Jennifer Gentle - Padova, telefonica, 02-06-2007 Intervista

09/07/2007 di

(I Jennifer Gentle - Foto di Andrew Raiteri)

Il nuovo disco, il cambio di formazione, una casa di suicidi in mezzo alla Val Padana, oscuri compositori anni 50 e 60, oscure creature del subconscio, esseri di altri mondi, e altri mondi che si chiamano Cina e Inghilterra: signore e signori, benvenuti nella stanza di mezzanotte dei Jennifer Gentle.



I Jennifer Gentle non sono più gli stessi.
I nuovi membri sono Paolo Mongardi alla batteria ed Andrea Garbo alla chitarra. Li ho incontrati in modo veramente bizzarro. Andrea è venuto con i Mastica a registrare all’Ectoplasmic Studio: siamo diventati subito amici, l’ho invitato a suonare insieme, e le prove sono andate molto bene. Per Paolo invece sono rimasto impressionato dal disco dei Transgender. Anche lì è stato amore alla prima prova. È bravissimo: sapeva da subito tutti i pezzi. Alla fine gli ho chiesto timidamente: “Ehm… ti piacerebbe suonare con noi?”
Per quanto riguarda Alessio, Paolo e Isacco… la vita spinge uno verso certe cose e un altro verso altre. Le incongruenze di base che ci sono sempre state si sono amplificate con gli anni. I rapporti sono tranquilli: solo che separarsi era l’unica cosa da fare. Tutto è successo nel giro di poco tempo e quindi sembra tutto brusco. Ma Alessio continua col suo progetto solista Mamuthones, collaborando con Fabio Orsi, un musicista di Taranto, nonostante i suoi impegni lavorativi. Paolo ha fatto diversi demo del progetto Nicotine Alley: ora dovrebbe trovare la band. Isacco invece credo sia lanciato nella medicina. Comunque adesso che ho un po’ più di tempo, mi vedrò presto con loro.

Poi ci sono due inverni a Cavarzere, all’Ectoplasmic Studio. È vero, come da comunicato stampa Sub Pop, che il proprietario precedente si è ucciso con una fucilata?
È vero in parte. L’edificio è una scuola costruita negli anni 30. Durante la Seconda Guerra Mondiale è stata un ospedale da campo. Poi è tornata ad essere una scuola. Sotto c’erano i bambini, sopra gli alloggi per i maestri. Negli anni 80 un maestro ha deciso di farla finita in modo bizzarro. Ho scoperto da poco che in una casa lì vicino c’è stato in passato un altro suicidio con arma da fuoco. Credo che nel disco se ne sentano gli influssi. Si respirava qualcosa di malato, che altrove non c’è, di quasi palpabile, un’atmosfera incombente.

E quindi cos’è “The Midnight Room”?
TMR racchiude l’atmosfera di quel luogo e della mia esperienza di solitudine e isolamento. Avevo in mente come doveva essere il disco a livello emotivo e la cosa si delineava sempre più. I primi tempi il posto era poco accogliente e molto freddo. Era una microvita ricostruita in una vecchia casa in mezzo ai campi, da cui si vedevano solo nebbia e fuochi notturni. I pezzi si sono autoscritti, e sono molto legati all’immaginario in cui sono entrato lì. Sono venute a galla delle cose cupe, oniriche, spettrali che ho sempre avuto, ma stavolta, lavorando da solo, sono ancora più evidenti. Così penso che “la stanza di mezzanotte” sia la stessa stanza dove lavoravo fino a tardi. Una volta mi sono svegliato di soprassalto alle tre di notte e ho visto alla finestra una sagoma nera: avevo il cuore in gola. Scorgevo dei falò lungo il viale: mi sono cagato in mano. Poi mi sono reso conto che era il padrone di casa che bruciava le foglie. Il mattino dopo gli ho chiesto: “Era lei che bruciava le foglie stanotte?”. E lui: “Sì”. Ma come se dicesse: “Ovvio, che vuoi fare alle tre di notte?”

TMR mi fa venire in mente tre aggettivi: cupo, grottesco, vittoriano.
Descrivono perfettamente il disco. Mi piace soprattutto “vittoriano”.

Il nuovo disco si distacca molto dalla produzione precedente. Si avvicina solo a “A New Astronomy”.
Sì, questo disco ha lo stesso immaginario e lo stesso potere evocativo di “A New Astronomy”, ma ricerca la forma canzone come in “Valende” e “Funny Creatures Lane”, attraverso un processo produttivo scarno. In ANA non ci sono vere canzoni: è un lavoro di suoni, un quadro astratto. TMR è invece un quadro espressionista, possiede la struttura che invece manca a ANA. L’immaginario è lo stesso, ma ANA sono voci di fantasmi, rumori di pianeti erranti; TMR ne è la versione fisica.

Quanto ha influito il lavoro su Joe Meek sul nuovo disco?
Le sue produzioni hanno mosso molte cose in me. Mi piace molto che siano mainstream, perché erano tutti grandi successi dei 60, però costruiti facendo gli archi nel bagno. A livello tecnico mi piacciono le sue trovate malsane, il suo essere l’amico spettrale in musica per adolescenti inglesi. Immagino una ragazza di allora col lecca lecca che ascolta una canzone in cui la cantante ricorda il suo uomo morto in guerra. Il pop non positivo mi esalta: lui è riuscito a farlo magistralmente. Ha portato un immaginario macabro in milioni di case. Poi mi piace il fatto che si costruiva le cose, che le sue produzioni fossero riconoscibili per l’immaginario (non come Albini che lo è per il suono). Ha la riconoscibilità dei grandi: uno stile che va al di là della tecnica.

In TMR si sente che sono molto affezionato alle produzioni anni 50 per la loro sincerità, carnalità, vivacità e per la qualità del suono, vivido, dei dischi di allora. Anche le band più infime avevano sezioni ritmiche spaventose. Mi piace il grado di coinvolgimento totale unito alla dimensione casalinga (un discorso che ovviamente non vale per Elvis): ma allora era l’alba di tutto e studi di registrazione veri e propri non esistevano. Mi ritrovo in questa dimensione: non è lo-fi; è lavorare come le grandi produzioni coi mezzi che si hanno. Mi sono rifatto a quelle paste sonore, a quel suono analogico cercando di non post-produrre. Ho cercato lo stesso grado di “vuotezza”: tenere le basi e poco più, due chitarre, basso e batteria, tirare fuori il massimo dallo scheletro.

Facciamo un gioco: ti dico dei nomi e tu li commenti. Arthur Brown.
È uno dei primi 45 giri che ho mai ascoltato, “Fire / Rest Cure”, perché mio papà ce l’ha. Mi piace il suo essere truculento, ma è eccessivo, troppo sopra le righe, troppo anni 70, glam, melò, per i miei gusti. Lui sì che è grottesco. Mi piace molto di più Screamin’ Jay Hawkins.

Era il secondo nome che ti volevo fare.
Lui è fantastico: “I put a spell on you”. Aveva una gran band, molto avanzata rispetto a tante altre, una produzione scarna ma di alta qualità. Ho cercato di imparare qualcosa. Non mi piace invece Tom Waits perché è retorico, teatrale. Invece in tutte le cose anni 50 esce una sincerità oggi quasi impensabile da trovare. Oggi sembra che l’immaginario uno debba sceglierselo nell’elenco degli immaginari del passato. Loro, invece, se lo sono inventato. Preferisco andare all’origine.

Il terzo nome è di un regista: Kenneth Anger.
Lo conosco, quello di “Lucifer Rising” (film sperimentale del 72, con soundtrack di Jimmy Page sotto pseudonimo, N.d.I). Ecco io già da uno come lui tengo le distanze perché non ha capito un cazzo e si è fatto fottere dal sistema. L’uso di droghe non mi convince. Lui non era una persona toccata da Dio e nemmeno da Satana (Anger era un noto satanista, N.d.I.), ma dal delirio e dall’eccesso. Le sue cose sono fatte in vitro. Non m’è piaciuto il film, ma rispecchia bene quell’epoca. Il suo è un patetico neosatanismo pieno di mignotte e droga che non m’interessa. Ha dato il la agli eccessi e alle degenerazioni degli anni 70. Trovo che dalla metà degli anni 60 ci sia stata una perdita di entusiasmo. Lui è l’apoteosi del nulla. Gli hippies che scoprono l’eroina e diventano satanisti. Naaa.

Alla rivista inglese “Faded” hai dichiarato “I never wanted to be a part of any kind of family”. La famiglia è una cosa tipicamente hippie. E però anche indie rock.
La differenza tra indierockers e hippies è che gli hippies vivevano nel delirio cosmico: se sparavano cazzate li puoi anche perdonare. Loro poi per famiglia intendevano la comune, la condivisione totale. Io non mi sento hippie ma capisco la loro utopia.

Indie non è condivisione, ma senso di appartenenza: vuol dire indipendente, ma non ci vedo niente di indipendente nel genere e nella mentalità indie perché c’è la preoccupazione di aderire comunque a delle regole. Quel che è iniziato con Pavement o Sonic Youth che dicevano “sbattiamocene e creiamoci dei canali”, adesso è un genere come un altro e quindi c’è chi decide di aderire ai suoi dogmi. Se ammettessi di essere indie li accetterei. Ma allora preferisco le regole del mainstream pop d’annata in cui si rispondeva alla forma canzone e in quei tre minuti ci mettevi tutto il tuo universo. È più indie un disco Emi del 1966 che un disco indie da mille copie oggi. Spero di essere indie nel senso vero. Per famiglia intendo questo: e non aderisco a una cosa mummificata e pronta.

“The Midnight Room” metterà fine al luogo comune che i Jennifer Gentle sono cloni di Syd Barrett…
Mi fa piacere che si senta meno Syd Barrett, anche se lui è inevitabile, non sparirà da me. Ma non c’è Londra 66, neanche in “Valende”, né negli altri dischi, e qui ancor meno. Sono contento che questa cosa passi. Mi trovo più vicino all’immaginario dei nomi che hai fatto. O a un Ed Wood gotico, macabro, grottesco, molto fiabesco e onirico, psichedelico ma più evocativo e visionario che altro. È lo spirito di una colonna sonora trasposto in forma canzone. Per la prima volta sono venuti fuori i Jennifer Gentle in prima persona: questo è un disco più personale. C’è tutto quello che c’era prima più altro. E il prossimo disco sarà ancora più personale. Voglio andare verso me stesso.

Le canzoni paiono frammenti di una stessa storia.
TMR non racconta una storia precisa, non gli sta a cuore rappresentare qualcosa in particolare, ma uno stato d’animo in continua metamorfosi. Dal punto di vista compositivo questo è un vero disco, mentre “Valende” era una compilation di brani anche vecchi. Qui invece tutto è stato scritto e registrato senza interruzione in un unico periodo. C’è una continuità che negli altri dischi manca. È il primo disco nato e cresciuto tutto di seguito.

C’è una galleria di personaggi ed eventi che in qualche modo sembrano tutti collegati alla “Electric Princess”. Chi è?
Electric Princess non ritorna veramente nei pezzi. Ma che ci sia un’entità femminile che ritorna è sicuramente vero. Quando scrivo un pezzo ho sempre in mente un’entità femminile: è una sorta di fissa, come se cercassi di mettermi in profonda comunicazione con qualcosa che mi può capire, parlando attraverso cose e concetti con qualcuno che viene dal mio stesso mondo. E non è questo.

TMR è un viaggio ipotetico nel mio immaginario, nelle cose che immagino quando scrivo. Stando lì e autosuggestionandomi mi facevo dei film in testa. Scrivo i testi a partire da come suonano le frasi. Ad esempio di “It’s in Her Eyes” mi piaceva il suono. Allora da lì ho cercato di costruire la storia: cosa c’è in quegli occhi? Così per la seconda strofa di “Electric Princess”: mi è venuto prima il verso della voce che passa attraverso il muro. Allora mi sono chiesto: perché questo personaggio si lamenta? Essere in quel posto sperduto mi ha aiutato a concentrarmi: era così tetro, con un sacco di angoli misteriosi.

Com’è stato il tour in Cina?
Un’esperienza. Andare in Cina ha qualcosa di surreale. Hai presente il sogno lucido di Jodorowski, il sogno dentro cui ti svegli e hai il controllo cosciente di cosa succede, conscio che stai sognando? Ecco andare in Cina è stato così: prendi l’aereo e poi sei lì e non capisci nulla. Niente è uguale a qui, a partire dai microfoni di scena. La gente non sa quasi cos’è una chitarra elettrica e non vede l’ora che ci sia qualcuno che fa rumore. Se potessero mentre suoni ti salterebbero addosso. Adesso il 12 giugno ci torniamo, ma stavolta a Pechino e Shangai.

E in Inghilterra?
In Inghilterra è stato fantastico, la gente era davvero presa e abbiamo avuto un’ottima risposta e contatti diretti con la stampa subito prima e dopo. C’è un feedback positivo su cui lavorare. Ora sto già scrivendo dei nuovi pezzi, ma sono contento di portare in giro TMR. Penso che sarà un buon anno. Non siamo costretti a star fermi. Adesso ad agosto andiamo in Usa. La carne sul fuoco è molta.

Non farete mica come la PFM, che a metà del tour Usa e col disco che cominciava a salire in classifica è tornata a casa per nostalgia di spaghetti e panettone?
Figurati: siamo sopravissuti due settimane in Cina mangiando cibo per le nostre abitudini improbabile e nulla che fosse chiamabile comodità…

Commenti (5)

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  • mx 11/07/2007 ore 13:11 @mx

    bravi Jennifer's
    Bravi bravi.

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