Lele Battista - Padova-Milano, telefonica, 06-04-2006 Intervista

01/05/2006 di

Ci ha messo davvero un bel po’ di tempo, a far uscire sto benedetto disco solista, visto che ce lo annunciava già nel 2004, Lele Battista. L’attesa è valsa la pena, visti i risultati. Ma subito Rockit ha deciso di fare le pulci a mister Lele…



Innanzitutto complimenti per il disco, che è bello e intenso…
Grazie.

…ma c’è un piccolo mistero da risolvere: nell’intervista a Rockit del 2004 parlavi di un disco psichedelico a metà tra i Sigur Ros e i Black Rebel Motorcycle Club. Beh, che fine ha fatto?
C’è stata una selezione di brani per cui sono rimasti quelli più tendenti ai Sigur Ros che ai Black Rebel Motorcycle Club. Volevo fare un disco che fosse un blocco unico dall’inizio alla fine, con un senso evidente nei testi e nelle musiche che fossero le ombre, il filo conduttore, una specie di proiezione di quello che sentivo dentro. È un disco nato dall’osservazione del reale: non riuscivo a guardare il sole senza distogliere lo sguardo. Allora ho pensato che si deduce l’esistenza del sole da quello che illumina, anche dalle ombre. Ho cominciato a pensarmi come se dentro avessi un fascio di luce molto forte che non riesco sempre a vedere. Attraverso le mie ombre forse sarei riuscito a conoscermi meglio. È come a un incrocio, quando dalla strada perpendicolare alla tua vedi spuntare un’ombra e intuisci la presenza di una persona. Per cui mi sono detto: ok, non riesco a guardarmi in profondità, però posso conoscermi attraverso le mie ombre.

Prima sono venuti i testi e poi l’idea di fare in modo che la musica rispecchiasse le ombre, e così anche la copertina, e l’atmosfera generale del disco. Ho cercato, attraverso il lavoro con Giorgio Mastrocola, Celso Valli e tutti gli altri, di fare un disco meno discontinuo di quelli de La Sintesi, che dentro avevano una certa varietà di stili, dal pop al rock, pur se sempre malinconici. Avevamo il desiderio di fare un disco come quelli che ci piace ascoltare: “Disintegration” dei Cure ha dall’inizio alla fine un’atmosfera ben precisa. Così la scelta sonora e di stile è stata ben precisa: Sigur Ros e Mogway hanno dato una spinta al disco inequivocabile. È un disco trasversale – mi dicono – né pop, né canzone d’autore, né indie: per me è un riconoscimento di originalità, trasversale e unico. Molto spesso in studio mi è capitato di essere influenzato da tanti fattori che non fossero il mio gusto personale, cosa che alla fine mi causava un disamoramento verso il mio stesso prodotto. Questa volta non è così: il disco rispecchi totalmente il mio gusto personale. E ha superato questa prova: a tre mesi di distanza dalla chiusura, ancora non mi ha stancato.

Sai, mi ricordi molto Andrea Chimenti, in questo disco.
Non conosco bene il suo lavoro. Mi piace il suo timbro di voce, però.

Collegato al discorso delle ombre che facevi prima c’è quello che mi pare emergere in un pezzo come “La caverna”: sembra quasi un riferimento al mito platonico.
Esatto. Quel mito è la rappresentazione di quanto siano equivoche le ombre. C’entra perché noi tutti siamo proiezioni falsate della realtà, ma anche un po’ perché se ti rendi conto che stai guardando un’ombra ti stai già liberando dai condizionamenti: le ombre servono alle persone per liberarsi dalle caverne e da esse stesse. Per un periodo mi sono sentito così. “La caverna” è nata in una fase intensa della mia riflessione su questo scontro tra una sensazione di oppressione - dovuta al fatto che ho sempre sentito la città in cui vivo (Milano, N.d.I.) “la città delle ombre” per una sorta di condizionamento culturale e personale – e la coscienza di un potere di interiore infinito, sorta quando mi sono accorto della luce all’interno che non riuscivo a vedere. In questa canzone si parla molto anche di evasione: nel primo verso (“Guarda dove siamo cresciuti”, N.d.I.) c’è dell’odio perché so che posso essere libero o sono libero e non lo so, nella mia fantasia, e vedo che c’è una dimensione oltre infinita, che non riesco a cogliere per limiti fisiologici, fisici, culturali e mentali. È stato un periodo chiave, fatto di tristezza e malinconia, ma la chiave di lettura non si riduce a Milano.

In “Tutto strappato” descrivi una serie di sensazioni che sembrano rimandare alle esperienze extracorporee…
Volevo dire esattamente questo: il riferimento è proprio alle out of body experience. Una cosa molto piacevole quando scrivo i testi è la ricerca dei termini. Alcuni testi li scrivo di getto, altri sono più laboriosi. Ma per la prima volta ho provato ad scrivere delle immagini che parlassero per conto loro. “Tutto strappato” racconta i primi momenti della nascita di un amore, con immagini semplici che suggeriscono leggerezza e ritrovata ingenuità. A volte le immagini parlano più del testo compiuto, in un modo simile alla poesia, che per me è uno strumento attualissimo.

Il mio discografico mi diceva “c’è troppa poesia” come fosse una cosa negativa, ma per me invece è positiva, per come io considero la poesia (anche se i miei testi non sono veramente poesia): ha un potere magico che permette di far cogliere le affinità in un secondo. Incanti una persona. È come quando incontri uno e chiedi “che musica ascolti”? – “I Sigur Ros” – “Ma dai, piacciono anche a me!” Già solo il gusto musicale ti fa supporre una sensibilità vicina alla tua. È lo stesso potere che ha la poesia: trasportare i lettori in una dimensione completamente altra rispetto alla realtà, ed è stupefacente quanto questo fatto è sentito fortemente da noi. Ci avvicina di più la poesia che un discorso canonico.

In “Intese” dici “forse non siamo degli eroi / ma amiamo immaginarlo”
È una frase nata in occasione di una critica che ho letto in cui si parlava dell’eroe romantico (per chi se lo fosse perso, il titolo dell’album del 1999 dei La Sintesi, N.d.I) e dicevano che io non lo ero. Allora ho scritto che amo immaginarlo: è bello estraniarsi, usare il potere della mente, della fantasia, della musica. È una frase riferita al fatto che ognuno è un eroe del suo piccolo mondo. tutti sono degli eroi. È un bene che sia così.

Mi hanno colpito i versi “Dici che fuori di qua / si può incontrare […] / qualche cosa di più / che passeggiare nella passeggiata / per vedere passeggiare”. Cosa volevi dire?
Avevo sentito Umberto Broccoli alla radio: l’ho anche ringraziato nel disco perché aveva detto una roba del genere citando un autore classico cui non sono riuscito a risalire. Gli ho aggiunto un “passeggiare” in più. Descrivo il tipico episodio di paese – in città non si nota -, ma noia della passeggiata in cui tutti guardano gli altri aspettando che facciano qualcosa.

“Tana per me che sono trasparente / ma ho l’ombra più decisa e gigante che c’è”.
Sono due versi da “Le ombre” che è un po’ stato scritto come se dovesse essere il brano manifesto: doveva descrivere il programma del disco. Originariamente i brani dovevano essere 15, ognuno dedicato a un concetto diverso di ombra, poi per fine budget li abbiamo ridotti. E già erano diventati 15 dopo una dura selezione dei 25 che avevo pronti, fatta in base alla loro funzionalità. La frase che dici è riferita al discorso che facevo prima,per cui dietro a un angolo spunta una figura, ma non so chi è. Attraverso le ombre cerco di saperlo, cerco di essere trasparente. La sincerità è fondamentale per chi fa musica. alla fine l’unico modo di essere convincenti è essere sinceri, emozionarsi quando si scrive qualcosa. E per migliorarsi bisogna essere sempre sinceri con se stessi: ecco l’esigenza di essere trasparente. E l’unico modo di liberarsi delle proprie ombre è trovarle e prenderne coscienza.

Oltre a Milano, nel disco citi Trieste e Venezia…
Sono due città che per me hanno il valore di evasione. Ho notato che questa cosa colpisce molto probabilmente perché Trieste non è New York: è abbastanza low budget come meta. “Trieste” è una canzone nata in un momento in cui ero in crisi con la mia fidanzata. Io dicevo “Ok, tu che sai come vanno le cose dimmi com’è la verità, però io organizzo dei viaggi e ti porto a Trieste perché abbiamo solo bisogno di fare scorta di vento, di uscire dalle ombre”.

La cosa singolare è che mi parli di Trieste e Venezia come città che ti fanno evadere dalle ombre, eppure qui sono sentite come due città piuttosto malinconiche…
Davvero? E perché?

Beh, sono due città decadenti, soprattutto Trieste che ha interi palazzi che cadono a pezzi perché si spopola, rimangono solo i vecchi e i giovani scappano… È un vecchia storia dell’immaginario di qui.
Eh, vedi, questa delle ombre è una roba talmente piena di sorprese, un argomento talmente vasto... Questa è la mia visione, ma le persone me ne parlano e ho un ritorno inaspettato. Una cosa buffa è che ho appena scoperto che “ombra” in veneto vuol dire “bicchiere di vino rosso”…

Ah, beh, allora ti piacerà sapere come è nata la parola…
Come?

Niente, quando a Venezia nei secoli scorsi vendevano il vino sui banchetti in Piazza San Marco, siccome non c’era il ghiaccio stavano sotto l’ombra del campanile a prendere il fresco, e si spostavano di continuo seguendo l’ombra…
Ecco, vedi, non finisce mai… (sorride, N.d.I.). Spero che siano talmente tanti i punti di vista che mi venga fuori un “Le ombre parte seconda”… L’argomento è così vasto che non pretendo certo di averlo esaurito… (sorridiamo tutti e due, al telefono, sì, si può sorridere e capire che si sta sorridendo anche al telefono, N.d.I.).

Leggendo le note, questo è un disco nato tra Bologna, Padova e Milano.
Sì, è stato registrato in parte in Veneto con Megahertz e suo fratello (Andrea Dupuis, batterista, N.d.I.) in due brani, con il fonico Raffaele Stefani e Giorgio Mastrocola che hanno coprodotto due dei brani non prodotti da Celso Valli. A Padova ci torno quando posso perché mi aspettano la cena da Nane della Giulia (storico e rinomato locale universitario, N.d.I.) e le ombre –di vino, stavolta – in Piazza delle Erbe. È una città di cui ho sempre più bisogno, più a dimensione d’uomo e meno trafficata della megalopoli in cui vivo. Inoltre c’è un interesse per la musica molto più vivo che in altre parti d’Italia, tanto che mi viene da pensare che a Padova ci sia una particolare forza esoterica per riunire lì una così grande concentrazione di fans dei Pink Floyd e della bella musica. Conosco gli Fsc, che hanno suonato con Battiato, perché con loro c’era anche Giorgio Mastrocola, il mio chitarrista. E poi, c’è l’amicizia con Megahertz, un musicista preziosissimo. In parte poi il disco è stato registrato a Milano a questo nuovo studio, Industria Musica: è sempre piacevole creare a Milano perché non hai possibilità di rilassarti un attimo. È una cosa che ti tiene bello vivo, con una tensione da studio che certi cercano di creare anche litigando. Milano ti dà questa tensione perennemente.

A Bologna ci sono capitato perché è la città di Celso Valli che ha prodotto e arrangiato tre brani con un’orchestra di archi. Lui è conosciuto per produzioni molto classiche, ma poi ha un sensibilità dark e malinconica molto vicina alla mia. Bologna mi ha accolto in modo perfetto, mi sono sentito a mio agio. Il nome di Celso Valli mi spaventava un po’, ma ero anche incuriosito: ho conosciuto una persona completamente diversa da quella che mi aspettavo, con una sensibilità molto intensa, che ha rispettato le atmosfere, le ha valorizzate aggiungendovi magia e non ha risparmiato le chitarre elettriche. Anzi, per alcune cose è più rock di me.

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