L'intervista ai The Piano Machine Intervista

28/10/2012 di

Un nucleo di persone assemblato intorno alla figura di Antonello Raggi che ci ha incuriosito per la capacità di giocare col pop e l'elettronica, generi che rimescola a piacere per trovare infine una piacevole formula a suo modo originale. Faustiko Murizzi ha fatto qualche domanda all'ideatore del progetto, cercando di tracciare un percorso nel processo creativo della band.

 

Che tipo di collettivo è The Piano Machine e come si coagula nel tempo?

The Piano Machine è nato come un progetto solista e si è sviluppato producendo i brani a Casamedusa con Francesco Campanozzi; si è poi stabilizzato successivamente con una formazione dal vivo di 4 elementi (piano elettrico, chitarra, basso e batteria) più un quinto membro aggiunto, Michele Innocente alle videoproiezioni live. Con Michele ho lavorato a Sandglasses, un progetto di musica contemporanea, mentre gli altri sono tutti amici e musicisti con cui collaboravo già da anni: con Lorenzo Parisini (chitarra) negli Zivago, con André Michel Arraiz-Rivas (batteria) nei Satan Is My Brother e in duo con l'acronimo A.R.R., mentre Francesco (basso) mi ha coinvolto nella formazione live de Le Gros Ballon. Da quelli che erano i miei demo casalinghi siamo approdati alla forma di una band vera e propria di cui io sono l'autore. Oramai The Piano Machine ha una vita propria e sono solo curioso di vedere come potrà evolversi.

Quanto è difficile, in base alla tua esperienza personale, mantenere in vita una backing-band mutante? Anzi, vivi questa necessità come stimolo o diventa spesso un problema?

In fase di registrazione ho chiamato a collaborare numerosi amici e musicisti che stimo, di diversa provenienza, ma oramai la band è consolidata e per niente mutante. Ciò che può mutare è il luogo dove si suona, le condizioni acustiche e anche quelle economiche, e allora muta il modo di suonare e la strumentazione utilizzata; ad esempio è capitato che non ci fosse lo spazio fisico per la batteria e André abbia sopperito alla ritmica col beatbox con cui ci delizia incessantemente durante i viaggi e le attese (per lui è una specie di mantra, credo). E' stato un esperimento interessante, non escludo poi il live in duo acustico o addirittura in solitaria, ma finora abbiamo sempre preferito suonare tutti e 4, con la sfida di saperci sempre adattare alla situazione.

Versione live di "Call my name" in occasione dello show-case a Casamedusa

 

Nell'occasione del live a CasaMedusa mi raccontavi che queste canzoni erano state accantonate per un lungo periodo prima di riesumarle. Quando hai capito potesse essere il momento giusto?

E' vero, alcuni brani esistevano già ed erano rimasti nel cassetto per anni, altri sono di più recente composizione. Non lo so, direi che hanno scelto loro, probabilmente erano stufi di suonare solo in casa mia, meritavano un vestito nuovo e volevano farsi un giro fuori. Alcuni erano arrangiati solo per metà, molti erano ancora strumentali, tanto che non avevo esattamente idea di quale sound sarebbe venuto fuori dalle registrazioni. Ora sono al lavoro su nuovi brani, che sono molto più impazienti: hanno solo pochi mesi ma tutti i giorni mi martellano nella testa per essere eseguiti e registrati, come giovani che vogliono tutto e subito.

E poi perché l'idea di assemblarle in 3 ep diversi, ognuno col titolo di un mezzo di locomozione?

E' stata una specie di visione: terminate le registrazioni ero in cerca di un titolo per l'album, ma non riuscivo a trovarlo né a visualizzare una copertina. Ricordo che su un treno, di mattina presto, ho chiuso gli occhi e visto questi tre quadrati colorati, rosso, giallo e blu, in cui comparivano rispettivamente una bicicletta, un treno e un aereo. Ho tirato fuori il computer e scritto la tracklist per ciascun ep, provando ad associare i brani al tipo di movimento e a immagini dei mezzi in questione. Funzionava, così ho deciso di seguire l'intuizione. In ogni caso i mezzi di trasporto non sono un tema nuovo per me, avevo già spesso utilizzato dal vivo e per i miei video immagini di movimento in città, di pedalate, di linee che si intersecano fuori da un finestrino… Questo perché ho sempre visualizzato la musica come una sorta di paesaggio che scorre, e poi ho pensato che un brano musicale è come un mezzo di trasporto, che ti porta da qualche parte in un certo modo, con il suo specifico movimento e la sua velocità. Per la realizzazione degli artwork, a partire dai miei goffi prototipi partoriti in treno, mi sono poi affidato alla grafica di Fabio Valesini (compagno di Matita, un progetto di Peoplefromthemountains) con fotografie di Melina Massiotta.

Hai per caso nel cassetto - o anche solo in testa - qualche brano pensato per un featuring che in qualche modo ti sei anche solo immaginato?

Dato che l'inconscio non conosce la modestia, ho sognato diverse volte di duettare con John Lennon, pezzi che uno non si aspetterebbe come "Why don't we do it in the road" dal "White Album" (tra l'altro penso fosse Paul e non John a cantare quel brano, ma vallo a spiegare ai miei sogni). Tornando nel mondo reale, con The Piano Machine ho pensato soprattutto a collaborazioni in ambito video, affidando a videomaker come Vinicio Bordin, Gianandrea Tintori, Stefano De Ponti, Francesca Berselli e altri, l'interpretazione visiva dei brani. Mi piacerebbe allargare il progetto fino alla realizzazione di un dvd che esplori le diverse visioni della musica come mezzo di trasporto.

Versione live di "Pianomachine" in occasione dello show-case a Casamedusa

 

Dove e come peschi l'ispirazione per i tuoi pezzi? Voglio dire: c'è un momento del giorno, una situazione specifica, un luogo particolare che favoriscono il processo creativo?

Di solito per me funziona che comincio a improvvisare qualcosa al pianoforte, meglio se con un carattere di estemporaneità, che so, mentre l'acqua si sta scaldando e aspetto di buttare la pasta, o che esca il caffè (quante caffettiere bruciate…). Passa del tempo, anche mesi a volte, e dalle improvvisazioni pian piano resta un sedimento, un distillato di melodie e giri armonici che rimangono lì e prendono una forma sempre più precisa. Poi arriva un momento dell'anno, di solito verso l'inizio dell'estate, in cui questi frutti maturano, e nel giro di pochi giorni scrivo i testi e do una forma più o meno definitiva alle canzoni. Ma altre cose nascono suonando in sala prove, nei soundcheck, o sono melodie che semplicemente mi girano in testa.

Sempre nella nostra chiacchierata post-concerto esprimevi la ferma volontà di tendere verso un solo obiettivo, ovvero quello di poter vivere solo della "tua" musica. Ti sei dato dei traguardi temporali e, soprattutto, si tratta di una necessità o è piuttosto una sfida? Cosa saresti disposto a sacrificare?

Non penso che si tratti di fare dei sacrifici quanto di riuscire a dare una direzione consapevole alla propria vita. Fin da adolescente ho capito che passare del tempo a suonare mi riempiva di un benessere particolare, così ho cominciato a desiderare di farlo dalla mattina alla sera e dalla sera alla mattina, pensando che se fossi riuscito a guadagnare con la musica abbastanza soldi per vivere avrei fatto bingo. Chiaramente non è qualcosa che avviene dall'oggi al domani, c'è bisogno di una (grossa) mediazione con la realtà, ma è una direzione che finora mi ha fatto incontrare molte cose interessanti anche sul piano lavorativo e un traguardo a cui non è impossibile avvicinarsi. Già ora in parte vivo di musica, come produttore e sound designer freelance, e ho visto in questi anni un lento ma costante avvicinamento della mia professione alle mie passioni: non penso possa essere mai troppo tardi per fondere le due cose in una sola attività.

Sei un tipo curioso rispetto ai gruppi/artisti del panorama nazionale? Ce n'è qualcuno non che apprezzi ma che ti ha sorpreso particolarmente, sia in positivo che in negativo, nel corso di questi anni?

Se guardi nel mio lettore mp3 non trovi molte cose italiane, non che manchi la curiosità ma cerco di prescindere dal luogo di provenienza di un gruppo e concentrarmi su ciò che ascolto. Comunque, andando in ordine sparso e su generi diversissimi, in positivo citerei: Quasiviri per potenza, tecnica e ironia e Musica da Cucina per la capacità di portare un po' di poesia a tutti senza svendere il proprio linguaggio; poi band come i Father Murphy o gli Heroin in Tahiti, capaci di esportare internazionalmente una psichedelia italiana; Attila Faravelli e la scena elettroacustica di Die Schachtel; gli Offlaga Disco Pax, capaci di coniugare un immaginario fortemente personale a scelte musicali non banali. La lista potrebbe continuare, visto che succedono davvero un sacco di cose interessanti in Italia, ma mi fermo qui.

Versione live di "Space piano bar" in occasione dello show-case a Casamedusa

 

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