Paletti: "Dobbiamo appesantire la musica leggera" Intervista

PalettiPaletti
26/01/2015 di

A due anni da "Ergo Sum", Paletti pubblica il suo secondo album, il primo per la Sugar. Un album che parla di tutto quello che gli è successo nell'ultimo anno e che vuole essere un esempio di pop diverso, alla faccia di Kekko dei Modà e dei suoi tre pezzi in gara a Sanremo. L'intervista di Marco Villa.

 

Partiamo proprio dall’inizio: cosa significa “Qui e ora”?
Nell’ultimo anno sono cambiate tante cose nella mia vita e questo mi ha fatto sentire destabilizzato, mi ha fatto mancare la terra sotto i piedi. Per comprendere meglio le cose che ti succedono, devi evitare di pensarci troppo e stare lì dove sei, concentrarti su quell’attimo sul "qui e ora", senza guardare troppo in avanti o al tuo passato. È difficile trovare un equilibrio, ma una volta che l’hai trovato, metterlo in un disco di aiuta tantissimo.

Però paradossalmente per fare “Qui e ora” ti sei dovuto allontanare, visto che l’album l’hai registrato a Berlino.
Ovunque ti trovi è “qui e ora”. Comunque andare a Berlino mi è servito, è stato un suggerimento di Matteo Cantaluppi, che lavora allo studio FunkHaus, dove ha prodotto il disco. Quest’anno Brescia mi ha assorbito talmente tanto che un periodo a distanza mi ha aiutato tantissimo a cristallizzare e a concentrarmi bene.

Qual è stato il ruolo di Matteo Cantaluppi? Vi siete confrontati molto?
Matteo ha una grossa responsabilità sul sound, anche se già dai provini mi ero staccato dalla classica combinazione da band, con chitarra-basso-batteria. Ho cambiato modus operandi: di solito mi mettevo lì con la chitarra, scrivevo pezzi e testi, andavo dal produttore e ragionavamo insieme. Qui sono partito da loop di batteria, dai synth, dal computer, tagliuzzando cose, cercando il suono e poi arrivando al testo. Un approccio più da producer.

Quando siete arrivati a Berlino a che punto erano i pezzi?
Erano abbastanza avanzati, perché con Matteo avevamo già lavorato a Milano e trovato la direzione. Andavamo a Berlino con le idee chiarissime su cosa fare. Abbiamo lavorato velocemente, in un ambiente molto figo. Un po’ lasciato a se stesso, perché il FunkHaus viene raramente pulito, ci sono foglie per terra, corridoi sporchi. Ci sono ancora gli interruttori anni ‘50, ma anche i microfoni sono di quegli anni e sono pazzeschi. Eravamo nella stanza dove hanno registrato i Phoenix ed è pazzesca: in qualsiasi punto ti metti, suona uguale.

E i testi quando sono arrivati?
Avevo già delle idee, perché durante tutto l’anno ho scritto un diario per tenere traccia del “qui e ora”, sia mie sensazioni, sia osservazioni su quanto mi colpiva. Ho dato a Matteo dei provini già molto chiusi, ma disordinati: lui ha fatto una ricerca per compattare tutto e trovare un suono al disco. Non avevo mai fatto - né come Paletti, né prima con i Record’s - un disco che suonasse così bene, così tight.

Tu hai lavorato come producer e come autore di colonne sonore per videogame: visto l’ottimo momento dell’elettronica italiana, non ti è venuta voglia di spingerti in quella direzione?
Sì, mi è venuta voglia e credo che potrei farlo in maniera interessante. Ma non sarebbe più Paletti, perché Paletti racconta cose. Sarebbe un altro progetto, con un altro nome. Avevo anche dei brani strumentali ed ero tentato di metterli nel disco. Alla fine non sono entrati, ma li metterò nei live: farò un 5-10 minuti di elettronica pura, ma comunque tutta suonata.

Quando cercavate il suono del disco, avete usato album o band come riferimenti?
No, anzi: è da questa estate che non ascolto musica, perché volevo arrivare in studio pulito. Ovviamente alcuni riferimenti sono usciti lo stesso, come i Bluvertigo in “Certezza”. Però si parla di cose che sono nella tua cultura e saltano fuori, non di suoni che ascolti e cerchi di copiare.

Qual è il pezzo di cui sei più orgoglioso?
“Qui e ora”. È quello armonicamente più complesso. Poi mi esalta “Barabba” e mi piace molto “Il suono del silenzio”: ha metriche strambe, con la voce che si muove in modo diverso dalla musica. Non sono singoli, ma sono pezzi come questi che ogni volta mi spingono a sperimentare.

C’è un pezzo che ti ha fatto impazzire e non riuscivi a chiudere?
Non riuscivo a chiudere il testo di “La La Lah”, ne sono uscito solo grazie all’aiuto di Tommaso dei TheGiornalisti. Avevo un testo in inglese e continuavo a provare parole italiane sulla stessa metrica, ma non ero convinto. Alla fine ho chiesto una mano a Tommaso: si è messo al piano e forzando un po’ ha inserito parole molto leggere e di getto, ma già con un senso. Io poi l’ho rifinita e resa mia, ma senza il suo intervento il pezzo sarebbe rimasto lì a prendere polvere e a farmi incazzare.



Dopo diversi anni da cantautore, hai vissuto una parentesi in cui sei tornato in una band, registrando un EP e poi andando in tour con gli Ex-Otago. Come hai vissuto questa deviazione?
È stato paradossale, perché io mi vedevo proiettato sempre più verso la figura del producer, che è solitaria. Però volevo fortemente questo progetto, per fare qualcosa con qualcuno e perché mi mancava tantissimo il palco. Il confronto con gli Ex-Otago mi ha fatto comprendere che ci sono altri modi di lavorare: io sono uno che va a 300 all’ora, loro invece ragionano fin troppo, tornano sui loro passi, impiegano anche 4 anni per fare un disco. Mi è servito molto, anche per il live: vorrei fare uno show più aperto, più divertito. Non solo arrivare lì, suonare bene dall’inizio alla fine e basta. Voglio comunicare un po’ di più, ma senza esagerare. Proprio come fanno gli Ex-Otago.

Sei in Sugar ormai da un anno: come sta andando?
Molte persone mi avevano detto: “adesso dovrai adattarti, ti imporranno cose”. Invece in Sugar mi hanno detto: “hai una tua identità, dobbiamo aiutarti a farla saltar fuori”, che era esattamente quello che stavo cercando di fare io. Ovviamente all’interno di Sugar non ho la stessa importanza di nomi come Elisa, Negramaro o Bocelli, ma mi stanno mettendo a disposizione i mezzi per crescere e guadagnarmi la loro considerazione. In totale libertà. Il budget che mi hanno dato non è molto più alto di quello che mi prefiggevo insieme a Foolica, ma oltre a quello adesso abbiamo un ufficio stampa più solido, una promozione più seria. Cose in più ci sono: non tanto di più, ma ci sono. Quello che mi ha stupito è la libertà, l’incoraggiamento a fare qualcosa di personale: amici che sono andati in Warner o Universal mi hanno raccontato di essersi sentiti schiacciati e loro in primis si sono sentiti in dovere di fare qualcosa di più mainstream.

Ultima domanda. Cosa cambieresti subito della musica italiana?
Cambierei il Festival di Sanremo: come kermesse su Raiuno manderei in onda il MI AMI, ma senza presentatore. Poi mi piacerebbe che non solo i teenager comprassero i dischi e vorrei che ci fosse più interesse per la musica che osa un po’, quella meno leggera. Ecco: appesantirei la musica leggera, proverei a riempirla di significati meno banali. Non è possibile sentire ancora nel 2015 “Sono una muchacha troppo sexy”. Non si possono far scrivere tre pezzi di Sanremo a Kekko dei Modà, sono cose vilmente debilitanti e scontate. Vorrei ci fossero più band come i Bluvertigo. Vorrei ci fosse più sfida, più coraggio.

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