Musica e terapia: abbiamo portato i Platonick Dive dallo psichiatra Intervista

09/07/2018 di Dottor Filippo Dragogna

I Platonick Dive hanno pubblicato il loro terzo album "Social Habits" lo scorso aprile per Black Candy Records, e visto che per loro la musica è una sorta di autoterapia, abbiamo deciso di farli intervistare dal dottor Filippo Dragogna, psichiatra. Ne è venuta fuori una chiacchierata variegata sull'uso della musica come farmaco, ma anche sul fatto che permette di curare sia chi suona che chi ascolta.
Prossimamente i Platonick Dive saranno in tour, ecco dove potrete vederli: 13 luglio allo Zoe Fest di Pesaro; 27 luglio al Serravalle Rock, a Serravalle Pistoiese (PT); 11 agosto all'AnguriaraFara di Fara Vicentino (VI).

Spesso si parla della musica come terapia, sia per chi la fa che per chi la ascolta. In che senso per voi fare un disco è un momento di autoterapia?
I Platonick Dive hanno iniziato a far musica insieme con questa formazione dal 2011 e lo scopo è stato subito quello di fare musica per “autoterapizzarci”, ovvero rinchiuderci nelle quattro mura del nostro studio per stare bene quelle ore settimanali facendo una musica che, fin dall’inizio, è stata molto emotiva, emozionante e profonda. Volevamo che la nostra musica parlasse in maniera vera, in modo estremamente sincero, e che potesse arrivare in un secondo momento al cuore delle persone. Così è nato il primo disco nel 2013, poi il secondo, e verso aprile è uscito il terzo disco che sarebbe il nostro “terzo step di terapia”.

Da quali mali cercate una cura?
Innanzitutto la nostra è un'evasione da quelle cose che ci creano ansia nella vita di tutti i giorni, a partire da quella che può essere la situazione mondiale, o per parlare di fatti più vicini, dell’Italia. Siamo sicuri che quando mettiamo noi stessi nella musica siamo delle persone diverse da quelle che siamo nella vita di tutti i giorni: è una risposta diversa da quella che invece è la risposta di tutti i giorni. Vorremmo solo stare meglio.

All’inizio può essere un momento di fuga creativa e fine a se stessa. C’è stata un’evoluzione in questo senso? Vi sembrava di andare più in profondità col passare del tempo?
Sì perché abbiamo sempre cercato un’evoluzione, il doversi evolvere e riuscire a creare qualcosa sempre di diverso che renda più forti noi e gli altri. Abbiamo sempre necessità di essere in moto cerebralmente, pensare a cose nuove che fanno stare bene sia noi che gli altri. Poi la musica dei Platonick Dive sarà sempre un’evoluzione continua, non ci piace suonare una cosa che può interessare solo per i contenuti musicali. Non ci piace fare la solita musica nel corso degli anni o che i dischi suonino uguali, ci piace invece sempre essere in un moto artistico, magari anche perdendo i fan della prima ora per guardagnarne degli altri: l’evoluzione è un fattore fondamentale del nostro progetto.

Secondo voi l’evoluzione delle problematiche che sentite e, di conseguenza, del tipo di terapia di cui avete bisogno, può influenzare la parte di composizione musicale? Per esempio, per questo album, eravate più o meno incazzati o preoccupati rispetto al disco precedente?
Incazzati non direi, preoccupati sì. Siamo più consapevoli di prima, di quello che abbiamo di fronte. Se c'è una consapevolezza diversa di quello che devi fare tutti i giorni, di quello che ti circonda e di quello che vuoi, ovviamente anche quando vai a fare qualcosa che ti fa stare bene, viene migliorata.

Per quanto riguarda aver inserito la voce, è stato un bisogno di una comunicazione di altro tipo? Un qualcosa di meno emozionale ma un po’ più razionale?
Sì, perché maturando è cresciuta l’esigenza di dover comunicare anche attraverso l’utilizzo della voce nel disco, e anche di inserire dei testi che una persona può andare a leggere e approfondire.

Anche la scrittura dei testi ha lo stesso potere terapeutico?
Sì, poi chi vuole ha l’occasione di leggere i testi e noterà che c’è molta diversità in essi, si ripercorre un po’ tutta l’ambientazione dell’album di queste abitudini sociali. C’è questa sorta di rehab dalle cattivi abitudini, una certa voglia di inserire tutto ciò che può rendere una persona migliore e far star meglio.

Cosa intendete per cattive abitudini?
Le cattive abitudini possono essere qualsiasi cosa che ti abbia portato a un momento cupo della vita, senza necessariamente dover parlare di droga. Può essere davvero qualsiasi cosa, magari una persona perde il lavoro e quindi cade in un momento buio e in una fase un po’ depressa della sua esistenza, e quindi deve cercare nuova luce, nuove speranze e nuove strade.

Avete capito come e quando il grosso del vostro pubblico ascolta la vostra musica?
No, perché sinceramente ce ne hanno raccontate tante. La più bizzarra è stata “si fa del sesso profondo con la vostra musica”. Oppure che si prendono bene con la nostra musica mentre cucinano. Un altro ha detto che il nostro disco gli ha dato energia alle 5 del mattino, è bellissimo.

Io faccio lo psichiatra in un ospedale di Milano e mi occupo prevalentemente di farmaci, la musica è come un farmaco nel senso che è qualcosa che si può usare (e che per fortuna dà dipendenza ma senza i problemi della dipendenza) al fine di modificare i propri stati d’animo: fare il miglior sesso dell’ultimo anno, cucinare, scrivere. I pezzi hanno potenziale differente nel rappresentare stati d'animo diversi?
La differenza più strana è tra ascoltare e suonare una canzone: ci sono delle canzoni che quando le suono mi danno una sensazione diversissima di quando le ascolto, ed è stranissimo. È bello che ci sia questa versatilità della propria musica, può essere che ascolto un nostro brano del primo disco e mi sento qualcosa di strano addosso. Penso che cambia ogni volta quando le suoni e quando le ascolti. Dipende anche dallo stato d’animo. Anche con la musica degli altri succede.

Per voi il momento davvero terapeutico è quello della scrittura o quello del palco?
Lo sono entrambi in due modi diversi, perché il momento della scrittura e della composizione dello studio è un momento terapeutico, stai creando qualcosa di autentico e importante, stai cercando di rendere fisico e materiale quello che hai dentro, che sia in testa o in cuore o in spirito. Il live è terapeutico perché come un attore di teatro vado a rappresentare e a essere l’attore di quello che ho scritto, e quindi in quel momento sul palco sono il tramite tra quello che ho fatto e il pubblico che mi sta ascoltando dal vivo. Anche questa è una fase molto importante dell’aspetto terapeutico della band.

Tag: intervista

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