Waines - Palermo, 17-04-2009 Intervista

27/04/2009 di

(Foto di Gabriele Trapani)

Hanno preso il nome da una pizzetta. Hanno un'etichetta discografica che cela una parolaccia all'interno di una sequenza alfanumerica. Suonano le chitarre con la profondità sonora di un Fender Jazz. Si chiamano Waines, vengono da Palermo e fanno rock'roll. Come Dio comanda. Di Manfredi Lamartina.



Fabio Rizzo (voce e chitarra della band, NdR), fughiamo ogni equivoco. Come si pronuncia il nome Waines?
Si pronuncia "uains". Non è inglese. È una parola maccheronica coniata da un tizio che vende pizzette a Palermo. Lui sostiene che le sue sono le pizzette "number waine", scritto proprio così, come il nostro nome. Dovrebbe essere quindi una storpiatura della parola "one".

E ora siete usciti con un disco che s'intitola "Stu".
Stu nella numerazione di Benny il pizzettaro dovrebbe essere l'equivalente di "two".

Che cosa rappresenta "Stu" per gli Waines?
"Stu" è il nostro primo album sulla lunga distanza, anche se in realtà si tratta del secondo, dato che abbiamo esordito con un ep un paio di anni fa. Tra l'altro alcune cose di quell'ep sono state riprese per il disco nuovo. C'è quindi una certa continuità anche a livello di contenuti tra questi due passaggi discografici targati Waines. Non ci siamo sentiti infatti di lasciare quattro di quei brani in un ep che alla fine non è mai uscito ufficialmente ed è rimasto come demo per la critica musicale. I pezzi nuovi invece rappresentano una nuova fase nella scrittura creativa della band. C'è sicuramente un approccio vocale più definito e maturo, con soluzioni armoniche e melodiche più aperte.

Da che cosa dipende questa maggiore melodia?
Dipende da tante cose. Dagli ascolti, da una maggiore consapevolezza dei nostri mezzi, dall'indipendenza artistica. Alcuni hanno detto che ricordiamo i Beatles. Per la verità nella scena attuale c'è una tale approssimazione che se qualcuno mette qualche voce in più subito scatta il paragone con i fab four anche se musicalmente sono cose diverse.

Dicevi che l'ep non è mai uscito ufficialmente. Eppure "A Controversial Earl Playing" è stato un piccolo caso nel mondo indipendente.
Abbiamo venduto mille copie. Quasi porta a porta.

Appunto. Come ti spieghi questo exploit partito dal basso?
Beh, abbiamo fatto tanti concerti che hanno ottenuto ottimi riscontri dal pubblico. In questo modo abbiamo costruito un piccolo seguito che ha spinto le vendite di un prodotto che non ha mai goduto di un appoggio promozionale. Si parla di cd fatti letteralmente in casa, masterizzati col Mac e con le copertine sfornate dalle nostre stampanti a getto d'inchiostro.

Quindi l'indipendenza funziona?
Assolutamente sì. A questi livelli funziona perché i costi sono ridottissimi e in più la tua offerta va di pari passo con la domanda, quindi il rischio d'impresa è al minimo (ride, NdI). Già con "Stu" la situazione è diversa, dato che abbiamo stampato le copie stavolta in maniera più professionale e in generale abbiamo speso qualche soldino in più. Ma dopo un mese di tour posso dire che abbiamo recuperato completamente l'investimento iniziale.

Incidere dischi ha ancora senso?
Sì, ovviamente in maniera misurata. In questi anni abbiamo imparato un mucchio di cose dal punto di vista prettamente discografico. Stiamo seguendo bene il progetto, senza fare passi più lunghi della gamba e facendoci trovare sempre pronti a tutti gli appuntamenti più importanti.

Perché allora tutti, anche in ambito indie, dicono che fare dischi è uno spreco di soldi?
Secondo me a monte deve esserci un'altra domanda: sicuro che quello che si propone piace? Perché se piace solo alla propria fidanzata o al proprio cugino c'è poco da fare. Se proponi un bel prodotto che costa poco allora stai tranquillo che lo venderai. Perché crisi o no, dieci euro per un cd li abbiamo tutti. Ci sono paesi che stanno molto peggio di noi. Una delle cose che non mi piace dell'Italia è questo darsi continuamente addosso nonostante noi non siamo l'ultima ruota del carro. Siamo semplicemente un popolo sull'orlo della depressione. Ma le cose non vanno così male.

Da quanto tempo esistono gli Waines?
Tecnicamente esistiamo dal 2005, ma noi tre ci conosciamo da una vita.

Che cosa ti è rimasto più impresso di ciò che avete fatto finora?
La vittoria di Italia Wave di due anni fa ha avuto il suo peso. Stavamo passando un periodo di stanca con la band. Io suonavo nei Second Grace e anche gli altri avevano i loro progetti. Ci siamo approcciati al concorso con un po' di inerzia. Però lì abbiamo divelto ogni barriera e abbiamo stravinto. Questo fatto ci ha motivato parecchio e così è partita la seconda fase degli Waines.

Hai citato i Second Grace. Come si conciliano, sia artisticamente che logisticamente, questi due progetti che ti vedono coinvolto?
Devo dire che finora è andata piuttosto bene. Non so se io ho condizionato in qualche modo la cosa, però in effetti non ci sono mai stati problemi nella gestione dei due gruppi. Quando una band è in produzione l'altra è in giro per l'Italia a fare concerti. Non si sono mai sovrapposte le due fasi.

È sbagliato allora definire gli Waines un side project dei Second Grace?
Assolutamente sì. Gli Waines sono il mio progetto cantautorale.

Un po' rock'n'roll come cantautore, forse.
Beh, sì. Almeno, io la vivo così. Nei Second Grace faccio parte di qualcosa che gira attorno al cantante Fabrizio Cammarata. Quando devo comporre tiro fuori roba alla Waines, non alla Second Grace.

E per quanto riguarda l'approccio alla chitarra? Che differenze ci sono?
Sicuramente c'è una differenza di potenza. Ma alla base c'è sempre lo slide, che decisamente mi distingue dall'universo chitarristico. A me la chitarra standard non piace. Poi negli Waines uso accordature più aperte e corde più spesse, mentre con i Second Grace vado più di fino e uso il pedale del volume.

Le corde più grosse servono per coprire la mancanza di basso?
Sì, tieni presente che noi generalmente usiamo una muta di corde 0.16.

In effetti sono molto più spesse della media.
Ma non è solo un discorso di chitarre. Anche Ferdinando (Piccoli, il batterista, NdR) ha sviluppato negli ultimi anni un approccio alla batteria che predilige i suoni grossi. E poi, comunque, si tratta di mentalità musicale. La nostra ci porta naturalmente in questi orizzonti.

Come si costruisce l'identità di un gruppo?
A partire dai rapporti umani. Noi suoniamo così perché ci conosciamo da un sacco di anni e siamo cresciuti musicalmente e umanamente insieme. Tanto che ormai ci intendiamo a occhi chiusi. Poi c'è anche un discorso di immagine. Noi nel nostro piccolo abbiamo creato un certo tipo di stile, anche grafico. Il logo, per esempio, l'ho creato io un pomeriggio. E, anche se non sono un designer, il risultato finale non è stato male.

Come funziona l'interscambio artistico fra voi tre? Quando siete in sala prove che cosa succede?
Intanto devo dire che la nostra sala prove è diventato un mondo sotterraneo frequentato da alcuni gruppi palermitani, come il Pan del Diavolo, i Granpa, i Second Grace e gli Omosumo. Tutte realtà collegate in qualche modo fra loro. Quindi per noi l'entrare in sala prove vuol dire portare avanti un'idea musicale a più ampio respiro. D'altronde a Palermo quello che è sempre mancato sono i nuclei di produzione, i luoghi dove suonare e una certa cooperazione tra band.

Le cover come le scegliete?
C'è una base molto ironica. Ci piace tirare fuori una proposta che venga stravolta dal nostro approccio con gli strumenti. In alcuni casi, tipo "Ny Excuse" dei Soulwax, si sono rivelati dei piccoli cavalli di battaglia. Questa storia delle cover, insomma, è un piccolo miracolo degli Waines: riusciamo a non fare apparire come un punto debole il fatto di suonare, per certi versi massacrandole, anche canzoni di altri artisti.

Tra gennaio e febbraio avete fatto un tour in tutta Italia. Che cosa è successo in occasione della data milanese?
È successo che hanno sgomberato il centro sociale Cox 18 qualche giorno prima del nostro concerto. Senza contare che durante una data precedente un vetro del nostro furgoncino si era disintegrato inspiegabilmente. Strani segnali. Ora per fortuna il Cox è stato rioccupato e noi suoneremo lì il 22 maggio.

Bene, quindi se ci sarà un nuovo sgombero sapremo di chi è la colpa. Poco fa hai citato il Pan del Diavolo. Parliamo della tua etichetta che sta dietro di loro, la 800A Records. Vuoi spiegare a chi non è palermitano che cosa vuol dire 800A?
È un modo alternativo e scherzoso per scrivere suca (ride, NdI).

Suca Records però non era male. Quali sono gli obiettivi che ti stai ponendo con questa nuova avventura?
Di per sé non sono obiettivi prettamente discografici perché non ho grandi mezzi di investimento e promozione. È più un marchio di produzione artistica. Con il Pan del Diavolo ho dato una mano in studio di registrazione, scegliendo per esempio assieme ad Alessandro Alosi (il cantante, NdR) i suoni migliori.

Come hai pescato il Pan del Diavolo?
Ho conosciuto Alessandro proprio durante la finale regionale di Italia Wave del 2007. A me i pezzi erano piaciuti subito. Poco più di un anno dopo ho pensato subito a lui quando il progetto 800A ha cominciato a prendere corpo. L'ep sta piacendo a tutti e di questo siamo molto contenti. Per l'album però cercheremo di andare un po' al di là di quanto abbiamo tirato fuori finora, perché sulla lunga distanza lo stile monocorde di quei brani potrebbe stancare. La sfida sarà di rinnovare la formula vocale senza perdere nulla in potenza e ispirazione.

Commenti (2)

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  • Jolaurlo 29/04/2009 ore 10:48 @jolaurlo

    i fantastici waines :D
    vi vogliamo Bene...
    800Ate :D

    Baci baci.

    :[ :[:[

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