Jennifer Gentle - Padova, via telefono, 08-03-2004 Intervista

08/03/2004 di

La notizia, indubbiamente, c’è: la storica Sub Pop, la casa discografica di Seattle che ha lanciato Nirvana e Soundgarden, dando in pratica la spinta decisiva al movimento grunge e cambiando la storia del rock, ha messo sotto contratto i padovani Jennifer Gentle. Rockit ha intervistato il loro “manager” Marco Damiani, che ha condotto le trattative, il cantante Marco Fasolo e il batterista Alessio Gastaldello.



Marco Damiani risponde al telefono dal seminterrato del negozio di dischi da cui va a caccia per tutta Europa di cd a prezzi scandalosamente bassi. Un buon posto per tessere le trame di un contratto come quello con la Sub Pop. E per emozionarsi alle domande di Rockit.

Come ci si sente dopo aver firmato per la Sub Pop?
Marco Damiani: Siamo molto contenti, è una bella cosa, un bel traguardo. Vorremmo però tenere un profilo basso per evitare figure clamorose se le cose non vanno bene.

È un buon risultato, ma siamo realisti: è chiaro che ci hanno preso più per simpatia che perché vedano nei Jennifer Gentle il futuro del rock. Non credo che cambierà qualcosa se non che col nuovo album ci saranno una promozione seria, una distribuzione vera e i Jennifer potranno suonare negli Usa.

Come sei arrivato a questo risultato? Gira la storia di un disco arrivato in un negozio di Seattle, ascoltato per caso dai responsabili Sub Pop, che ha fatto nascere tutto.
M.D.: L’anno scorso mi sono posto due obbiettivi: licenziare uno o due degli album già usciti all’estero e far suonare i Jennifer fuori d’Italia, soprattutto negli Usa. Siamo stati fortunati perché una grande radio di New York, la Wfmu, ha iniziato a programmare “Funny Creatures Lane” e l’etichetta australiana Lexicon Devil ha ristampato i due album. Contemporaneamente i ragazzi sono stati a suonare a New York. È vero che i responsabili della Sub Pop hanno ascoltato il disco in un negozio, ma conoscevano già di fama la band. Sarà anche stato perché a New York i Jennifer Gentle sono stati ospiti a casa del batterista degli Oneida, ma comunque l’ultimo disco aveva girato parecchio presso gli addetti ai lavori, perché avevo mandato il cd a diverse etichette. Fatto sta che Dean Whitmore della Sub Pop a un certo punto ci ha contattato. E noi l’abbiamo ingannato. (ridacchia)

Che tipo è Dean Whitmore?
M.D.: Mah, l’ho sentito solo per telefono e via mail. Direi gioviale.

Come si firma un contratto discografico a un emisfero di distanza?
M.D.: In effetti è complicato. Ma semplificando direi che ti mandano una copia, la firmi e la rispedisci.

Insomma è come comprare mobili a distanza?
M.D.: Esatto. Quello che non sanno è che hanno comprato il pacchetto Aiazzone. (ridendo)

Si sa già quando uscirà il nuovo disco? C’è un titolo?
M.D.: Non c’è un titolo. Ci sono diversi pezzi pronti, di cui forse due o tre finiranno nel disco che dovrebbe uscire a fine autunno. C’è sempre la possibilità che lo rifiutino, però.

Ma dai!
M.D.: È una clausola standard. Non è mai successo, ma ci può essere sempre la prima volta. Una cosa di cui andare orgogliosi! (ride)

Come ci si inventa manager dei Jennifer Gentle?
M.D.: Manager è un termine improprio: non ci sono soldi, non mi pagano. Per prima cosa per me loro sono bravi, non solo in termini italiani. Poi ci vuole fantasia, perché all’inizio né io né loro avevamo nessuna conoscenza e nessun aggancio: tutte le cose sono state fatte ex novo. Sì: direi che ci sono volute fantasia e abilità nel sapersi inventare le cose. La base sta comunque nel fatto dischi interessanti e che a me piacciono molto. Spero riescano a togliersi due soddisfazioni: un vero tour negli Usa e un terzo album decente.

Ti sento molto emozionato.
M.D.: È vero. È una figata pazzesca. Ma contemporaneamente sento che dobbiamo essere molto realisti. Al di là dell’attestato di stima non c’è niente. Credo sia bello lavorare subito per un disco nuovo, valido, capace di interessare anche gente negli Usa. Cosa che è già successa. Ma spero capiti di nuovo. In genere è molto curioso che sia molto più facile farsi ascoltare all’estero che in Italia.

Cambierà qualcosa nei vostri confronti in Italia, almeno per la considerazione da parte dei “colleghi”?
M.D.: Siamo l’unico gruppo italiano ad aver firmato per un’etichetta indipendente Usa seria, con una reale capacità di distribuzione. C’è stato chi ha firmato per la Touch & Go (gli Uzeda, n.d.r.) , ma non è la stessa cosa, proprio in termini di forza. In ogni caso non so se cambierà qualcosa. Non credo. Per i “colleghi”, c’è stato chi ci aiutato e chi no. Tutto qui.

Marco Fasolo e Alessio Gastaldello interrompono le registrazioni del nuovo disco nello studio privato dei Jennifer Gentle. Quasi una torre d’avorio da cui escludere il chiasso del mondo.

Allora, come ci si sente ad aver firmato per la Sub Pop?
Alessio Gastaldello: Siamo contenti. È stata lunghetta. Era una cosa da tempo nell’aria, perlomeno dai primi timidi contatti della scorsa estate, ma poi contrattempi, vacanze, Natale hanno rimandato. La Sub Pop era una delle poche etichette a cui non avevamo spedito la nostra roba. È finita che “Ectoplasmic Garden Party”, la ristampa australiana dei nostri due cd, è stata comprata da Dean Whitmore in un negozio di Seattle. Gli siamo piaciuti. Ci ha contattati.

E ora che fanno i Jennifer Gentle?
A.G.: Stiamo registrando il disco. Da poco. È abbastanza in linea con i precedenti. Per il momento abbiamo solo due o tre canzoni. È entrato nel gruppo il nuovo bassista Paolo Mioni al posto di Nicola Crivellaro.

Il gotha della scena alternativa italiana ora si accorgerà di voi?
A.G.: Mah, non penso proprio che siamo stati snobbati. Da un lato forse la nostra musica semplicemente non interessava. Dall’altro quando abbiamo suonato con qualcuno abbiamo sempre ricevuto molti complimenti. Ad esempio, è successo coi Malfunk. Inoltre ci ha contattati da poco Luca dei Verdena per chiederci di aprire tre date del loro tour in primavera. Ci ha visti dal vivo, credo a Urbino, a “Frequenze disturbate”, e gli siamo piaciuti.

Marco Fasolo: Non ci è mai importato di essere considerati dalla scena, quindi non faccio pronostici. Adesso a maggior ragione. La stampa è sempre stata buona. Il pubblico ai nostri concerti si diverte.

Si dice che l’inglese sia un ostacolo per i gruppi italiani. Per voi non è stato così.
M.F.: Col nostro finto inglese abbiamo avuto un contratto con un’etichetta Usa. È inutile prendere lezioni di dizione. Non è motivo di angoscia, se c’è carne sul fuoco, anche perché tra quando scrivi un testo e quando registri il disco hai tutto il tempo di aggiustare le cose. La Sub Pop non ci ha mai detto niente, ci ha lasciato totale libertà. Siamo stati contattati da loro, quindi sanno quello che siamo.

Siete emozionati?
M.F.: Io personalmente no. Sono rilassato perché in studio da Isacco si lavora tranquilli. Certo, cerchiamo di organizzare il nostro tempo, non è che ci mettiamo a dormire in studio. Ma abbiamo solo voglia di fare le stesse cose come sempre e meglio.

A.G.: Io sono emozionatissimo e contentissimo. Abbiamo preso al volo questa occasione coi Verdena, però in questo preciso momento preferiamo starcene per i cazzi nostri a registrare. Spariamo sia dalla scena che dalla nostra vita. Non c’è paura né tensione, solo concentrazione.

Sento dire da molti gruppi di provincia che uno dei pochi lati buoni dell’essere lontani dai centri consiste nel poter fare la propria musica lontani dalle mode del momento. Voi avreste fatto la stessa musica anche se foste di Milano, Roma, Londra o New York?
A.G.: Mah, sì, avremmo fatto la stessa musica, quella che ho sempre ascoltato e che ho sempre avuto in testa. Lo stesso pop che ascoltavo a 16 anni. E credo di poter parlare anche per Marco. Comunque noi siamo di moda. Non è vero che siamo fuori dai circuiti. Son convinto che nel giro di anno ci sarà un revival della psichedelia. Non è vero che nessuno ascolta questa musica, al di là di me o di te. Negli Usa c’è una forte attenzione per la psichedelia, per gruppi come Acid Mother Temple, Oneida. Gli stessi Shins della Sub Pop hanno appena conquistato il disco d’oro. Certo non ci sono paragoni tra gli Usa e l’Italia. Ma noi “siamo di moda” in Usa. Per una volta siamo in fase con una moda.

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