Paolo Baldini: Italia-Giamaica e ritorno Intervista

Paolo Baldini DubfilesPaolo Baldini Dubfiles
25/05/2016 di

In Italia è ormai il nome di riferimento per tutto ciò che concerne la scena reggae, almeno dal punto di vista della produzione. Con DubFiles ha trasportato il suo gusto e le sue conoscenze anche in un progetto discografico, da subito internazionale per vocazione. Con "DubFiles at Song Embassy" si è spinto fisicamente a Kingston, nel luogo che dà le origini allo stile che suona e che ama, coinvolgendo una serie di artisti giamaicani in un album "corale" e in un documentario che ne racconta la realizzazione. In attesa di vederlo con i suoi DubFiles sul palco del MI AMI sabato 28 maggio, abbiamo fatto quattro chiacchiere con Paolo Baldini.

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Comincerei parlando di questo secondo disco, che a posteriori sembra quasi uno sbocco naturale all'esperienza del primo, a cui avevano partecipato vari artisti della scena europea. Certo l'idea di andare in Giamaica e confrontarsi con con l'underground non era affatto scontata. Com'è nato il progetto?
È nato un po' come dici tu, come prosecuzione della vocazione del primo album, e un po' anche per mettersi in gioco con una realtà genuina: da qui l'idea di fare un disco in Giamaica con dei giamaicani e in qualche modo di guadagnarsi l'attenzione di una scena, non con i meri ingaggi che puoi avere quando vai in studio, lo affitti, fai dei featuring ecc. Fai in modo che una scena underground, quindi - in senso pasoliniano - disinteressata, si misuri con te ed eventualmente approvi quello che fai. Il massimo obiettivo che potevo pormi era quello, e così è stato.

Non era il vostro primo viaggio in Giamaica, però.
Sì, i Mellow Mood c'erano già stati due anni fa per la chiusura di "Twinz", io invece sono andato per la prima volta insieme a loro proprio per produrre questo disco, a febbraio 2015. Sono partito subito al livello massimo che si poteva immaginare.

Sì, sei partito quasi con una full immersion: le dancehall nella yard di Kingston 6 duravano per ore e ore, immagino sia stata un'esperienza sfiancante.
Sì, stancante ma fisiologicamente accettabile perché comunque sono una cosa che faccio sempre. Ovviamente sono state giornate intense perché abbiamo cercato di concentrare in un colpo solo tutto quanto.



Ma com'è nata questa sinergia Italia-Giamaica?
Prima del primo viaggio, per lo meno del mio primo viaggio del 2015, abbiamo stabilito una serie di rapporti con i costituenti di questa yard - Song Embassy, che dà il nome al disco - e questa amicizia è stata coltivata anche attraverso la visione dei nostri video su YouTube da parte loro. Così in qualche modo loro hanno avuto modo di prepararsi molto bene rispetto a quello che è il mio modo di agire, il tipo di intervento che faccio con i dub, quindi erano molto preparati, per lo meno quelli che abitualmente frequentano quel luogo. Poi l'invito è stato esteso a un numero imprecisato di cantanti della scena underground locale e così quando siamo arrivati erano tipo sessanta! E si è innescata quella cosa che io all'inizio del progetto avevo azzardatamente iniziato a pensare: con il mio studio mobile, condensatissimo, io suonavo i riddim, facevo le dub version in tempo reale e i cantanti cantavano la loro canzone.

Una sorta di live jam, però registrata.
Sì, ma in realtà nessuno di loro ha registrato nel senso che ha fatto mandare prima il pezzo oppure diceva tipo "ferma rifaccio, ce l'ho": hanno tirato fuori tutti le palle perché erano attorniati da un grande numero di cantanti che aspettavano di cantare e questo per gli standard locali era già un bel pubblico, oltretutto tutti addetti ai lavori. Quindi c'era una bella chimica nell'aria e questa cosa mi ha permesso di raccogliere tutta l'energia e riversarla all'interno della registrazione, cosa che - come spiego nel documentario- non è sempre così facile da farsi in studio.

Ma non ci sono stati episodi di rivalità, tensioni? Sarebbero normali in un ambiente di addetti ai lavori come quello che descrivi.
Be', considera che di mitomani ce n'erano, dunque sì, qualcosa c'è stato, ma comunque meno di quello che succede in Italia e in Europa. Perché lì non si scherza, non si fa finta: in Giamaica come in qualsiasi parte del mondo le rivalità sono la benzina della ricerca del miglioramento. Però appunto ho notato questa cosa: la musica vince sempre. Quando un cantante imbrocca la tune si capisce che gli altri sono presi bene: anche quello che aspetta di cantare, anche quello che può essere un potenziale detrattore, se la canzone è buona, vedi che si fa trascinare, incita. Se consideri comunque che negli anni d'oro in Giamaica la gente si sparava per far mettere i propri dischi io non ho mai visto la tensione negativa che ti porta a sperare che il tuo potenziale rivale sbagli, o non la imbrocchi. Magari facevano finta, in quel caso sarebbero molto bravi: ma a me hanno dato l'idea di essere veramente genuini e voglio credere che sia così.



Indubbiamente guardando il documentario l'idea che ci si fa è quella di un ambiente informale, super allegro... mi viene in mente te che inizi a sghignazzare al mixer quando Juba Lion grida "Paolo Baldinoooo!!"
(ride) Ah sì, sì, c'è da dire che io non ho mai scelto un nome d'arte e il caso vuole che ho un nome che per un anglofono è molto difficile da pronunciare: Pablo Baldini, Paola Baldini, Paolo Baldino... ognuno dava la sua interpretazione del nome, forse se non ci provavano era meglio!

Che idea vi siete fatti della scena musicale locale, a livello non tanto di talento (quello viene fuori nel disco) ma di mezzi, di produzione?
Guarda, ti definisco una scena molto complessa, però è un'idea molto precisa quella che mi sono fatto. Negli anni '70 e nella prima metà degli anni '80, quando ancora il dominio della produzione musicale era completamente analogico, in Giamaica c'era un artigianato locale della produzione discografica incredibile, unico al mondo. Un'isola del terzo mondo che produceva una discografia enorme per un consumo interno, e che alimentava un indotto, se ci pensi è incredibile. In quegli anni si è definito il connotato estetico del dub che in qualche modo ha contribuito a una rivoluzione musicale che è ancora in corso, e che ha stabilito l'archetipo del concetto di remix. Però poi negli anni '80 sulla spinta del rinnovamento si sono buttati, come tutti, nel digitale, stabilendo da un lato i connotati di tutta la dancehall premoderna, perdendo però dall'altro tutto quel know-how, perché non c'è stato un passaggio di consegne tra i produttori della prima e quelli della seconda generazione. Il che fa sì che attualmente in Giamaica ci siano degli studi importanti dove puoi fare ancora delle cose grosse blasonati - come la Tuff Gong - e un abisso tra questi e la realtà underground che è tutta tarata sul digitale. E quindi in questo scenario succede che che magari ci sono dei produttori europei che si sono nutriti dell'essenza specifica musicale del reggae degli anni '70-'80 (uno su tutti, Alborosie) e oggigiorno rappresentano un'avanguardia nel mondo caraibico riempiendo quel buco di visione retrofuturibile e si trovano a farla meglio dei locali, almeno con un'altra cognizione. Poi rimane il fatto che c'è un underground di cantanti che si rinnova continuamente: dal punto di vista della vocalità e della struttura delle canzoni in Giamaica siamo sempre al top, il potenziale nuovo Chronixx o Protoje è solo lì che aspetta di essere scoperto.

Mi pare di capire che proprio da queste premesse fosse partito il lavoro per questo disco, che si prefigge soprattutto di dare visibilità in Europa ad artisti minori ma meritevoli della scena di Kingston. Potrebbe diventare, prima o poi (budget permettendo) una sorta di reggae review con più artisti da portare in tour? Una sorta di DubFiles internazionale?
Senz'altro può essere un'evoluzione possibile: DubFiles nella sua definizione potrebbe tenere un rapporto stretto con quelli che sono i suoi costituenti - i gemelli dei Mellow Mood, Forelock, Jules I e Andrew I - e farsi da vettore per per realtà giamaicane che adesso stiamo anche producendo al di là di questo disco. Questo disco è servito per far capire meglio cosa fa il progetto DubFiles e soprattutto far vedere che talenti si possono scovare e valorizzare anche solo lavorando una settimana nel posto giusto, nel modo giusto.

Infatti ci sono dei pezzi che sono delle potenziali hit, se pensi a come sono nati è una cosa pazzesca...
È vero. Comunque nell'idea che mi ero fatto in questi più di vent'anni di reggae music in Italia è che comunque tutti i giamaicani avessero un potenziale creativo che poteva fare di loro dei cantanti e quindi che tutti avessero almeno una big tune, una hit - lo diceva anche Chris Blackwell della Island Records.



Ci tenevo a chiederti qualcosa del progetto La Tempesta Dub. Mi sembra simbolico che un'etichetta di prima rilevanza ma da sempre indirizzata ad altri generi come La Tempesta abbia voluto allargare il suo spettro affidandovi un progetto del genere.
In effetti il mio rapporto con La Tempesta è un rapporto un po' strano, perché io non sono un consumatore medio delle loro produzioni... ovviamente la ritengo un'esperienza bellissima, una lezione totale alla discografia italiana piccola, grande e anche alla più grande: ha fatto capire alle etichette piccole come vanno fatte le cose e alle etichette grandi che forse se ne sono perse di cose.
Ad ogni modo, la mia presenza all'interno dell'etichetta non ho mai capito come venisse percepita, non tanto dal pubblico, che come sai è molto connotato, è un pubblico di forte immedesimazione, di affinità elettiva se vogliamo. Detto questo io penso che il mio contributo sia stato determinante per la crescita di certi gruppi dell'etichetta: ad esempio dal 2010 il mio rapporto continuato e stretto con i Tre Allegri Ragazzi Morti ha comunque sdoganato una loro estetica. Per assurdo loro si sono affidati a un produttore underground che si esprime con un genere musicale molto di nicchia, come quella del reggae e del dub, e facendo questo hanno avuto accesso a una grande esposizione mediatica. Sembra un po' un paradosso, ma se ci pensi è un'operazione che alla fine nel mondo si è sempre fatta: i produttori black hanno sempre dato sistematicamente quella spinta in più ad oggetti pop o indie rock e hanno spesso contribuito a rendere radiofonica una musica che di fatto non lo era, semplicemente applicando le regole standard della bella musica r&b. Come ho fatto io con i TARM e continuo a fare a ora con altri gruppi de La Tempesta, realizzando progetti gruppo per gruppo. Questo è stato il primo elemento: il secondo è stato l'ingresso dei Mellow Mood, che sono una realtà che c'azzecca ancora meno però sono l'espressione di una possibilità della musica indipendente non solo italiana ma anche internazionale. Unite queste cose qua c'erano abbastanza elementi per dire: c'è questa realtà, e possiamo gestirla. Sempre con il benestare della "cupola" de La Tempesta ovviamente, però anche con una certa autonomia e una certa gioia.

Cosa c'è in programma, nel prossimo futuro?
Io in questi giorni sto lavorando alle ultime cose del disco di Ioshi, che è veramente una bomba e non vedo l'ora che esca. Poi stiamo pensando, come ti dicevo, a fare un lavoro mirato su alcuni degli artisti giamaicani che hanno partecipato al disco, un lavoro che potrebbe diventare un album, un ep, vedremo. Poi inizieremo a lavorare al nuovo disco dei Mellow Mood. E ovviamente la dimensione live che in questo momento ci sta impegnando moltissimo.

Ed è proprio in questa dimensione che vi potremo gustare al MI AMI, dove chiuderete la serata di sabato sul Waxman Brothers Stage: con quale formazione scenderanno in campo i DubFiles?
Come di consueto io sarò al mixer per i riddim e le dub version, e al mio fianco come vocalist ci saranno Jacopo, Lorenzo e Giulio dei Mellow Mood e Forelock degli Arawak.

Ci vediamo lì!

Tag: intervista reggae

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