La prima volta che ho visto i Parabat era aprile, al mercato coperto della cittadina in cui ormai non vivo più, e la cosa che ricordo meglio non è sul palco ma sotto: corpi che si spingevano, un pogo nato dal niente in una provincia dove ai concerti di solito si sta fermi, e riff riconoscibili al primo ascolto, il che, per una band al debutto, è quasi un miracolo. Quella sera qualcuno si è pure fatto male. "Fa parte del gioco", mi dicono adesso, seduti davanti a un caffè, alquanto divertiti all’idea che qualcuno si sia spintonato così tanto.
I Parabat sono quattro ragazzi che vengono dall'Irpinia: Samuel, voce e chitarra, Angelo alla batteria, Getulio, Get, alla chitarra solista, Christian al basso, che tutti chiamano il prof, il professionista, nonostante sia il più piccolo e abbassi nettamente l'età media della band (ferma comunque sotto i trenta). Samuel e Angelo si conoscono dalle scuole medie e suonano da quando avevano sette, otto anni. Da ragazzini avevano una cover band che girava i locali di Avellino quando i locali lì ancora esistevano. "Facevamo un bordello incredibile", ricorda Samuel. "Eravamo stupidi e cattivi, due nani malvagi che picchiavano sugli strumenti", e la gente li andava a vedere anche per quello. Poi le strade si dividono, come si dividono sempre quando uno inizia a crescere: chi il cinema, chi l'università, chi i progetti personali. Quando provano a rimettere insieme la vecchia formazione non funziona: le distanze geografiche, certo, ma soprattutto le intenzioni. Quello che Samuel e Angelo volevano - scrivere musica propria e raccontare qualcosa di vero - non si poteva fare con le persone con cui avevano iniziato da bambini.

Get arriva dopo una jam nell'inverno avellinese – "un provino involontario" lo definiscono ridendo: prende la chitarra in mano, Samuel guarda Angelo e capiscono che è lui. Il prof arriva via WhatsApp, senza che si conoscessero: si vedono una sera a casa di Samuel a parlare solo di che cosa ascolti e che cosa no, un quarto d'ora a suonare, due giorni dopo la sala prove, una settimana dopo il primo live.
Il loro modo di fare così allegro e scherzoso – si guardano tantissimo al nostro tavolo e si incitano a parlare a vicenda – sembra cozzare con la scelta aggressiva del nome. Il Nanga Parbat è alto 8126 metri, un colosso di rocce spigolose e aspre che costituiscono una delle vette più alte del mondo e una delle più letali. "Ci muore un sacco di gente sopra" mi spiegano – e i Parabat ne hanno estratto il concetto. "Questa terra è killer", spiega Samuel, "è un qualcosa di bellissimo che amiamo e che allo stesso tempo ti può uccidere. Se vai via ti porti dietro gli strascichi, e se rimani qua ce li hai tutti i giorni davanti". È la frase che contiene tutto il disco d'esordio (prossimo all’uscita), nove tracce che raccontano l'Irpinia e il vivere in provincia senza cedere né alla cartolina né al risentimento: una terra che si ama e si odia insieme, e la scrittura diaristica sta esattamente dentro quell'ambivalenza, senza risolverla.

Per definire quello che fanno, i Parabat hanno coniato un termine: mountain rock. "Per noi, almeno, esiste", precisa Samuel, e la precisazione è importante – non è la pretesa di aver inventato un genere (per ora, aggiungo io), ma è il nome che si dà a un legame, quello tra la musica e il territorio, tra il rock e la montagna. L'album è stato scritto così, andando a pranzo in posti sperduti, passando giornate in mezzo al verde verdissimo dell’Irpinia, salendo in macchina senza motivo logico solo per sentire la roba appena scritta e capire se funziona.Il mountain rock è anche uno stile di vita, mi spiegano: stare con gli amici davanti al fuoco con le chitarre, perdersi nella natura, staccare. "Gli altri magari lo chiamano semplicemente barbecue", ammette Samuel, "però non è proprio la stessa cosa" – e in effetti no, perché c'è sempre il mondo musicale vicino, e perché quel gesto antichissimo di accendere un fuoco e raccontarsi storie intorno è, alla fine, esattamente quello che fanno: o se le suonano, o se le raccontano, purché tra l’erba.
Le canzoni, invece, vengono dalle nuvole plumbee che spesso coprono questa parte di cielo.
"Ad Avellino piove tanto", constata Samuel, e da lì parte tutto:un luogo "che non ti dà niente, quasi nulla, ma che ha un potenziale incredibile"; l'isolamento che costringe a inventarsi qualcosa da fare, le dinamiche tremende delle cittadine di provincia – il giudizio, il dito puntato – e uno strato profondo di incazzatura che diventa materia sonora. I riff, dice, li scrivono duri perché sono sovrapponibili a quello che vivono ogni giorno: la pesantezza di un territorio che non si muove, che è lento, che oltre a farti arrabbiare ti delude, nonostante il legame e l’amore che restano una costante. Angelo rivendica di non esserci andato piano – "quasi da fabbro", ammette, un lavoro d'incudine – e commento ridendo che si nota, pensando a quando li ho visti suonare il 31 luglio al festival InColti, ricordando il modo in cui picchiava fortissimo sulla batteria.

Get commenta: "La nostra terra è come un diamante grezzo. La vedi ed è bellissima, ma è difficile da vivere. Volevo che la mia chitarra suonasse così". E infatti nei suoi assoli si aprono squarci di ricerca ariosissimi. Il prof, che comunque non si esime dal picchiare il basso, la mette sul filosofico: quello che fanno è "una testimonianza del nichilismo giovanile che si prova a vivere qua", un lavoro di artigianato più che una posa d'artista.
Quello che fanno guarda chiaramente a due generi – ilgrunge e lo stoner – la cui lingua madre è l'inglese mentre loro li portano in italiano. La scelta non è un caso. "L'inglese è un ottimo modo per nascondersi", sostiene Samuel, "per non dire delle cose, o per dirle e non farsi capire" e invece, quello che trapela dalla loro musica è una grande incazzatura per l’incomunicabilità di fondo e un faticoso e disperato tentativo di comunicare qualcosa, rompere la solitudine della provincia, ma non solo. Samuel spiega che ha vissuto a Roma per anni, e la solitudine non è tanto una questione di provincia: l'ha provata anche lì. "A un certo punto ho scelto tra il sentirmi solo a Roma e il sentirmi solo tra le montagne, e ho preferito le montagne" – anche perché, aggiunge, non c'è traffico. Ma è tornando qui, diventando in quattro a camminare insieme e spalleggiarsi, che quella solitudine paradossalmente è finita e hanno trovato il loro modo di raccontare le cose, ispirandosi sì a quello che gli piace, ma masticandolo e spuntandolo fuori più simile a loro. Dove lo stoner è caldo, orizzontale, dilatato come il deserto che l'ha generato, il suono dei Parabat è freddo e verticale come la montagna da cui prende il nome.
Dal vivo questa architettura si sente tutta, ed è lì che il mountain rock smette di essere una definizione e diventa un fatto acustico. Al festival InColti hanno suonato all'aperto, proprio vicini a quelle montagne da cui prendono forma, ed è lì che raggiungono la loro pienezza. Circondati dal verde, i pezzi si dilatano e il suono viene avanti con violenza. Restano suoni distorti e tanta rabbia che si disperde nell’aria, dissipandosi nei corpi che si muovono assieme e che hanno bisogno di muoversi perché la musica gliel’ha chiesto e il corpo ha obbedito prima dell’input della vergogna.

I Parabat, ci tengono a precisare, sono una band molto più fuori dalla sala prove che dentro: si vedono quotidianamente, hanno registrato il disco quasi senza provare, quattro teste che pensano uguale anche "probabilmente per una grande botta di culo". Quando chiedo se non temano la saturazione – tutte le band che ho intervistato fino ad ora mi hanno giurato che per sopravvivere bisogna vedersi poco – Samuel mi risponde con una domanda: "Tu hai i tatuaggi? Ti sei mai stancata di un tatuaggio? Parabat è un corpo. Non mi posso stancare del piede sennò come cammino?".
C'è una cosa, però, su cui i Parabat non scherzano, ed è la musica stessa. "La musica è una cosa estremamente seria", scandisce Samuel quando gli riporto quel discorso per cui l'arte deve solo divertire. "Il divertimento viene dopo. La musica veicola messaggi, e chi sale su un palco si assume la responsabilità di quello che dice e di quello che suona". Nel mainstream di oggi, secondo lui, quella responsabilità viene sempre più a mancare – "siamo stati diseducati all'ascolto" – e allora fare un disco intero oggi, nove tracce pensate come un racconto, contro tutti i discografici che consigliano di spezzarlo, diventa un atto di fede: la speranza, dicono, che esista ancora gente che un album lo ascolti religiosamente, dalla prima all'ultima traccia, come si guarda un film senza saltare le scene.
Eppure, tra tutti i dischi e i singoli e le canzoni che si trovano in giro, non resisto e gli domando perché il mondo, in questo oceano di musica pubblicata e/o autopubblicata, avrebbe bisogno di una canzone dei Parabat. E la risposta è la più onesta che potessero darmi: non ne ha bisogno. "Magari non sono le masse" dice Samuel, "ma ci potrebbero essere tre persone che, ascoltando quello che abbiamo da dire, si ritrovano nei nostri concetti e riescono a provare un'emozione che non hanno mai saputo come spiegare". E che in un mondo anestetizzato, aggiunge, è ormai quasi un lusso.
Il prof – un po’ più contenuto e taciturno degli altri – decide di chiudere la nostra conversazione con un’immagine ben precisa, quella di una boa, di qualcosa a cui aggrapparsi nell'oceano. Mentre la appunto sul mio foglio velocemente, penso che sia proprio una buona immagina per chiudere il pezzo perché mi vengono subito in mente il Mercato Nero ad aprile e il Festival InColti a luglio. Penso ai corpi che si spingevano sotto il palco senza che nessuno glielo avesse chiesto e a quell'atto collettivo, primordiale, mentre il volume della musica è altissimo, di gente che si tocca e si spinge ma che, a modo suo, si appoggia all’altro, reggendosi anche assieme.
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L'articolo Ama la terra che ti uccide di SaraPaolella è apparso su Rockit.it il 2026-09-01 11:19:00

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