Polar for the masses: In direzione ostinata e contraria Intervista

18/05/2016 di

In giro da oltre un decennio, i Polar For The Masses hanno sempre remato in direzione contraria: hanno stampato in vinile quando ancora non era tornato di moda, e adesso che tutti corrono al vinile, il loro album "Fuori" è uscito solo in cd. E questo è solo un particolare, che di certo non racconta la loro storia. Se questa attitudine ostinata ha forse compromesso alcuni aspetti della loro carriera, non se ne preoccupano: loro continuano sulla loro strada, pubblicando dischi che raccontano ancora il loro stupore per il mondo. Ce lo raccontano in questa intervista.

Così, di getto: cosa rappresenta per voi "Fuori" rispetto agli altri lavori?
È la prosecuzione della nostra continua esplorazione di noi, come artisti. In questo disco siamo riusciti a sintetizzare i diversi linguaggi musicali che abbiamo utilizzato nel passato (spaziando tra noise, drone, punk, post-rock e dark-wave) e aggiungendo una nuova vena cantautorale ed acustica che non sapevamo di avere.

Questo disco ha l'urgenza di comunicare qualcosa in particolare?
Avevamo voglia di guardare più a fondo in noi stessi. Ogni disco racconta qualcosa di noi, ma a differenza del passato ci siamo concentrati meno sulla società e più sul nostro sentire. A livello compositivo ci lasciamo andare, lasciamo fluire la fantasia, cercando di sorprenderci, per creare qualcosa che non sapevamo essere nostro. Esplorare la vita e narrare il nostro stupore. Colpisce, in maniera particolare, la scelta di inserire le chitarre acustiche nelle tracce probabilmente più significative.

Già nei provini c'era questa specifica intenzione di tentare strade per voi nuove o è stato determinante il passaggio in studio?
I nostri dischi nascono seguendo una sorta di percorso di avvicinamento alla fase creativa “buona”. Abbiamo bisogno di scaldarci lentamente, buttare giù tante idee e scartarle tutte, fino ad arrivare al momento in cui capiamo che siamo arrivati alla bollitura. Quando credi di aver detto tutto, di non aver più nulla da dire, inizi a raccontare veramente chi sei. Ascoltando i provini realizzati in questa fase, ci siamo accorti che le idee buttate giù di getto, con la prima chitarrina scordata che c’è capitata in mano, giusto per non dimenticare l’idea, erano particolari. Avevano una forza diversa dagli altri brani. Abbiamo provato a mantenere quel suono nudo, vestendolo di parole e immagini che parlano delle nostre fragilità. Che siano i brani più significativi, onestamente, lo stiamo scoprendo adesso!

Ascoltando "Marinai" ci sento questo stranissimo retrogusto Scisma. Al di là della mia impressione, avevate in mente un determinato modello per “raggiungere” quel tipo di sound?
In realtà siamo molto superstiziosi e durante la lavorazione di un album cerchiamo di non ascoltare nulla, per evitare di riproporre anche inconsciamente delle assonanze e ricercare il più possibile la nostra originalità, la nostra voce. Evidentemente non possiamo nascondere certe reminiscenze, e comunque pensiamo che ci sia anche della sana casualità in tutto questo. Diciamo che in generale ci siamo creati, nel corso del tempo, un nostro suono ben riconoscibile. Il marchio di fabbrica resiste anche quando introduciamo elementi nuovi, che potrebbero portare in altre direzioni. Tecnicamente abbiamo alcuni standard personali sulla gestione dei suoni, delle voci, della scrittura, che siamo decisi a mantenere e pur non avendo un’idea precisissima di come suonerà il prodotto finito, abbiamo ben chiaro come non dovrà suonare.

"Il mio complice" chi rappresenta esattamente? Un alter-ego della parte più brutta della nostra personalità?Diciamo che questa è una possibile chiave di lettura…la più immediata e forse la più giusta. Nonostante non siamo più dei ragazzini, siamo ancora alle prese con quel senso di colpa latente, tipico della cultura cattolica, che non ci molla mai. È una specie di “oscuro passeggero” (citazione dalla serie tv "Dexter"), un ritratto di Dorian Gray che ognuno di noi ha nascosto da qualche parte, nella sua anima e che si pone in netta contrapposizione con la nostra coscienza. Accettare la presenza di questo lato e tentare una sorta di convivenza, un equilibrio. Che sia possibile?

Mi piace molto la foto scelta per la copertina dell'album. Cosa rappresenta per voi?
Abbiamo cercato l’immagine che ci sembrava più adatta a sintetizzare l’idea di fondo che unisce i brani del disco. Per noi rappresenta la voglia di vedere la luce alla fine del tunnel, il bisogno di uscire e respirare aria fresca dopo una lunga apnea. Facciamo canzoni dalle tinte fosche, lo sappiamo, ma sotto sotto siamo dei maledetti ottimisti e questa immagine riassume bene lo spirito con cui stiamo vivendo questo periodo storico e personale.

Curiosamente, il titolo del vostro album è identico a quello pubblicato dai Ministri nel 2010. Trattasi di pura coincidenza o c'è anche un pizzico di influenza?
Ce ne siamo accorti 5’ dopo aver mandato in stampa l’album (ridono). Scherzi a parte, sapevamo che era un titolo già utilizzato in passato, non solo dai Ministri, ma non ce ne siamo preoccupati più di tanto. Ci sembrava il titolo giusto per quest’album e quindi abbiamo tirato dritto. Il prossimo potrebbe chiamarsi "La voce del padrone", oppure "C’è chi dice no"… magari diventiamo un po’ più mainstream, chi lo sa? (ridono).

Al giro precedente avevate saltato il passaggio della stampa su cd optando per il solo vinile, quasi a rimarcare una scelta "politica". Come mai non avete proseguito in questa direzione?
Siamo pazzi, controcorrente e facciamo sempre quello che ci pare. Il vinile è ritornato di moda? Ok, noi torniamo al CD!

Siete in giro da un decennio circa e la vostra proposta è stata sempre credibile, anche nella sua evoluzione. Come si costruisce la credibilità artistica di una band in un'epoca in cui la presenza sui social spesso sembra avere la meglio sulla musica?
Bisogna fottersene anche dei social, è molto semplice. In questi anni abbiamo visto molte band e artisti accendersi come un fuoco prorompente per poi spegnersi dopo qualche anno. Per crearsi una buona reputazione ci vuole tantissimo tempo, moltissimi concerti in qualsiasi situazione, senza badare alla fatica, ai chilometri percorsi, al denaro che non basta mai. Pensiamo solo a suonare e a migliorarci anche come persone, a scavare per raccontare la nostra vita nelle canzoni, se poi questo ci porta ad essere riconosciuti come “credibili” ne siamo ovviamente contenti ma è soltanto una conseguenza di quello che siamo, sia come persone che come musicisti.

Infine: avete qualche rimpianto, anche piccolo, da confessare relativamente alla vostra vicenda artistica?Fortunatamente abbiamo scarsissima memoria. Occasioni perse, collaborazioni non andate a buon fine, contratti saltati, rapporti deteriorati, concerti che potevano andare meglio, registrazioni chiuse troppo in fretta, amicizie perse per strada. Potremmo continuare all’infinito, ma siamo dei maledetti ottimisti. Crediamo nella positività e preferiamo pensare che non contino le scelte giuste o sbagliate, ma solo le esperienze vissute o non vissute. E guardandoci indietro possiamo dire di aver vissuto tutto molto intensamente, errori compresi. Quindi va bene così.

Tag: intervista rock

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