Paolo Benvegnù - L'uomo delle stelle Intervista

Foto di Gabriele Spadini - Foto di Gabriele Spadini -
23/03/2017 di

"H3+", il quinto album solista dell'ex leader degli Scisma è un sorprendente viaggio lontano dal Pianeta Terra, fin dentro gli abissi dell'animo umano. Per diventare un tutt'uno con l'Infinito e assaporarne la felicità.


Partiamo dal titolo. Il catione idrogenonio, anche detto H3+, è la molecola più presente nell'universo. È instabile ma non riesce a legarsi perché isolata nel vuoto spaziale.
È tutto una metafora per parlare di questo momento storico, di queste percezioni e intuizioni. Anche io mi ero perso un po' ed è stato il lavoro dei miei colleghi musicisti che mi ha riportato a terra. Volevo rispondere a una domanda: se un uomo volesse sciogliersi nella materia, ma conservando la propria memoria, la propria percezione, cosa penserebbe?

Cosa ti smuove, oggi, e ti porta a scrivere rispetto a qualche anno fa?
All'inizio con gli Scisma volevo occupare uno spazio nel mondo, era un prolungamento delle mie ambizioni e dei miei desideri. Adesso potrei anche non scrivere più. Quando non sento la necessità di scrivere su qualcosa, non scrivo: guardo. Ma più guardo e più acquisisco informazioni che mi piacerebbe tramandare, e penso sia questo il senso della vita: un passaggio in cui alcuni tramandano a noi sensazioni. Questa è l'umanità fluida alla quale io ambisco, non certo la “società” liquida in cui siamo immersi. Mi viene da scrivere soltanto quando davvero non posso farne a meno, ed è perché ho una storia in testa e mi si muove nello spazio circostante e mi incuriosisce e va verso lo sconosciuto che è in me. Ciò che temo di più, l'oscuro spazio profondo: ogni volta che finisco, come un subacqueo risalgo e respiro con più facilità.

È il terzo disco della “trilogia dell'H” dopo "Hermann" e "Earth Hotel". Credo ci sia un filo comune a tutti e tre i lavori: la ricerca e la scoperta. Sbaglio?
Da "Rosemary Plexiglass" scrivo lo stesso film, in continuum come lo è la vita. Con "Hermann" l'idea era quella di fare una storia dell'Uomo, presuntuosamente condensata in tredici brani. "Earth Hotel" è più concentrato sul nostro presente, il post moderno, l'uomo negli spazi chiusi. Penso di parlare sempre dello stesso personaggio, inconsciamente, senza che ai tempi di "Hermann" ci fosse una predeterminazione. Ad averlo saputo avrei fatto subito un triplo, ma ogni cosa va verso un'altra: nel trovare un percorso, nel seguirlo alla cieca, a mia insaputa.



Protagonista dell'album è Victor Neuer, dal nome segnaletico. Da dove è spuntato fuori questo esploratore dello Spazio?
Avevo bisogno di un alter ego, perché la mia è una esplorazione “salgariana”, di fantasia. C'è stato un momento in cui ho sperato di potermi sciogliere nel tutto, senza l'ambizione di diventarlo, il Tutto. Per andare oltre l'”essere o non essere” di shakespeariana memoria, ho pensato a qualcuno che volesse sciogliersi nell'infinito, mantenendo la propria individualità. Mi son chiesto di che cosa avessi nostalgia, paura, vergogna. Ho iniziato a muovere questi scacchi e le risposte sono venute da sé, sotto forma di canzoni. Non avrei mai pensato di scrivere una sorta di disco di “fantascienza”, che per me è sempre una fuga dalla realtà. Ma siamo fatti della stessa materia delle stelle e ogni cosa ci parla, anche se non conosciamo i sistemi di comunicazione, o forse non siamo noi attenti.

In "Earth Hotel" entravi nel Pianeta Terra come fosse un palazzo. Ora abbandoni il Mondo, esplicitamente in "Goodbye Planet Earth", per poi trovarne un altro solo alla fine del viaggio. Andare via per cercare cosa?
Esatto, questa è la domanda. Perché abbandonare ciò che ti conforta, che è da te conosciuto e che ti fa respirare in maniera semplice per andare verso altro e camminare su un filo? Sono convinto che chi scriva canzoni abbia degli spazi da riempire. Il ritorno vero di questo fantomatico Victor Neuer è sotto forma di pioggia: tutto cade e così anche lui. Hai mai pensato, “perché non riesco ad amare le cose quando le ho, ma solo dopo, per nostalgia”? La felicità per me non è legata alla nostalgia né al futuro che sarà, ma alla possibilità di essere un mezzo per tramandare informazioni. Ma il mio affetto non deve essere nostalgicamente ricurvo sul passato. È qui ed è tutto qui. Quello che non riuscivo a fare era amare una cosa che fosse “qui”. È un piccolo passo nella comprensione per cercare di essere un interlocutore vivente per qualcun altro.



Il cervello umano non riesce a capire il vuoto, ne abbiamo una idea solo perché c'è qualcos'altro intorno: capiamo lo Spazio perché ci sono le stelle. Cosa succede a Victor Neuer transitando nell'immensità?
In "Olovisione in parte terza" Victor Neuer, transitando negli spazi interstellari, si innamora di una “olovisione”, un film, ci parla, ci interagisce. Mi son domandato proprio questo: perché abbiamo così tanto bisogno di punti di riferimento? Non ho alcuna risposta a questo, ma perché non sono arrivato in fondo ai miei abissi. Ci sono arrivato vicino, scrivendo questa storia. Non so se come prossimo passo vorrò andare da quelle parti ancora.

Alla fine del suo viaggio Victor Neuer ha attraversato l'infinitamente grande tanto quanto l'infinitamente piccolo. Cosa unisce le due cose? E dove ci troviamo noi?
La specularità. Sono convinto, per motivi che non comprendo, che la vita, gli esseri viventi e il Multiverso in cui abitiamo, siano speculari. Crescono in conformazione e biunivocità di informazione nell'inconscio più assoluto. Per questo in "No drinks No food" c'è il centro del mio pensiero attuale: “sono sicuro, ogni cosa ha il suo respiro e ci respira accanto”. Sono convinto che nella nostra sfera tutto ci parli e noi rispondiamo come siamo capaci. Ed è più semplice sentire il sussurrare delle onde, lo stormire del vento, ma è ancora troppo poco. Forse siamo diventati noi troppo poco, per arrivare a questo stadio di comprensione, che puoi superare solo se vai dall'altra parte.

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