Litfiba - Perugia - Palasport, 19-02-2002 Intervista

27/02/2002 di Simona Cortona

Ho intervistato i Litfiba per cercare di capire dalla voce di Cabo - e avrei voluto anche sentire quella di Ghigo, ma mi è sfuggito per ben due volte - quanto questa nuova band sia pronta a mettersi in gioco, a riscattarsi da tutte quelle etichette che gli sono state appiccicate addosso, a prendere definitivamente quella strada che appartiene solo a loro



Rockit: Cominciamo subito con la domanda più cattiva?

Cabo: Fai un po’ quello che ti pare..

Rockit: Il 1999 è stato l’anno del vostro divorzio. Quanto è stato difficile ricominciare?

Cabo: Per me è stato un po’ iniziare. Il progetto Litfiba aveva delle linee chiare, nitide che poi si sono un po’ disperse... Per me è stato un iniziare da zero visto che arrivavo dal nulla. E’ stato difficile in quanto sentivo una certa pressione. Andare a sostituire, andare a mettersi in gioco rischiando di essere paragonato ad un passato di cui io non ho nessuna colpa... Ho dato allora il meglio di me stesso e, sai, in queste situazioni non è mai facile! Ho contato solamente su i miei panni. Era una situazione completamente nuova, professionale, dove vieni paragonato, confrontato e non è facile, non riesci nemmeno ad esprimerti. Non è stato per niente facile!

Rockit: Però bisogna riconoscere che il tuo modo di cantare, la tua immagine ricorda molto il passato. Fa pensare molto a Piero Pelù….

Cabo: Ma no assolutamente! Allora avrei i basettoni a punta, avrei gli stivali come i suoi….

Rockit: Beh, a vederti dal vivo sei molto meglio di Pelù… però dalle foto, dai servizi sui giornali, la tua voce…
Cabo: Penso che alla fine io sia stato vittima di questa situazione. Una fotografia non può certo rappresentare in maniera nitida tutto quello che tu sei in grado di fare nel momento in cui vai a sostituire una persona così forte come Piero. Qualsiasi cosa avessi fatto, anche solo un gesto con il braccio, erano a pronti a dire: “ecco gesticola come Pelù…”, hai capito? Devo stare attento a tutto...

Io penso che se canti rock in Italia e lo fai con la chitarra di Ghigo qualcuno può sempre dire: “ mi ricorda…”. Ma è come dire che i C.S.I. assomigliano a Battiato… Paragonare non è giusto, non è possibile per me. Siamo due artisti differenti, non c’era nessun tentativo di copiare, clonare, sarei risultato ridicolo. Chi lo ha visto evidentemente si è fatto trascinare da quello che era stato scritto dalla stampa. Io quello che ti posso dire onestamente è che cerco di essere me stesso, in tutto quello che faccio; questa è la mia condizione primaria. Nessun modello ti assomiglia abbastanza, può essere vicino a te. Il tuo modello lo devi cercare da solo, può essere frutto di un retaggio, di tutto quello che puoi aver vissuto, visto nel corso della tua vita. Siamo due persone distinte, separate…

Rockit: Com’è nata l’unione tra te e i Litfiba?

Cabo: Io mandai un provino all’Ira, piacque e dovevo intraprendere un disco solista. Iniziai a registrare, era il 1996, poi verso le date fatidiche di cui tutti sanno mi è stata fatta questa proposta. Una proposta che io ho trovato molto in linea con le direttive del progetto Litfiba: l’essere outsider, non fare sconti, parlare sempre in maniera molto diretta, l’essere pronti ad essere contaminati, rivoluzionare la musica mantenendo l’istinto rock che ci guida. Mi sono sentito molto vicino a quel progetto. Ghigo mi piace come persona, mi sembra una persona completa, ricca, contaminata, pronta a cambiare tutto dall’inizio alla fine in un secondo. Mi sono trovato davanti ad una situazione che mi piaceva . La proposta mi è piaciuta e l’ho accettata. E’uscito “Elettromacumba” forse un pò frettolosamente ma dovuto al fatto che c’era una certa tensione, c’era una certa voglia. Penso sia un ottimo disco di una band emergente che poi si consolida e si genera al massimo del proprio istinto con “Insidia”.

Rockit: Negli anni ’90 i testi della band affrontavano temi caldi: l’antimilitarismo, le droghe pesanti, l’ambiente. Mi sembra che avete abbandonato un po’ queste tematiche…
Cabo: Non hai sentito neanche il disco allora…

Rockit: No, calma, l’ho sentito, ci sono due pezzi: “Luce che trema” e “Branco”ma una volta mi ricordo che se ne parlava un po’ di più…
Cabo: In “Mr. Hyde”, ad esempio, si parla del fatto che l’uomo non è mai unidimensionale e più andiamo in là con il tempo e più la gente è protesa a dare un giudizio unidimensionale: ti vede e ti giudica. Quindi conta molto di più l’immagine che si da, che lo spessore che si è realmente. Vedo e sento che c’è poca voglia di scavare dentro le cose per capirne l’essenza, ci si fa imboccare un po’ da quello che ci arriva.

In realtà ognuno di noi è un Mr. Hyde, “ognuno di noi che ha un lato strano e un altro se”. Io parlo di quello che mi viene spontaneo parlare perché vengo sollecitato dall’immaginario, da quello che c’è, da quello che vedo e penso. “Insidia” racchiude un sacco di presenze particolari, ci giochi, con ironia, con magia, con esoterismo. Però il fatto di trattare più o meno temi legati all’ambiente… non è che trovi sempre la condizione, lo spirito, non tutte le canzoni devono per forza avere un riferimento politico, ambientale, sociale… outsider significa anche segnalare cose che possano far parte della vita di tutti i giorni ma che in realtà ignoriamo, dimentichiamo, sottovalutiamo. Ho visto che il fenomeno del branco mi colpiva, il fatto che un assembramento di persone riesca ad avere una coscienza tutta sua …. Diventano un’identità e allo sesso tempo come si scinde il gruppo si perde completamente memoria e coscienza di quello che si ha fatto. Le rimanenti tematiche parlano, esaminano condizioni comunque prossime al bivio…

Rockit: …come il tema dell’amore in “Oceano”? Cabo: Assolutamente. Strano è? Ma l’amore penso che sia la cosa più completa…

Rockit: Certo questo stride un po’ con la vostra immagine... Viene da pensare che allora siete proprio cambiati…
Cabo: Vedi anche lì, il fatto stesso è di come se ne parla, se non si vuole cadere nel banale. In “Oceano” mi piaceva sottolineare una sensazione: immaginavo un presente dove vedevo un futuro in cui rimpiangevo il passato. C’era questo scambio temporaneo che mi intrigava: “io rivivrò tutto di nuovo e impazzirò”, mi piaceva vedere questa condizione strana che mi ha pervaso. Quando c’è amore si vive una condizione splendida e si pensa anche alla possibilità di una rottura, perché non credo nella frase: “e vissero felici e contenti…” Qui ti segnalo un’inquietudine. Solo il presente, assoluto, va vissuto. Devi veramente stiracchiare al massimo ogni secondo che vivi e assaporarlo al meglio… Quindi non guardare alla velocità, chiedi tu il tuo tempo, il tuo ritmo. Ti segnalo la mia inquietudine non il mio modo di vivere, dio me ne guardi, è una paura, un’inquietudine, fa parte di un passato, è solo un momento. Voglio dire: cazzo, stò per abbracciare una cosa bella che potrebbe uccidermi! Questa inquietudine può sfiorarti e andarsene per non tornare più, ma se tu la fotografi e la metti li dici: cazzo, è un pensiero che mi ha sfiorato, lo esamini, lo vivi, lo puoi mettere in mostra. Qui la musica è molto dolce e tumultuosa, il finale che sfuma ti da l’impressione proprio di una danza tra l’onirico e l’erotico. Si parla dell’ amore ma con la pretesa di farlo senza retorica... Odio la retorica, serve solo per dire: “guarda, cazzo, come sono portavoce di…”.

Ultimamente pare che parecchi artisti lo facciano e mi fanno cagare ... E’ assurdo è uno sfregio agli ideali che dovresti supportare. O lo fai in maniera tale che la tua presenza sia veramente sentita, senza toccare per forza degli stereotipi, dei cliché ma farsi portavoce, portabandiera così… ne ho visti parecchi, è inutile…

Rockit: Lo abbiamo visto anche in tv…
Cabo: Mi sembra proprio una cagata terrificante, non ha senso. Se senti una cosa la scrivi, la metti giù, punto.

Rockit: Stiamo parlando del caso Jovanotti e del suo utilizzo dei mass media?

Cabo: Il suo intento può essere positivo, la funzione della promozione che ha fatto, cioè mandare 50 fax a tutte le trasmissioni, ha un senso. Portare un po’ di pandemonio all’interno della grande macchina mediatica. Ma io ti parlo della canzone, la canzone di Jovanotti mi fa cagare! Eppure lui come persona l’ho sempre rispettato, per tutto quello che ha fatto nel passato. Le sue cose interessanti, belle, libere, sue, con questa cosa mi sembra veramente… boh… perso. “Io sono un portavoce di pace” e allora lo scrivo, in questo modo io confermo la mia … Cioè se devi inventare ciò che non riesci a mettere in versi, in arte, in musica, questo non è bello, non va bene. Se prendi un microfono solo perché ce l’hai e urli stronzate che tutti sanno: viva la pace, viva questo e quell’altro, sei un santo? Ma sei un coglione!

Se invece vai a fare delle cose che nessuno ha fatto perché ti fanno venire delle idee, vai a cercare quello che davvero non si sente ma che si dovrebbe sentire, allora hai il rispetto anche del mondo culturale e artistico. Tutto qui. E’ una cosa che noi proviamo a fare, il concetto è provare a fare, tentare di… e non fare ciò che è facile. Se tu hai una visibilità alta, fare qualcosa per cercare di attirare l’attenzione della gente e farti dire quanto sei bravo, buono, santo e bello... cioè non ha senso, mi fai schifo. Poi se vendi o non vendi è un altro paio di maniche. Però vuoi il mio parere? Quello è. Non comprerò mai il tuo disco perché sento che non c’è stata una voglia di scavare, una ricerca, c’è stato uno spiattellare lì delle cose che all’apparenza non ti fanno onore! Hai scritto testi come L’ombelico del mondo splendidi, scrivi una cosa del genere mi fai vomitare… Poi la tua operazione commerciale ha senso, piantare un calcio in culo al sistema mediatico, mandare 50 fax, tutti ti dicono si, va bene, la manovra può esserci, però anche lì potevi prenderlo in giro il sistema molto di più… non mi è sembrata un’operazione con le idee chiare… Non mi è sembrata essere un’insidia vera, un cromosoma impazzito sfuggito al controllo. Quando devi andare a colpire una cosa così gigante ma allo stesso tempo goffa e sei un’insidia, una scheggia impazzita allora puoi farlo e devi farlo, come è giusto farlo.

Non mi sentirai mai parlare gratis di politica e di altre stronzate perché non mi va: se ho un’idea e qualcosa da dire la dico, altrimenti se non c’è è inutile parlarne. Poi c’è momento e momento: se c’è una cosa eclatante fatta dal governo e vuoi colpire, fallo, ma in maniera intelligente. L’artista ha da sempre questo compito, burlarsi e prendere in giro la politica, come il menestrello nelle corti di Franca che si burlava dei potenti, dei politici, quella era una satira sana e giusta. Ora mi sembra veramente un teatrino abbastanza impacciato.

Rockit: Nei vecchi lavori il filo conduttore erano i 4 elementi: fuoco, terra, acqua, aria. Oggi?

Cabo: Per quanto riguarda i vecchi lavori non posso parlartene, io non ne sò un cazzo, io sono qui solo da due anni e mezzo. Il filo conduttore di “Insidia” è proprio l’insidia. Insidia come parola, come concetto, il suo estendersi in molteplici significati. Insidia non ha un solo significato è la percezione di un qualcosa che sta per accadere e senti e non riesci a capire. O se vuoi insidia, come la definisce il vocabolario, è una imboscata. Insidia è il comune denominatore di tutti i pezzi, in tutti i pezzi c’è un’insidia.

Rockit: I testi li scrivi tu?

Cabo: Si, poi componiamo io e Ghigo, oppure io mi occupo dei testi e Ghigo degli arrangiamenti, oppure ho già dei testi. Comunque dipende, è un mescolare.

Rockit: C’è Roberto, un vostro fan di Spoleto, che mi ha chiesti di domandarvi il senso del quadrato magico sulla copertina di “Insidia”?

Cabo: Il quadrato magico della copertina è parte di un quadro, è un’opera di Andrea Maniscalchi, un pittore contemporaneo fiorentino. Il quale tra l’altro, e l’ho scoperto dopo, è stato pure il primo disegnatore della prima copertina dei Litfiba. Ha fatto questo quadro che si chiama “Il Verrino”, che è un gatto selvatico, pescatore, e lo ha fatto con una tecnica cinese, e poi ha fissato in rosso il quadrato a base cinque che è un simbolo altamente esoterico, fa parte della magia medioevale. Le origini del quadrato magico si perdono nella notte dei tempi, dovunque tu lo sommi da sempre 65, costante magica. Veniva utilizzato sopra le spade a protezione, appeso nelle case difendeva dalle malattie veneree…
Abbiamo cercato di mescolare un animale come il gatto, che non desta molta insida, ma qui è un gatto selvatico con qualcosa di magico. Mi è sembrata una bella situazione, di grosso impatto.

Rockit: I nuovi Litfiba sono quelli della citazione di Neil Young: “Rust never sleeps”?

Cabo: Ti riferisci a “Ruggine”? Assolutamente si! La ruggine non dorme mai e questo è un concetto da spiaccicarsi in fronte. Nessuno deve pensare di essere arrivato a fine corsa. Il tempo va vissuto, utilizzato, affinché produca memorie proprie da vivere e godere, perché spronino nuove memorie. Mi piace questo concetto, ci accomuna tutti.

Rockit: La stampa con voi non è stata molto leggera? In una trasmissione della Rai hanno asserito che siete una band rock e new-wave? Forse tutti si aspettavano qualcosa di più, qualcosa di nuovo?

Cabo: Ferma, non mi sembra male perché c’è parecchia new-wave nel produrre e mescolare ritmi, armonie. New-wave in “Insidia”? Non mi dispiace. Io penso che la stampa, spesso e volentieri, è fatta di grandi professionisti ma è fatta anche di persone che, proprio perchè si sentono talmente grandi, dovrebbero un attimino ridimensionarsi. Il dilettante ha un punto di vantaggio rispetto al maestro. Ho visto, specialmente all’inizio, una situazione un po’ pesante e penso che forse nei miei confronti abbiano esagerato. Mi sembrava che alla fin la notizia fosse: “Il divorzio c’è stato e hanno messo un clone”: mai cazzata più grossa fu detta. L’intento non era quello, la cosa non era quella, si poteva pensare di cercare un altro capo espiatorio, un'altra verità, un lato diverso.

Rockit: Il pubblico che cosa ne pensa?

Cabo: Il pubblico si è adeguato. A Milano il concerto è stato bellissimo, mi è piaciuto vedere che di canzone in canzone è esploso l’Alcatraz. Oggi mi sento molto più sereno, sicuro perché dopo tre anni, dopo un tour, dopo tante avventure, sento e percepisco meglio la creatività, il pubblico, le impressioni. Questo mi permette di essere sempre più me stesso quando vado live. Mi permette di essere sempre più vicino al messaggio, a i miei progetti, alle mie canzoni. Essere se stessi e far vedere l’artista che è in te. Chi ha fame di questo riesce a saziarsi.

Rockit: Stasera che spettacolo ci aspetta?

Cabo: Ogni spettacolo deve essere vissuto con il massimo dell’energia… Faremo tutto “Insidia”, qualcosa di “Elettromacumba”, pezzi rivisitati, stravolti, perché ci piace questo momento sonoro. Poi un salto nel passato da “Mondi sommersi” a “17 Re”, viaggeremo un pò qua e in là a seconda di quello che mi sento di cantare e gli altri di suonare completamente in chiave “insidia”.

Rockit: Avresti mai pensato che la tua vita cambiasse così? Avresti mai pensato di diventare il cantante dei Litfiba?

Cabo: No, pensavo ad una carriera musicale: mi piace comporre e suonare da sempre. Arrivare ‘da zero a mille’ e avere al fianco professionisti, persone che hanno calcato strade che tu hai sempre sognatoda una grande stimolo e un grande vantaggio, ti fa crescere, assolutamente. Mi ha dato parecchia pressione, sensazioni di non riuscire ad essere al massimo dell’energia. Oggi è davvero un altro momento, un momento di serenità… abbiamo scalzato quel bagaglio pesante che ci hanno scagliato addosso con ingiustizia e invidia.

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