StudioDavoli - Padova - Campi Salentina, via telefono, 20-04-2006 Intervista

25/04/2006 di

La prima volta che la chiamo è in macchina. Penso sia in tour, da qualche parte d’Italia. Invece poi scopro che da qualche parte d’Italia è, ma nell’immensità del suo Salento, e che si ferma per l’intervista – quando la richiamo mezz’oretta dopo – davanti allo Studio Sud Est di Campi Salentina. Chissà perché, me la immagino nel sole, nel vento. Ladies and gentlemen, ecco a voi Miss Matilde De Rubertis.



Fatti i complimenti doverosi per il disco, devo assolutamente dirti che mi ha molto colpito il contrasto tra il tuo modo indolente di cantare e l’energia della band.
Mah, semplicemente è il mio modo di cantare, non riuscirei a farlo in un altro modo. Non credo di dovermi sforzare di fare qualcosa di diverso, altrimenti sarebbe una forzatura. Sono spontanea, canto così come mi viene, e dietro ho tre persone che suonano.

Ma se dico Astrud Gilberto dico un’eresia?
No, assolutamente no, assolutamente no, assolutamente no. Adoro il suo stile senza espressione e senza pathos, non perché tenti di emularla ma perché per coincidenza non canto in maniera accalorata. Ho ascoltato dischi su dischi e rimane una delle mie cantanti preferite in assoluto.

Sai, il bello è che quando vi ascolto ho l’impressione che il contrasto che ti dicevo prima esprima una cosa ben precisa: la band che pompa comunica la gioia di vivere e di divertirsi, la tua voce un senso di aristocratica noia per cose che comunque uno ha già visto, già vissuto…
È così, ma è una cosa molto spontanea, me ne sono accorta solo quando me lo hanno fatto notare. Facevo tutto spontaneamente, non aggiungevo nessun tipo di espressione. Alla fine va bene, è una cosa positiva, caratterizza lo stile del gruppo, è qualcosa di diverso e in questo modo si evitano le imitazioni, che anche volendo non riuscirei a fare, anche se naturalmente ho dei punti di riferimento.

Ho letto che non ne potete più dell’identificazione della vostra musica con gli scenari lounge: beh, ma allora cosa?
No, non ne posso più! Magari “Megalopolis” era molto più accostabile per alcune cose alla lounge, non per tutto. Per questo disco non saprei, “Kiss” è un pezzo più leggero, ma non ha nulla di lounge nemmeno in lontananza, è un disco pop.

Beh, insomma, dai, certe atmosfere…
Lounge è un termine abusato. Io intendo una cosa, altri altre cose, evidentemente.

Curioso: ne parlavo due settimane fa con Carlo Bertotti dei Delta V. Comunque io intendo per “lounge” la musica di compositori come Morricone, Umiliani, Piccioni…
Allora tu lo usi correttamente…

…e non di gruppi come i Montefiori cocktail, che sono divertentissimi, ma sono un’altra cosa.
Allora se si parla di ambientazione, di atmosfera del disco, ci sono tanti altri gruppi che hanno un’atmosfera vintage e non vengono classificati come lounge. I Broadcast, ad esempio: hanno lo stesso suono e immaginario. Allora forse si parla di lounge dal punto di vista compositivo? Perché se per loro no, per noi sì? Lo stile di composizione di questo disco non rientra nel genere lounge, nemmeno per il lato più pop di Umiliani e Piccioni. Cosa devo fare per uscire da questa storia della lounge? Se nel prossimo disco gli Studiodavoli faranno un pezzo metal, diranno che facciamo lounge. Voglio proprio sperimentarla, sta cosa (ride).

A proposito di vintage: il recupero di un certo suono tra anni 60 e 70 vi può accomunare a gruppi – seppur molto diversi – come i Baustelle e i Non voglio che Clara. O no?
Non sento vicinanze. I Non voglio che Clara non li conosco, ma conosco i Baustelle e il loro disco mi sembra molto diverso dal nostro come suoni. L’atmosfera di un disco la crei in base a come lo registri, e il loro mi sembra molto più vicino agli anni 80, anche come tipo di costruzione delle canzoni.

Parliamo di “Kiss”: è una canzone abbastanza diversa da tutto il resto del disco, e – diciamocelo – somiglia un po’ a Bublé, dai…
Bublé mi sta sul cazzo: è sopravvalutato e non fa niente di nuovo. Per carità ha un vocione, ma vorrebbe essere Frank Sinatra e non lo è. Tecnicamente è molto dotato, molto bravo, però… dai, voglio prenderlo come un compliemento.

Vabbè: e se ti dico che “Kiss” ricorda un po’ Fred Bongusto?
Allora la prendo molto meglio! Quella canzone era uscita molto diversa, non mi andava a genio, poi l’abbiamo rifatta in studio sul momento. Abbiamo pensato a una cosa a cui non ha pensato nessuno: ci siamo ispirati a “San Tropez” dei Pink Floyd, da “Meddle”. Se si va ad ascoltare ci si accorge che l’arrangiamento è di quel tipo, c’è un’intenzione pinkfloydiana. Quando abbiamo letto la recensione che citava Bublé ci siamo guardati e ci siamo detti: “Non ci stanno capendo”. Ci dicono lounge, ci dicono Bublé… Scherzi a parte, tutti hanno però parlato bene del disco. Le opinioni degli altri ci fanno molto piacere. È curioso confrontare la propria intenzione e sentire l’interpretazione degli altri.

Senti, Nicolò (Pozzoli, della Record Kicks, N.d.I.) mi ha mandato un po’ dei vostri testi, e ho notato che insistono su seduzione e sensualità…
Beh, è molto semplice. Tutti i pezzi che suonano in un certo modo li ho fatti io, altri sono stati fatti da Gianluca o Giancarlo… ma quella sono proprio io, che naturalmente propendo a quelle cose che mi vengono naturali. Visto che sono la cantante quando le scrivo gioco su una tonalità di voce o su linee melodiche che mi sono più congeniali: so già in partenza dove andrò a parare. Questo crea le atmosfere del pezzo. Utilizzo tonalità più scure. Quando comincio a cantare, mi stendo, mi spaparanzo proprio, per cui mi vengono tonalità più basse. “Optical love” invece è più spinta, e infatti l’ha scritta Gianluca, la canto ma non mi sento a mio agio: non sono una ragazza rock’n’roll, e quella è una canzone spinta, mentre io sono molto pigra e tranquilla, e questo traspare nelle canzoni che faccio e scrivo. È un fatto di rilassatezza e pigrizia. Sono così: pigra. Mi stendo sul divano, quindi l’atmosfera diventa più morbida e il testo viene di conseguenza.

Ah, ma infatti si sente che sei una pigrona!
È un aspetto del mio carattere che esce. Anche senza volerlo. (sorride, N.d.I.)

Sì, ma il testo di “Crystal camp” che vuol dire (è un unico verso: “Give me a bat and lock me in a pottery shop”)?
Ah, è il mio sogno di quando avevo 12 anni! (ride). I miei mi portavano ogni estate a un a fiera noiosissima che si tiene in Salento: era pieno di terracotte, piatti di porcellana, e io mi rompevo le scatole dal pomeriggio alle 10 di sera. Una vera tortura! Il mio sogno era quello di arrivare lì con una mazza da baseball e spaccare tutto, con tutte le cose sistemate per bene, e senza gente intorno. Quando feci la canzone e ascoltavo al pc il provino mi sono chiesta: “Cosa posso dire? Non mi viene niente!” Allora mi è venuto in mente quel ricordo. C’ho messo una sola frase: è una cosa spiritosa per me stessa.

Perché usate l’inglese nei testi?
È una questione fonetica, di suono delle parole. Non ci sono pregiudizi del tipo “l’italiano non perché fa più figo”. Piccioni, Umiliani e Trovajoli hanno scritto canzoni bellissime in italiano. C’è un patrimonio musicale italiano meraviglioso e ignorato dai più: il governo dovrebbe fare qualcosa! A seconda del tipo di atmosfere che creiamo scegliamo la lingua che si sposa meglio. Abbiamo scartato dei pezzi per il disco. Come una canzone in francese (Alialiko, N.d.I. ) dedicata a una nostra grandissima amica. Eravamo in ritardo coi tempi di missaggio del disco, e c’era ancora da lavorarci, su quella canzone. Poi abbiamo delle canzoni in italiano mai pubblicate, come “Brigitte”, forse la prima canzone che abbiamo scritto, molto lounge e molto bella, molto romantica, che facevamo dal vivo, ance se ora non più. Aveva un testo stupido, cioè non politicizzato, come le canzoni degli anni 60. A certi stili va bene una lingua, ad altri un’altra. Il pop è più esterofilo come stile e va bene in inglese: a sentire “Kiss” in italiano mi piangerebbe il cuore.

”Senza fine” la facevate da tempo dal vivo e ora è sul disco, Populous lo avete indicato sempre come uno dei migliori ed è sul disco. Cosa vi rimane da fare ormai?
Sì, infatti domani ci sciogliamo (ride). Mah, non ho la più pallida idea di cosa faremo. No che dirti al riguardo. Ho lo screensaver davanti.

Con Populous c’è il progetto di un disco a due, però…
Come fai a saperlo? (sorpresa)

Lo hai detto tu la settimana scorsa a una radio bresciana… mi sono documentato, sai?
Sul serio? Sono stata io? Ma proprio io?

E già…
Beh, con Populous c’è in progetto un disco se riusciamo a realizzarlo. Io sono pigra e lui di più! Sarà un disco acustico molto folk e minimale. Abbiamo delle idee sparse, e solo alcune definite e completate: spero che riuscirà ad essere una cosa da terminare. Ci prendiamo in giro da soli, ma dobbiamo farlo uscire per bene. Ora sono molto impegnata con i live, lui ha altri lavori.

E per chi uscirà?
Morr Music non è esclusa, anche se è un disco acustico.

Ora devo farti la mia domanda alla Marzullo, sennò non mi sento realizzato. Dunque, secondo me la Puglia è forse la regione più viva musicalmente in Italia…
Davvero lo pensi? Mi fa piacere, visto che qua noi si muore di noia…

Morirete anche di noia, ma basta scorrere un po’ di nomi: voi, Populous, Caparezza, Nicola Conte, e mettici pure i Negramaro anche se non mi piacciono, ma a livello mainstream sono un grosso nome…
E mettici i Thousand millions: secondo me stanno messi bene, hanno delle cose molto belle. Sì, poi noi qui del Salento siamo tutti amici, una larga cerchia di amici, ci frequentiamo anche al di fuori della musica… Gli unici sono i Negramaro con cui, diciamo, non c’è sinergia… Ma a parte loro siamo tutti amici, amici nel vero senso della parola, passiamo giornate insieme, intorno alla salvezza del Salento che è lo Studio Sud Est di Campi Salentina! Senza questo studio non esisterebbero gruppi come Studiodavoli, Tuma e molte altre realtà musicali valide.

Torno a Marzullo. Insomma siete tutti questi bei nomi, e non c’entrate niente con l’immagine folkloristica del Salento fatta di pizzica e taranta…
Ah, non me ne parlare, che palle…

Immagino: sarà come per noi in Veneto i canti degli alpini… Ma insomma: siete la Puglia nuova. Senza implicazioni politiche: siete il frutto di Nichi Vendola?
Nichi Vendola è venuto dopo… è lui il frutto nostro. Sai, tutto è casuale, ma anche merito come ti dicevo dello Studio Sud Est, che ha fatto incontrare e costruire cose valide a noi che suoniamo, e anche gente che non fa parte di gruppi ruota attorno allo studio, che unisce molto e dà un po’ di forza, sennò uno si arrende, perde motivazione. Invece è stimolante, ci si confronta, si creano stimoli positivi per i brani. Finché resterà così sarà bellissimo. Siamo fortunati perché un posto come questo, dove non c’è niente…

Sospensione eloquente, non c’è che dire. Saluti e convenevoli. That’s all, folks!

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