Lefty Lucy - Padova, via mail, 27-01-2004 Intervista

27/01/2004 di

Gli udinesi Lefty Lucy propongono un melanconico, affascinante e avvolgente pop sulla scia di band come Belle & Sebastian o Arab strap.



Cosa significa il vostro nome? Perché lo avete scelto?
Il nostro nome parla semplicemente di una “ragazza mancina”, è stato pescato in una serata alcolica tra le righe di un Cd di Kristin Hersh, una delle cantautrici che amiamo molto.

Cosa c’è del vostro nome nella vostra musica?
Un po' tutto: la femminilità, questo tocco “lefty” (che è l’americano per “left-handed”)… i mancini (nella lingua inglese il termine si presta senz’altro a più giochi di parole) sono secondo l’educazione tradizionale ‘da raddrizzare’ mentre noi vogliamo mantenere una certa… obliquità!

Oltretutto, spesso ci viene fatto osservare che nel nostro suono e nelle nostre canzoni si avverte un’attitudine alla sospensione, all’impalpabile, all’irrisolto… ci piace l’idea di associarci a qualcosa del genere, qualcosa di “mancato”, appunto.

Quali sono le difficoltà che incontra una giovane band che fa la vostra musica nel vostro territorio?
Sicuramente il fatto di vivere una realtà isolata, rispetto a quello che accade un po’ al di fuori dei confini regionali; il Friuli ha una sua scena musicale un po’ debole a nostro parere, poco permeabile alle spinte esterne: a volte ti lascia la sensazione di muoversi in una specie di vicolo cieco alla “Dogville” animato da qualche ‘rock-star di provincia’, e questo non è affatto stimolante… l’importante è comunque mantenere la voglia di scrivere e proporre qualcosa di proprio e soprattutto di VERO.

Quali sono i vantaggi, invece, di vivere nella vostra zona, per far musica.
Un vantaggio dell’isolamento potrebbe essere proprio nel fatto che non ti devi confrontare o che comunque in qualche modo non sei obbligato a riallacciarti ad una scena, ad una tendenza o un filone musicale tra quelli imperanti… ma è un po’ come dire che si è fortunati a vivere in una landa arsa dal sole e senz’acqua perché non si rischia di trovare una bottiglia avvelenata. Perciò… vediamo, un vantaggio del fare musica nella nostra zona... ah beh, certo: si trova sempre parcheggio!

Tre dischi stranieri e tre italiani da portare nell’isola deserta.
Premetto che abbiamo litigato tra di noi per colpa di questa domanda, visto che gli ascolti del gruppo sono molto vari e che spesso discutere di album storici tra gente che suona è un po’ come un dibattito tra esponenti delle principali religioni… partiamo dai Velvet Underground & Nico passando per gli Smiths di “The world won’t listen” (in effetti a loro dobbiamo molto) fino a “The days of the open hand” di Suzanne Vega. Per i dischi italiani… alcuni di noi portano nel cuore lo storico incontro Alice & Battiato ma anche Paolo Conte e soprattutto il De Andrè di “Né al denaro né all’amore…”.

Comunque sia, se dovessimo trovarci a scegliere dischi da portare sull’isola deserta… finiremmo col naufragare litigando tra “Kid-A” e “Ok Computer”…

Un disco straniero e uno italiano da buttare nel cassonetto.
Per scegliere un disco straniero da cestinare ci si perderebbe nella storia, perciò scegliamo in base all'aneddoto più divertente e decretiamo… l’album di debutto dei canadesi Marmoset, una di quelle brodaglie di cui ti chiedi qual è il futuro della musica indie: è stato un regalo per il compleanno del nostro tastierista per un compleanno… niente di ironico, ad un primo veloce ascolto ci sembrava DAVVERO un bel regalo!

Per l’Italia… senza voler pescare tra fantasiose “produzioni-spazzatura”, butteremmo volentieri nel cassonetto un qualsiasi disco dell’ultimo De Gregori, visto che da cantautori che hanno segnato la canzone italiana è più facile essere scottati che da un qualsiasi sottoprodotto televisivo.

Musicalmente da che parte state: Inghilterra o Stati Uniti? O altro?
Viaggiamo volentieri tra un continente e l'altro, ma… credo che il tocco britannico nella nostra musica non possa che farci propendere per la prima. Certo, forse più scozzese che inglese, viste certe assonanze con Belle & Sebastian, Arab Strap & family .

Un buon motivo per venirvi a vedere dal vivo.
Farsi accarezzare da canzoni dolci, malinconiche, poi ancora dolci, orecchiabili, poi frivole, poi un po’ tristi e poi no ma non importa. Come ha scritto un giornalista delle nostre parti: “Siate buoni con voi stessi, ascoltateli…”.

La più bella serata della vostra vita di musicisti.
Credo… la presentazione del nostro ultimo Cd. Il concerto serviva a “lanciare” il disco ma ha segnato la fine di un lavoro pieno di difficoltà, di soddisfazioni e di impegno e (forse proprio per questo) ne aveva tutta la carica…

Questo è un mondo difficile perché…
… perché Elliott Smith ci ha lasciati, Barry White ci ha lasciati, George Harrison ci ha lasciato e noi – per carità - ci sentiamo bene, ma un po’ abbandonati…

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