Non Voglio che Clara - Padova, 02-11-2004 Intervista

02/12/2004 di

Fabio De Min mette subito in chiaro che “il figlio di Tenco, nonché nipote di Paoli, nonché cugino di Endrigo, non rilascia dichiarazioni sui testi”, scherzando su tutte le etichette affibbiategli dalla critica, con quel suo risolino un po’ amaro un po’ sardonico, che fa tanto film in bianco e nero alla tv.



Dicono che siete tristi. È vero?
Proprio oggi mi son sentito dire “non sopporto la musica languida mentre guido” riferito al nostro disco. Come faccio a non sentirmi triste? Per il resto si fa del proprio meglio per non esserlo. Lo giuro. Non ti so dire se “Hotel Tivoli” sia un disco triste, e se questo possa diventare motivo di critica. Io scrivo ciò che sento di dover scrivere, e se a qualcuno non piace perché lo trova troppo triste, pazienza, il mondo è pieno di dischi felici.

Quali gli ingredienti per la canzone pop perfetta? E qual è, secondo te?
Per Stefano (Scariot, il chitarrista, N.d.I.) 1 Kg di amarezze, 2 cucchiai di sentimento, occasioni mancate q.b., 1/2 kg di melodia… Per me non contano gli ingredienti ma la mano del cuoco. Non esistono criteri oggettivi applicabili alla musica, escluso ovviamente il plagio volontario. Spesso ho pensato che la mia idea di perfezione si avvicinasse ad “Only with you” dei Beach boys, ma il discorso può valere per molta loro produzione. Una canzone nel suo svolgersi equivale ad un cammino. Se riesce a condurmi sugli stessi passi, allora siamo nella situazione perfetta.

Dal Caffè Cortina all’Hotel Tivoli: cosa è cambiato? Cosa è rimasto uguale?
L’aspetto concettuale è rimasto uguale. Ci sono più o meno le stesse storie raccontate in un posto diverso, con molte più stanze. E sono tutte storie inevitabili. Poi volevamo un titolo che potesse anche suggerire una collocazione stilistica, anche spazio-temporale se vogliamo. Ci piaceva l’idea di un contenitore per le nostre storie. Il passaggio dal piccolo caffè all’hotel è stato piuttosto naturale: è migliorata la qualità, è aumentato il servizio e sono maggiorati i prezzi.

Sul disco c’è “L’ultima occasione” di Mina: eppure, mentre in Inghilterra il rapporto con la tradizione è scontato e fecondo, da noi pare quasi un peccato.
“L’ultima occasione” ci piaceva molto e già la eseguivamo dal vivo. Successivamente abbiamo scelto di promuovere il disco in radio proprio con questo pezzo, perché in fondo ben ne rappresenta l’atmosfera. Non certo per sfruttarne la notorietà, visto che, a quanto mi risulta, in pochi la conoscono. È stata quindi una sorta di urgenza espressiva, se così la vogliamo chiamare, un tornare a “quel gusto un po’amaro di cose perdute”. Più in generale ti dirò che le qualità che ritrovo in alcuni artisti del passato, non solo italiani, sono assolutamente fuori dal tempo: le dobbiamo rincorrere piuttosto che recuperare. Purtroppo, visto che oggi prevale la mediocrità su quanto è invece di valore, anche della nostra tradizione musicale ci si ricorda più facilmente di ciò che andrebbe dimenticato il più in fretta possibile, rispetto a quanto vi è di realmente memorabile. Comunque, non c’è niente di revivalistico nella nostra musica. Non ho mai seguito una edizione di Sanremo. Figurati che siamo cresciuti con i Dinosaur Jr. e i My Bloody Valentine. Certo che il nostro amore per Endrigo o Tenco ha un suo peso, ma sono convinto che la nostra musica abbia degli elementi esterofili molto più marcati di quanto possa sembrare ad un primo impatto. Oppure proprio questa commistione fa sì che qualcuno reputi la nostra musica originale.

“Hotel Tivoli” ha un suono particolare, decisamente fuori dagli schemi del gruppo emergente italiano.
Quando eravamo in studio avevamo in mente Scott Walker, The Ronettes e “Umanamente uomo: il sogno” di Lucio Battisti. Pensavamo che un vestito simile avrebbe donato ai nostri pezzi. “Umanamente uomo” trovo abbia un suono fantastico. Idem per le produzioni di Phil Spector con tutte le girls group. A livello di poetica, “Why don’t they let us fall in love” o “Then he kissed me” accostate alle canzoni di un gruppo che si chiama Non voglio che Clara innescano invece un bel corto circuito. Magari nasce come riflesso condizionato, una specie di esorcismo contro la difficoltà dei rapporti sentimentali. Scott Walker è un mondo a parte invece. Non puoi non amare anche solo l’idea di “The girl I lost in the rain”.

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