Herself - Palermo, 03-08-2008 Intervista

15/09/2008 di Mario Lo Jacono

(Herself - Foto da internet)

Gioele Valenti, in arte Herself, sta per uscire con il nuovo disco, “Homework”. Un lavoro bello, ruspante e malinconico. Tra chitarre acustiche e frustate lo fi. Nove brani per quella che è la sua cognizione del dolore. L'intervista di Mario Lo Jacono.



Perché "Homework"?
Il disco nuovo si chiama così per sottolineare un tipo di lavoro semplice, domestico. È un disco molto simile alle primissime cose che ho inciso piuttosto che alle ultime. Negli ultimi due anni ho conosciuto un bel po' di persone che avrebbero potuto elevare la qualità delle registrazioni, in senso di spettro sonoro. Ma ho deciso che il suono di Herself deve essere quello che lo ha caratterizzato. Non è una questione di stupida coerenza, dato che sono sempre abbastanza aperto a esperienze di tipo diverso. Ma Herself suona bene con un contorno più sporco. Non dico lo-fi che ormai è un termine più inflazionato. Mezzi domestici, casalinghi. Homework.

Tutto parte da te?
Sì. Talvolta c'è qualche intervento esterno di tipo strumentale, ma in linea di massima viene tutto dalla mia camera.

Il disco mi sembra abbastanza ritmico.
Sì, lo sento come naturale epilogo di una fase. Nel tempo mi sono spostato sempre più verso una sorta di rock'n'roll primitivo, e ho lasciato un po' alle spalle il lato folk. È forse l'album più rock di Herself, come non lo sarà mai più. Nelle prossime canzoni vorrei recuperare una dimensione più intima.

Dal vivo come lo rappresenterai?
Io mi muovo sia come duo, con un'atmosfera più folk caratterizzata da campionamenti, chitarra, batteria e contrabbasso, che come band di tre o quattro elementi, laddove la situazione lo permette.

È quindi un ritorno all'Herself live dei primi tempi, quando giravi con una band al seguito?
Herself ruota attorno a me. Quindi rendo fluida una dimensione che è gratificante da un punto di vista creativo perché suono con gente sempre diversa. Questo permette di non sclerotizzare le strutture delle canzoni. Herself quindi è un posto sempre aperto per chiunque voglia mettersi in gioco. È molto raro che chi entri nel giro Herself sia condizionato nell'esecuzione di un brano. I musicisti devono poter esprimere la propria sensibilità espressiva. L'importante per me è creare una sonorità che sia il più possibile aderente al progetto.

In questi anni, come abbiamo detto, hai mostrato un'anima duale: acustica e dissonante. Come conciliare queste due tendenze?
Ogni canzone di Herself è il riflesso di ascolti maturati negli anni. A me è sempre piaciuto un suono dissonante, cacofonico, ma anche pop. Mi ricordo i primi dischi dei Mercury Rev, che erano un po' la summa di queste due anime. Mi viene molto semplice coniugare i due aspetti. La canzone quando nasce è molto semplice, sono tre accordi cui poi abbino un testo. Poi c'è un lavoro di post produzione che è una ricerca dell'ideale estetico cui abbiamo fatto riferimento.

Giochi a sottrarre o ad aggiungere?
A volte sottraggo, a volte aggiungo. La canzone è un oggetto in divenire. Le cacofonie sono il tentativo di far diventare materiale compositivo situazioni sonore assolutamente casuali riprese da microfoni panoramici, non direzionali, che riprendono tutta quella sporcizia ambientale che poi ritrovi nei miei dischi.

Quindi in musica nulla si crea, nulla si distrugge e tutto si trasforma?
Che nulla si crei e nulla si distrugga è sicuro. Che tutto si riesca a trasformare in maniera credibile non lo so.

Da che cosa dipende la credibilità?
La credibilità dipende da una visione distaccata, lucida e informata di quello che è il panorama internazionale. La concezione della credibilità però fa parte della sfera soggettiva, ma non è un valore assoluto.

Negli articoli musicali per dare credibilità a un artista italiano si tende sempre ad affibbiare patenti di internazionalità. Quante volte si leggono frasi fatte del tipo "è un artista di livello internazionale". Come se l'estero fosse, appunto, un valore assoluto.
Quando parlo di credibilità non ne faccio un discorso di tipo qualitativo. Per me la credibilità non è la capacità di saper rendere internazionalmente valido il proprio suono. La credibilità secondo me è una dimensione meta testuale che riflette la profondità di un artista. E non si tratta di qualcosa che puoi delimitare entro certi parametri. La creatività è qualcosa che suona, che vibra. È una nota profonda dell'animo di un artista. Ma, ripeto, si tratta sempre di qualcosa di soggettivo. Internazionale quindi non è sempre credibile. Anzi, può essere qualcosa di negativo. Se per internazionale intendi per esempio ciò che passa Mtv, per me quello è un disvalore.

Come ti sei trovato con la Jestrai?
Non mi sono mai occupato delle vendite. Tantomeno sono mai andato a vedere i rendiconti delle etichette che gentilmente mi hanno prodotto. Credo che il disco sia andato benino. A livello di riscontro critico è andato benissimo. Ho avuto delle recensioni e un atteggiamento di amicizia da parte dei recensori che mi ha fatto piacere. Sai benissimo che il mercato indipendente italiano esprime delle dinamiche molto frammentarie. Non è possibile tracciarne un quadro completo.

Sei di Palermo. Quanto sarebbe utile andare a vivere in un'altra città?
Sarebbe molto utile. Far girare un artista palermitano e farlo andare al nord è molto dispendioso. Io ho fatto tour da 400 chilometri al giorno in macchina. Per dire, una sera ero a Bergamo, la sera seguente a Catanzaro. Ho speso cifre folli. In aereo avrei speso molto meno. Quindi i margini di guadagno sono nettamente inferiori. Al di là di questo, non so se abbandonerei Palermo per una realtà metropolitana del nord. Non sono così convinto della mia arte da spingermi a cambiare la mia vita.

"To An Old Friend" credo sia dedicata a una persona a te molto cara. Ti va di parlarne?
Non mi ritengo propenso a raccontare il mio vissuto, infatti è piuttosto difficile che nei miei testi ci sia un riferimento rivelatore. Questa canzone però è scaturita abbastanza spontaneamente. Riguarda Marcello Virzì, un mio carissimo amico scomparso tragicamente. È un brano che sintetizza un po' di sensazioni che si sono assommate dalla sua morte.

È la tua concezione del dolore?
Si pensa che il dolore sia qualcosa di monolitico. Oggettivamente nero. In realtà il dolore è composto da migliaia di tonalità: nel dolore passa anche il ricordo, con il suo carico emotivo di gioia e introspezione profonda. Tu hai intuito il significato del pezzo perché conosci la storia che c'è dietro, ma non credo che qualcuno possa rintracciare qualcosa dalle parole del brano, se non mettendosi di buona lena esaminando ogni singola parola. "To An Old Friend" è un pezzo pop.

Tra l'altro uno dei migliori che hai composto.
Lo penso anch'io. Vuole essere una sublimazione del dolore. Se io avessi provato a descrivere cosa significa perdere un amico in un determinato tipo di circostanze probabilmente sarei diventato autistico. È quindi c'è questo brano pop dalla struttura obliqua.

L'atmosfera non è neanche plumbea come sarebbe stato lecito aspettarsi.
Sicuramente tutta la mia musica è formata da contrasti. Sono cresciuto con una cultura letteraria del contrasto e dell'agrodolce. È raro che io mi trovi da una parte o dall'altra in modo completo ed esaustivo.

Dopo un pezzo simile ti senti un po' più nudo di fronte a chi ti ascolta?
Non voglio fare retorica. Io ho un approccio così viscerale e infantile nei confronti della musica che, essendo la persona timida che sono, in realtà qualunque brano, qualunque interfaccia nei confronti del mondo è una forma di nudità totale. Qualunque canzone quindi è un rivelamento. Io parlo del dolore e della gioia in un modo tale che spesso le due cose si sovrappongono.

"Homework" parla più di gioia o di dolore?
È quello che è stato qualsiasi lavoro di Herself: una forma di riflessione sull'esistenza in modo estetico. Quindi gioia e dolore sono mischiate. È proprio il mio modo di intendere l'esistenza. Ma non è una dicotomia, ma un tutt'uno.

Sei pure uno scrittore.
Mi piace scrivere ma non mi ritengo uno scrittore. Il primo libro, uscito per Manni editore, era una raccolta di racconti piuttosto tradizionali. Le altre cose sono state invece più sperimentali. Coniglio editore ha prodotto un'antologia in cui c'era un mio lungo poema. Un altro l'ho fatto con Stilo edizioni di Roma e infine ho pubblicato un po' di roba per Ass Cult Press, composta da un manipolo di poeti d'assalto di cui fanno parte Iacopo Andreini, Simone Morinaroli e tanti altri. La poesia ha un livello espressivo totalmente diverso rispetto a quello musicale. Fa parte di un patrimonio psicologico che ha poco a che vedere con la canzone.

Che aspettative nutri nei confronti di "Homework"?
Mi piacerebbe che chi ascolterà il disco capisca la genuinità del lavoro e dell'esternazione. Per il resto mi basterebbe ricevere la metà di quanto ho raccolto dalla critica con precedente disco. Se fossi nato in America probabilmente avrei avuto un tipo di aspettative diverse, legate a margini di profitto commerciale, che si parli di indipendente o di mainstream è la stessa cosa.

Quanto tempo hai lavorato a questo album?
Parecchio tempo. Circa un anno, anche se con diverse pause. Le registrazioni sono state piuttosto veloci, invece, non come quelle per il cd precedente ma quasi. Grazie a "God Is A Major" molta gente si è interessata alle mie cose, come la 5 Roses, che è un'agenzia di booking e promozione molto buona.

Farai un altro video, sulla scia di "Stoned", un brano del cd precedente?
Ci sto pensando, anche se l'esperienza di "Stoned" mi ha lasciato l'amaro in bocca. È un video che non rispetta il senso del pezzo. I Mozukin hanno fatto il loro bel lavoro che ha permesso loro di vincere un po' di premi, ma sembra un video di Nek. Gli avevo chiesto se era possibile fare un altro video, oltre a "Stoned". Qualcosa di più amatoriale. Eravamo d'accordo che l'avremmo fatto, poi non si sono fatti più sentire. Ho provato a contattarli ma niente da fare. La cosa che mi fa incazzare è che non hanno avuto il coraggio di dirmi che non volevano fare un altro video. Prima dicono sì e poi spariscono. Non è un comportamento corretto.

Hai mai avuto il blocco dello scrittore?
Assolutamente no. La musica per me è un conato continuo. Il blocco dello scrittore ce l'ho quando faccio lo scrittore (ride, NdI). Poi c'è da dire che a me piacciono i dischi brevi. Questo sia perché sono cresciuto ascoltando album non troppo prolissi, sia perché credo che sia opportuno darsi un certo limite. L'artista deve dire ciò che sente nel minor tempo possibile.

Non pensi che internet e lo scambio frenetico di mp3 possa essere un altro motivo che spinge gli artisti a fare dischi sempre più brevi, dato che ormai gli ascoltatori dedicano sempre meno tempo ad ascoltare un album intero?
Questo degli mp3 non è un pensiero che mi sono mai posto. È vero però che c'è un'insensibilità all'ascolto pazzesca. C'è una stanchezza incredibile. Io, come tutti quelli della mia generazione che raccoglievano i soldi per comprare il vinile, mi ritrovo un universo davanti che mi fagocita. È difficile approcciarsi all'universo di internet. Io odio MySpace. Mi rendo conto che è utile perché mette in comunicazione i musicisti e rende tutto più fluido. Però lo detesto perché quando i mezzi di comunicazione entrano a far parte della tua rete neurale, rendendoti dipendente, c'è qualcosa che si perde a livello sensoriale. È una forma di anestesia. In un posto in cui ci stanno tutti, in realtà non ci sta nessuno. Solo uno stupido può essere contento di passare quattro ore ogni giorno davanti a un terminale. Mi sa che ci stiamo rincoglionendo. E questo si riflette sui contenuti musicali. Poi, certo, puoi dirmi che il rincoglionito sono io perché c'è gente che vede la cosa in modo più distaccato. Però questo è un mezzo che andrà calando sempre più. Ci sono già le prime avvisaglie. Io credo che MySpace abbia più utilità per il deus ex machina della grande comunicazione mondiale che per chi usufruisce della cosa solo in una piccola parte, quella più superficiale. In fondo, l'email non era già abbastanza? La musica oggi non so quanto dipenda da questa situazione. Certo è che sta andando in direzione di un'uniformità desolante. Su MySpace trovi una cosa buona ogni sette milioni di cacate.

Come uscire da una situazione simile?
È un processo individuale. Esci e incontri gente. MySpace è un mezzo democratico in quanto permette a tutti di esserci. In questo modo però, come in ogni democrazia, la mediocrità diventa lo standard. MySpace sta diventando il fine e non più il mezzo, quando le band da sempre hanno avuto i mezzi da sé per andare avanti. Alla fine su MySpace sparirà ciò che è interessante per lasciare spazio al tutto, e quindi al niente. Il caos.

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