, ma anche tanta bellezza e una forte connessione con la natura.

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Con chi facevi rap?

Dal 2010 ho iniziato a fare rap con gli amici, gente che ormai non rappa più. Ci mettevamo lì con le basi da YouTube e facevamo freestyle. Era una scena piccolissima, eravamo più che altro amici. Piano piano dal freestyle sono passato alla prima strofa scritta, e registrandola hanno iniziato ad arrivare i primi apprezzamenti. Finché nel 2014 ho ufficializzato il progetto come Ozone Dehumanizer, e da lì con il primo mixtape, Nihil 1, fino a oggi siamo arrivati - mettendo insieme tutti i miei progetti - credo al sesto disco. Parallelamente al rap mi sono sempre infognato col black metal, e nel 2020 ho messo su Sentiero dei Principi, il mio side project solista.

Band metal, strettamente tali, non ne hai mai avute? Che rapporto hai con lo strumento?

Guarda, io faccio cagare a suonare, però sono bravo a comporre. Sapendo fare le produzioni musicali, i beat, fissandomi tantissimo con i plug-in e compagnia, riesco a tirare su delle composizioni per brani black metal, ma con lo strumento in mano ho competenze scarse: non sono un chitarrista abile. L'unico strumento che so suonare davvero, dai tempi delle medie, è la tromba. Tutto il resto è suonato in digitale, ma fatto in modo da rendere tutto grezzo, raw, come piace a me. I miei progetti non seguono nessun criterio tecnico: è tutto frutto dei miei momenti di ispirazione.

Da dove arriva il nome Ozone Dehumanizer?

Nel mondo del writing si usa mettere "one" alla fine del proprio nome, spesso abbreviato con l'uno: quindi il mio nome era OZ1, e si pronunciava Ozone. Questo per il periodo in cui facevo principalmente rap. Poi, quando ho iniziato a fissarmi con la musica metal e la musica estrema in generale, mi piaceva il disco Dehumanizer dei Black Sabbath. Dato che il rap che faccio è un po' più violento del normale hip hop, ho pensato di aggiungere il doppio nome, mettendoli in mezzo a questi Dehumanizer. Ed ecco il nome.

Come è stato visto, nel corso degli anni, questo tuo tenere insieme hip hop e black metal? Quanto ti è stato fatto pesare?

Il giudizio della scena o del mondo dell'hip hop non l'ho mai incrociato, perché sono sempre stato uno che lavora da solo. Non ho mai frequentato solo il giro delle jam o solo quello dei concerti metal: andavo dove mi interessava sentire quel gruppo, o mi palesavo dove mi interessava vedere quel determinato writer. Mi sono sempre fatti parecchi cazzi miei, quindi di come il pubblico avrebbe accolto i miei progetti non me ne è mai importato più di tanto. Forse nell'ultimo periodo, dato che i numeri sono aumentati, arriva il ragazzetto più purista del black metal che dice che il genere non può avere contaminazioni hip hop, o il più purista dell'hip hop che dice il contrario. Le mie influenze però sono tantissime. Il black metal non mi ha mai abbandonato, da tredici-quattordici anni; l'hip hop anche di più. Per forza di cose sono finito a mischiarli, ma i miei ascolti attuali non sono neanche più quelli, la gente che frequento non ascolta troppo né l'uno né l'altro. Faccio un po' il cazzo che mi pare.

Pensi di fare parte di una scena?

Non ritengo di essere affiliato a nomi come un eventuale Metal Carter, anche se rispetto, perché i primi dischi mi hanno quasi allattato. A me interessa fare musica come voglio io, fare i dischi che magari vorrei facesse qualcun altro e che non sento in giro. Per me la musica è un parco giochi, l'importante è che mi diverto. Come la gente lo accoglie mi interessa relativamente poco. Domani potrei svegliarmi e dire che mi piace il disco di Ornella Vanoni dove fa la samba, mettermi a fare quella roba lì e magari infilarci un po' di rap e un po' di noise.

Tre nomi che possano essere esemplificativi?

Sicuramente ho subito molto l'influenza dei Peste Noire, gruppo black metal francese che non ha mai fatto soltanto black metal, hanno sempre iniettato altri generi, dal folk alla sperimentazione, fino al pop in alcune tracce. Da una decina d'anni ascolto quotidianamente musica neofolk, principalmente Death In June e Current 93: per me sono gruppi intoccabili. Nel rap varia a seconda delle fasi: inizialmente ascoltavo la prima trap, tipo Gucci Mane, poi sono passato a tutt'altro, come i DSA Commando, i primi dischi del Truceklan sono stati importanti, anche se crescendo me li sono lasciati alle spalle. Ti potrei fare anche i nomi dei CCCP, di Sylvie Vartan... ascolto tanta musica.

E per quanto riguarda Darker Medieval Times?

Già dal titolo si parte dai Satyricon, che hanno fatto Dark Medieval Times: il contributo a quel nome, considerando che è stato scritto in un periodo di forte stress, dove avevo bisogno di sfogare qualcosa. La mia vita, per via di ansia e depressione, è abbastanza brutta in questo periodo: la sento particolarmente brutta, questi tempi sono ancora più oscuri e medievali. Quindi Darker Medieval Times. C'è molta roba degli Arditi, che in realtà fanno più dark ambient e power electronics; poi si spazia da questi a MF DOOM, oppure a Bach per quanto riguarda la composizione di alcune cose, ai Lamentation, progetto dungeon synth degli anni '90. Farti tre nomi sarebbe difficile, potrei fartene trecento.

Da quanto stai a Bologna?

A Bologna ci sono andato tre anni fa, ci ho vissuto cinque-sei mesi. Adesso vivo a Offagna, nelle Marche. Sono assolutamente uno da provincia. La vita di città, a livello sociale, sarà anche migliore, ma io ho bisogno di tranquillità: ho troppi cazzi per la testa per badare anche a vicini che fanno casino o a risse in mezzo alla strada. Devo stare a contatto con la natura e isolato dalle persone. Vivo con la mia ragazza, ho i miei gatti, va benissimo così.

I dischi te li fai in casa, da sempre?

Sì, strumentali e testi li faccio tutti dal mio PC. Adesso mi sono fatto un piccolo studio in casa, molto disordinato, dove sperimento: mi sono comprato attrezzatura per fare noise, varie tastiere, e anche una console perché voglio iniziare a fare un po' di DJing. Scrittura e produzione le faccio sempre tutte da solo. Le registrazioni invece le faccio in Puglia, da Simone Pietroforte.

Perché fai musica? È una cosa terapeutica, uno sfogo necessario? Cosa ci butti dentro?

Faccio rap semplicemente perché ho sempre fatto rap, ma lo utilizzo come mezzo per fare musica — non è raro che mi metta a fare altro: scrivo testi per i miei progetti black metal, li canto in scream. Non lo faccio solo per sfogarmi, perché quella è la risposta che danno un po' tutti: a me piace proprio l'idea di creare qualcosa. Mi gaso molto quando scopro qualcosa di sperimentale, e di conseguenza ho voglia di fare roba sperimentale, è sempre stato così.

Qual è stato il momento in cui i numeri sono cambiati?

Credo che alle piattaforme interessi ben poco la qualità di ciò che faccio: interessano i numeri che porto. Il fatto che adesso sia finito in playlist editoriali è perché si sono rese conto che la gente mi ascolta. Per quanto riguarda il pubblico: dal 2022, quando ho iniziato a parlare di Nihil 3 - con l'uscita di Primo principio di annullamento della luce, Muruburzum, Un castello parte 2 - il mio pubblico è aumentato, ma credo sia dovuto al fatto che facevo già musica da tanto tempo, sette-otto anni in maniera massiccia. Il pubblico, rendendosi conto che ciò che faccio è diverso, ha creato un forte passaparola. Non ho mai fatto troppi live fino al 2023-24, quando ho iniziato a suonare per Trivel: mi ha inserito in vari settori, ho suonato non solo con rapper ma anche con gruppi punk e death metal al Venezia Hardcore, e questo ha potenziato la mia fanbase.

Fascia d'età?

Molti ragazzini, mi è capitato gente accompagnata dai genitori ai concerti, cosa che mi ha fatto molto strano. Ma mi becco anche il venticinquenne o il trentenne che si piglia bene, mi porta regali. Dipende dal periodo della mia discografia in cui la gente ha iniziato a seguirmi: chi mi ha scoperto nel 2024 fa parte di una nicchia molto più grande di chi mi ha scoperto quando caricavo le canzoni su YouTube e le condividevo su Facebook. Ma sono rimasti quasi tutti molto fedeli, dal primo mixtape a oggi. I più infami sono proprio i ragazzini: per un periodo ti adorano, sei la loro priorità, poi si rendono conto che qualcuno più grande di loro ascolta la stessa roba e automaticamente ti devono odiare, perché "la persona più grande gli dice che deve odiare". È un pezzo di pubblico tossico di cui spero di liberarmi un giorno.

A parte gli inizi, cosa hai nel curriculum in fatto di polemiche o problemi con le piattaforme?

A me interessa principalmente fare musica, non portare avanti pensieri realmente controversi. Magari qualcuno ha parlato male su internet, ma al di fuori caga cazzi nella vita reale ne ho beccati zero, fino ad ora.

L'essere in una nicchia ti protegge?

Credo che anche se dovessi rompere la nicchia e arrivare a un pubblico più grande, basterebbe fare qualche chiacchierata pubblica con la gente per farmi capire. Sono una persona abbastanza amica: tendo a isolarmi, ad allontanarmi dalla gente, piuttosto che voler convertirla a un determinato messaggio o ideologia. A me interessano la musica, i disegni, i tatuaggi, il resto viviamo in un mondo dove domani probabilmente ci butteranno una bomba addosso, persone con cui non avremo mai modo di comunicare. Che senso ha avere ideali in questo periodo storico? Sono una persona abbastanza anarchica, nel senso che voglio farmi i cazzi miei e non voglio rompere il cazzo a nessuno.

Sei totalmente indipendente sin dall'inizio, ma ti sei creato una struttura.

Sì, sono indipendente a livello di produzione, distribuzione, grafica. Il massimo che faccio è trovare un illustratore - comunque un amico, di cui mi piace il lavoro - e commissionargli un logo o una grafica per un tour, ma la direzione artistica rimane mia, così come la stampa, tranne per l'ultima uscita, in coproduzione con Ostia Records: abbiamo semplicemente investito insieme per stampare il merch, ma il grosso resta sempre mio. Non riesco a delegare agli altri: ho paura di farlo. L'unica cosa di cui non mi occupo è l'organizzazione delle date, se ne occupa Trivel. Se iniziassi a gestire anche quello impazzirei.

Come va con i concerti? Ti sostenti?

Sì, sia perché siamo riusciti a costruire un cachet dignitoso, sia perché curo molto il merch: porto sempre prodotti fichi al banchetto. Stampo pochi pezzi per volta e cambio grafica o edizione a ogni concerto, così la gente è più invogliata a portarsi a casa un ricordo e io ne ho un ritorno economico. In più ho un sito, Nocturnal Market (prima Esercito della Chiesa Adorata), la mia label personale, dove vendo anche online. Per arrotondare faccio anche tatuaggi e mi è capitato di viverci solo di quelli, per un periodo.

Aprire una label, gestire merch e booking: è stata una professionalizzazione faticosa?

Sì, faticosa, ma anche una cosa che mi ha sempre incuriosito — è sempre stato un lavoro di scoperta. Durante il Covid mi sono chiesto cosa sarebbe successo se avessi firmato i miei lavori con il nome di un'etichetta mia: ho aperto un Bandcamp e una paginetta Instagram, e da lì hanno iniziato a scrivermi per comprare CD o vinili in wholesale. Mi sono informato su cosa significasse, e le informazioni le ho accumulate semplicemente vivendo la cosa, senza prenderla troppo sul serio. Penso che la chiave del mio (piccolo) successo sia stata proprio questa: non prendere tutto troppo sul serio, rispettare chi ti dà dei soldi, ma senza complicarmi la vita. Sono troppo disordinato per smattare dietro a un'etichetta vera e propria. Per un periodo ho provato anche a mettere gente dentro il progetto, ma diventava troppo diplomatico, burocratico: sono tornato su di me.

Della discografia italiana di oggi, cosa pensi?

Penso che la gente debba iniziare a fare le cose perché le piace farle, in maniera genuina. Nel momento in cui decide di portare la propria musica a un livello più alto, di camparci, deve smettere di approcciarsi a ciò che fa come a un hobby e iniziare a trattarlo come qualcosa che deve girare, che deve fruttare. E allora viene automatico dire: magari non è il caso di farsi la copertina totalmente con l'intelligenza artificiale, piuttosto cercarsi un buon grafico; magari evitare di fare ciò che fanno tutti gli altri solo perché è una comfort zone, e cercare di fare quello che piace davvero a se stessi. Quello che vedo, invece, è un branco di persone convinte che pagandosi una sponsorizzata il proprio progetto finirà a Sanremo. La gente vuole tutto e subito, non vuole godersi il viaggio che magari alla fine ti porta ad avere dieci fan, ma cazzo, quei dieci fan ti rispettano e ti vogliono bene. Piuttosto che spingere e spendere soldi per due o tre anni della propria vita e ritrovarsi poi a mollare tutto perché non hai più soldi e non ti caga nessuno.

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L'articolo Ozone Dehumanizer: il Medioevo è di nuovo tra noi di Redazione è apparso su Rockit.it il 2026-09-14 16:45:00

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