Patty Pravo - #pazzaidea Intervista

Patty Pravo - Lei è sempre stata la più rock di tutti, “la nostra Keith Richards” come l’ha definita Vasco Rossi, una volta tanto nel giusto. Ed è una superstar, del tipo che ha scarrozzato Hendrix in giro per Roma, che si scambia il tabacco con Robert Plant o che la notte chiacchiera con Anita Pallemberg (la musPatty Pravo - Lei è sempre stata la più rock di tutti, “la nostra Keith Richards” come l’ha definita Vasco Rossi, una volta tanto nel giusto. Ed è una superstar, del tipo che ha scarrozzato Hendrix in giro per Roma, che si scambia il tabacco con Robert Plant o che la notte chiacchiera con Anita Pallemberg (la mus
20/05/2013 di

Lei è sempre stata la più rock di tutti, “la nostra Keith Richards” come l’ha definita Vasco Rossi, una volta tanto nel giusto. Ed è una superstar, del tipo che ha scarrozzato Hendrix in giro per Roma, che si scambia il tabacco con Robert Plant o che la notte chiacchiera con Anita Pallemberg (la musa dei Rolling Stones). Ti immagini chissà quale distacco, e invece no: disponibilissima, gentilissima, alla mano, sempre distesa e sorridente. Un lungo articolo preparatorio per il MI AMI (suonerà il 9 giugno): si passa in rassegna tutti i suoi dischi più importanti e la sua carriera artistica. L'intervista di Renzo Stefanel.

Partiamo dall'inizio. Il nome te lo sei scelta da sola, prima Guy Magenta e poi, verso la metà degli anni 60, Patty Pravo, citando le anime prave dell’“Inferno” di Dante. Fai subito scandalo - nell’Italia che prendeva a botte i “capelloni” - e i giornali ti attribuiscono affermazioni tipo: “la verginità è un ingombro inutile”.
Un ingombro inutile? Non l’ho detto, ma lo pensavo, probabilmente (ride, NdA). Allora dicevano che mi facevo gli uomini come i Kleenex, che gli uomini per me erano come sigarette. Allora era abbastanza normale disegnarmi così, ero una persona libera dopotutto. Anzi, lo trovavo piuttosto divertente. Eppure io non ho mai pensato a creare scandali. Probabilmente ero una persona abbastanza avanti per i tempi.

Per l’Italia senz’altro. A maggio 1968, si porta in giro per Roma nella Cinquecento di Alberto Marozzi (oggi regista e programmista Rai) un Hendrix che, appena finito il concerto al Titan, si rilassa a suon di canne: li ferma la polizia, ma, grazie alla sua notorietà, Patty evita guai al dio della chitarra. È sempre lei che guida un corteo felliniano di celebrità strafatte che si recano a una festa a casa del sassofonista jazz argentino Gato Barbieri e che si arenano in un viottolo di campagna, finendo per pernottare lì. È lei al centro di una rete di amicizie che coinvolge Mick Jagger, Keith Richards, l’artista pop Mario Schifano, la modella Donyale Luna (una delle muse di Andy Warhol), Carmelo Bene, Anita Pallenberg, allora la donna di Brian Jones.

Non dirmi che non era una vita di splendidi eccessi.
No, no, magari, guarda, io la augurerei a tutti. Sono stata fortunata perché in quel periodo e anche oltre si poteva frequentare della gente di quel livello e di grande interesse. Poi sono rimasta amica fino alla fine, fino ad adesso, di chi è rimasto (sorride, NdA). A volte mi sento con la Pallenberg, ad esempio. Mi chiama di notte. Difatti ho un numero apposta per le chiamate notturne. Ci raccontiamo di come vanno le cose: normali conversazioni. Ma allora Roma era splendida, ora ovviamente è cambiata, ma è cambiato il mondo, non solo Roma...

I primi 45 giri (“Ragazzo triste”, “Sto con te”, “Se perdo te”) sono beat e soul della migliore specie.
“Se perdo te” è un bel pezzo, che è piaciuto moltissimo in tutto il mondo, soprattutto in Giappone.

Poi a tradimento Lilli Greco della RCA ti fa registrare “La bambola”, che non ti è mai piaciuta perché non ti riconoscevi affatto in quell’immagine di donna dipendente dal suo uomo.
Certo, fare “La bambola” è stata una bella botta. Però, insomma, anche sputarci su non è carino: mi ha portato internazionalmente molto bene. Cioè, io mi son trovata a 17-18 anni a girare il mondo tranquillamente. Diciamo che ho fatto il pop e sono andata al top. Poi sono andata alla canzone francese, poi sono tornata al pop, poi mi sono fatta un po’ di anni di rock. Adesso speriamo di fare un po’ bene tutto... (ride, NdA)

A questo punto si apre un periodo in cui per lo stile di vita, le frequentazioni, eri molto rock…
Eh, beh, si...

…ma nei dischi eri più melodica, quasi una nuova Edith Piaf. Una tendenza che si accentua soprattutto negli album con la Philips: una fase in cui venivi presentata come una grande signora. Quando invece avevi vent’anni.
Sì, ma è stato divertentissimo (ride, NdA). Lì mi sono travestita: ero diventata una donna di 50 anni portati pure male, oltretutto, a parte per come cantavo, nell’estetica. Mi sono divertita pure molto, devo dire, con i miei ultravibrati e una scelta di canzoni e di conoscenze, da Leo Ferré, che è stato un meraviglioso amico mio, oltre che una persona che ho sempre amato, totalmente, come artista, a Jacques Brel, a Vinicius De Moraes. E ringraziando il cielo ho avuto il piacere di avere avuto amicizia con questi signori. Ed è sempre stata una scelta mia, totalmente.

E mentre fai la signora della canzone melodica, nel 1970 vai a Dakar in vacanza e conosci Robert Plant.
Sì, eravamo tutti e due nello stesso hotel: anche lui è un grande amante dei deserti, perciò ci siamo incontrati ed è nata un’amicizia. E poi tra l’altro il mio bassista ha anche prodotto un disco suo negli anni seguenti, molto bello, tra l’altro. Robert è una persona deliziosissima. Per esempio, quando sono in America, mi manda il tabacco da Birmingham, quello che piace a me, marrone, e mi manda anche il tabacco bianco, che è pericolosissimo da usare perché tutti quelli che lo vedono pensano che usi qualcos’altro. (ride, NdA)

Poi quando torni alla RCA, con “Pazza idea”, spingi anche per fare “I giardini di Kensington” che era poi “Walk on the Wild Side” di Lou Reed…
No, no, io volevo fare “Pazza idea”. Poi abbiamo fatto anche “I giardini di Kensington”, ovviamente non era possibile tradurre il testo dall’inglese e quindi mi è piaciuto moltissimo la versione che ne ha fatto Maurizio Monti. Piacevolissima: sembra da bambini. È un sogno di bambino.

“Walk on the Wild Side” sta in “Transformer”, il disco del rilancio di Lou Reed, prodotto da David Bowie nel 1972, lo stesso anno in cui il musicista di Brixton era divenuto una star internazionale con “Ziggy Stardust”. Il 2 agosto 1973, un mese dopo aver annunciato la fine di Ziggy dal palco dell’Hammersmith Odeon di Londra, finite le registrazioni di “Pin-ups” allo Chateau d’Hérouville, presso Parigi, Bowie arriva a Roma in treno con la moglie Angela Barnett, il figlio Zowie e cinque persone dello staff per qualche giorno di relax. Si trattiene fino al 7 agosto, quando riparte, sempre in treno, per l’Inghilterra.

E in quei cinque giorni, naturalmente, tu vai a conoscerlo.
Eh, sì, è stato molto piacevole. Bowie è una persona deliziosa, come anche sua moglie di allora. Eravamo in una bella casa sull’Appia antica, con una bella piscina, e ci siamo incontrati, abbiamo chiacchierato: una giornata normale. Poi ci siamo rivisti a Londra e un po’ in giro.

C’era anche Carlo Basile - allora responsabile del repertorio internazionale RCA - con te, in quell’occasione? Perché so che era lui che teneva i rapporti con Bowie e che gli consegnò “Il mio canto libero” di Battisti, da cui poi Bowie trasse “Music Is Lethal”, la cover di “Io vorrei… non vorrei… ma se vuoi…” regalata a Mick Ronson nel 1974.
No, no, queste erano cose indipendenti dalla RCA. Erano conoscenze comuni, di persone comuni i cui nomi non ti direbbero nulla.

Nel 1974 all’album “Mai una signora” partecipa Alberto Camerini. Gira voce che ci sia stata una storia.
Guarda, assolutamente no: lui faceva il chitarrista nel mio gruppo. Finito il disco, finita lì.

In “Incontro”, del 1975, ci sono “Mercato dei fiori” di De Gregori e “Le tue mani su di me” di Venditti, che tu frequentavi in amicizia. Non era più la Roma folle degli Stones…
(ride, NdA) No, era un po’ diverso, ma erano comunque tempi piacevoli. La RCA era un posto dove si andava, c’erano le sale prove, c’erano gli artisti… Poi Francesco è una persona meravigliosa e Antonello anche, quindi… perché non frequentarli?


Altra voce: De Gregori in “Quattro cani” alluderebbe a te, oltre che ad altri.
Giuro, non la conosco. Chiederò a Francesco quando lo vedo.

Tutti questi album esibiscono progressivamente una matrice più rock.
Eh, sì, poi ho fatto “Biafra”, che secondo me è uno degli album più belli che siano stati fatti in Italia in quel periodo…

Lì ci sono “La mela in tasca” e “Piramidi di vetro”, cover dei greci Socrates Drank the Conium… Come li hai trovati? Non erano un gruppo internazionalmente noto.
No, assolutamente no. Li ho conosciuti perché c’era un’amicizia di molti anni prima con gli Aphrodite’s Child e Vangelis li produceva. Nel 1976 ho fatto un album con lui, “Tanto”, e così ho conosciuto anche questi gruppi e questi personaggi. In “Biafra” ho fatto tutto: arrangiamenti, testi, missaggi, ho suonato. Mi sono divertita moltissimo.

Una svolta radicale. A partire dalla copertina, in bianco e nero come se fosse una radiografia, tu magrissima più del solito…
Eh, sì, infatti. Con una colomba che sembrava una mucca! (ride, NdA)

Molto coraggioso, perché il pubblico ti identificava con un altro personaggio…
Certo. Poi non è stato per niente sponsorizzato, quell’album, nel senso che non è stato neanche distribuito, praticamente. Erano proprio impauriti.

Eppure c’era anche un video, per “La mela in tasca”, con te che canti in mezzo a delle montagne…
Ah, quello, era una trasmissione penso spagnola, di sicuro non italiana e non sponsorizzata dalla RCA, girato quindi in Spagna.

Nasce proprio una nuova dimensione, perché hai di nuovo una band fissa. Non so se è in relazione con la tua svolta rock.
Ma sai, in quel periodo lì avevo affittato un albergo a Roncobilaccio, dove avevamo fatto una sala prove meravigliosa con un impianto stupendo e avevo appunto la mia band, ma anche molti musicisti che potevano passare e fermarsi a suonare con noi.

L’hotel è in realtà un motel, il Motel Roncobilaccio, ancora oggi esistente. La sala prove ce l’avevano impiantata, accanto alla lavanderia, nel deposito della carta igienica, i Pooh. Fu lì che nel 1973 fecero l’audizione a Red Canzian, per sostituire Riccardo Fogli, che aveva deciso di intraprendere la carriera solista proprio quando stava con Patty. Curiosamente, o forse no, Venditti cita proprio in Roncobilaccio “Bomba o non bomba”.

Ed è per questo che Venditti cita Roncobilaccio in “Bomba o non bomba”?
Mah, non so, non me lo ha mai detto, quindi non penso. Sarà stata una cosa a prescindere.

In quel periodo, tra 1973 e 1978, eri dipendente da oppiacei. È stata una dipendenza pesante?
No, assolutamente no. È stato un gioco. Mi sono gestita molto bene.

E non tutti sanno che nel 1992 sei stata in galera tre giorni per possesso di hashish.
Pensa che il possesso di hashish era uno spinello: una cosa ridicola. La cosa sgradevole è che il giorno dopo sono usciti tutti i giornali scrivendo che ero in possesso di cocaina, che io non ho mai usato, perché non mi piace. La reputo una droga borghese.

Che idea hai sul fatto che oggi la cocaina sia così diffusa.
Eh, dall’80 in poi. Forse anche da prima, a dir la verità. Ma nei 60 ogni tanto si sperimentava perché era una cosa divertente: adesso è proprio diventata un’ossessione, ovviamente senza dimenticarsi dell'alcool.

Nel 1978 esce “Miss Italia”, orfano del brano che dà il titolo al disco, una cover, molto migliore dell’originale, di “Miss America” degli Styx. “Miss Italia” viene censurata e rimane inedita fino al 1993, quando viene inserita in un cofanetto di inediti. Motivo della censura il testo, ritenuto troppo allusivo e polemico nei confronti del partito di governo, la Democrazia Cristiana.
Non era la prima volta che mi censuravano. Ma, sai, ho avuto l’idea di portare quel pezzo alla RCA il giorno che le Brigate Rosse hanno ucciso Moro e quindi non era proprio adatto per essere presentato. “Miss Italia” mi sembra uno spaccato che vada bene anche adesso per l’Italia, se hai letto bene il testo sarai d'accordo con me...

La fine degli anni 70 coincide anche con il “periodo sexy” di Pravo. Compare nuda sulle riviste erotiche Playboy, Playmen, Penthouse e su quelle porno Men e Le Ore, in servizi che paiono un’anticipazione di quanto farà 14 anni dopo Madonna con “Sex”. Patty compare a seno nudo perfino a “Stryx”, quando interpreta “Johnny”. Va da sé che ci sono forti problemi con la stampa scandalistica italiana. Nel 1979, alla presentazione del “Munich Album” dichiara: “Non ho mai, o quasi mai , fatto cause e sì che potrei dare lavoro a un intero studio legale. Basta pensare alle fregnacce che in tutti questi anni hanno scritto di me”. L’anno dopo scappa in California per sottrarsi alle rivista di gossip.

Quante erano fregnacce? E quanto legittimo desiderio di privacy?
Erano parecchie fregnacce. Però, sai, una cosa è quando te le ritrovi al momento, poi quando si accumulano diventa pesante.

In California, tutto un altro clima.
Eh, beh, sì certo. Per due anni non ho cantato e ho vissuto come una persona normale. Mi sono disintossicata da tutto. Tra l’altro avevo degli amici e dei musicisti con cui avevo già collaborato che erano nel mio gruppo e quindi mi sono trovata molto bene. Tuttora ho casa a San Francisco e ogni tanto me ne torno. Quando posso, prendo l’aereo e ci vado.

Lì è nato “Cerchi” (1982), uno dei tuoi dischi più belli, per quel che se ne può sentire, dato che non si trova da nessuna parte.
Eh, no: non è stato praticamente distribuito. Era prodotto da David Kahne, che poi è diventato un personaggio molto importante della discografia americana (ha prodotto Paul McCartney, The Strokes, The Bangles, New Order, Lana Del Rey e Regina Spektor, tra gli altri. Ed è vicepresidente della Warner Bros. NdR). Me l’hanno chiesto la Capitol americana: avevo del materiale scritto con Martinez (Paul Martinez il suo bassista, NdR) e l’ho fatto, molto velocemente. Era nato in inglese: poi, in una notte, ho dovuto fare i testi in italiano.

Domenica 9 giugno suoni al MI AMI, come ti ci senti? Normale amministrazione o qualcosa di più del solito concerto?
Sì, è interessante. Ci sono tutti giovani o comunque un po’ di avanguardia, infatti non vengo con il gruppo col quale normalmente lavoro. Ho messo su per l’occasione un trio, con synthetizer vari, chitarre e un polistrumentista. L’ho pensato appositamente per il MI AMI ma farò come sempre i miei successi.

Senz’altro andrà molto diversamente rispetto a Napoli '73, al festival d'Avanguardia e Nuove Tendenze…
Mah, allora è stato anche divertente, devo dire.

Ah si?
È piacevole essere contestati. Ci furono ortaggi e verdure buttati, però solo da una parte del pubblico. Mi ricordo molto bene il live di Maurizio Monti (che tra l’altro era uno dei miei autori del momento, e anche molto interessante: scriveva da Dio), con lui che prendeva gli ortaggi e ci giocava a calcio sul palcoscenico. Una parte di gente contestava, ma le famiglie si incazzarono e si misero di traverso. Quindi c’era contestazione dentro e fuori il palco.

Stiamo parlando di quarant’anni fa: tra 7 e il 10 giugno del 1973. Patty ha appena registrato “Pazza idea” con l'RCA. Ennio Melis, direttore generale dell’etichetta romana, sa benissimo che cosa sarebbe successo, negli anni di piombo, a mandare una star come Pravo a una rassegna alternativa, dominata dal jazz rock e dal progressive di nomi come Alan Sorrenti, Quella Vecchia Locanda, Museo Rosenbach, Rovescio della Medaglia, Perigeo, Il Cervello. Ma quello che Melis cerca è proprio “un bagno di sangue”, come dice a Lilli Greco, per fare notizia, anche perché il disco è uscito ad aprile e non è ancora nemmeno in Top ten. L'idea però funzionò, un mese dopo, il 45 giri di “Pazza idea”, entra in classifica al numero tre: resterà in Top ten per 21 settimane, di cui ben nove al numero uno.

Infine, di recente hai lavorato con diversi nuovi autori. Conosci qualcuno di quelli che suonano al MI AMI? Che ne pensi?
Guarda, ho visto il programma delle serate. Mi piace ascoltare, capire, alcuni li conosco. Mi sembra che ci sia gente che sperimenta e che meriti molto.

Tag: mi ami

Commenti (10)

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  • alia 22/05/2013 ore 18:36 @alia76

    non so quanti ventenni di oggi conoscano la grandezza, se non altro di intenti e di volontà di sperimentazione, di questi "dinosauri" della musica italiana. L'idea di avvicinare il mondo "rockit" ad artisti di tale spessore è ammirevole. al miami poi. continuerei su questa strada. con altri nomi che magari oggi vivono un po' nell'ombra ma che in passato hanno davvero lasciato il segno. àlia

  • Faustiko Murizzi 23/05/2013 ore 11:55 @faustiko

    àlia ce stai a coglionà? :-)

  • alia 23/05/2013 ore 17:40 @alia76

    sono serissimo.

  • Fabrizio Rioda 24/05/2013 ore 09:56 @saggiofaggio

    Bella intervista, forse un po' didascalica.....
    Ma quando avete per le mani dei personaggioni, non potete mettere in palio tra noi la possibilità di fare una domanda?

  • Giulio Pons 27/05/2013 ore 12:13 @pons

    Fabrizio Rioda giusto. Terremo presente!

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