Gianmarco Martelloni: Pop-up Intervista

Gianmarco MartelloniGianmarco Martelloni
03/08/2012 di

Passano tre anni e Gianmarco Martelloni torna con un nuovo album, ai tempi era anche riuscito a piazzare un singolo ("Messalina") ma fu la stessa Radio Dee Jay a dirgli che ormai i tempi erano cambiati e che il pop d'autore non ha vita facile in Italia. Lui certo non se ne è preso a male, ma un riflessione di come venga considerata questa musica nel belpaese ce la confida. Fausto Murizzi l'ha intervistato.

Cosa hai fatto in questi quattro anni oltre a scrivere le canzoni per il nuovo disco?
Diciamo che ho tentato di imparare a vivere. Ho sempre fatto fatica a rilassarmi, ad occupare il tempo in modo sereno: le cene con gli amici, una colazione al bar, leggere un libro, tagliare l’erba sono tutte attività in cui mi son sempre sentito come “in prestito”… non ero davvero lì. E il bello, per modo di dire, è che non è che fossi da qualche altra parte. Ma nemmeno ero lì.

Mi sono concentrato moltissimo per vivere davvero il tempo, poi ho capito che non c’è salvezza, e che anzi invecchiando la sensazione si acuisce. Allora capisci che l’unica è provare a non pensarci più e che queste frenesie che tu vivi - diciamo letterariamente, filtrate magari dalle parole di qualche grande autore - ci accomunano tutti.

Ho anche cercato di diventare un insegnante migliore, non so fino a che punto riuscendoci. Così mi sono iscritto a Scienze Storiche, e sto facendo ovviamente una gran fatica. E poi ho scritto un po’ di canzoni…

Dopo il mini-exploit di tre anni fa su Radio Deejay con "Messalina", suppongo si siano fatti avanti diversi personaggi per proporti contratti capestro - oppure sono io ad essere in malafede e tutto è andato per il meglio?
Più che dopo direi durante: un paio di booking, millantate distribuzioni con condizioni-capestro, ma poco più. Diciamo che non avendo mai passato la soglia di una vera riconoscibilità, questo tipo d’interlocutore è rimasto indietro. Si trattava casomai di mettere sul piatto un po’ di idee e magari due soldi per provare a traghettare il progetto un po’ più in là, ma non erano già più i tempi.

A Radio Deejay, per farti capire, mi dissero che se mi avessero programmato con tale insistenza sette/otto anni prima avrei avuto risultati diciamo automatici, perché le cose funzionavano diversamente. Ma non so se sarebbe davvero andata così, difficile dirlo.

  Sempre a proposito di quel mini-exploit, un discografico come si deve ti avrebbe chiesto altre 10 canzoni da far uscire nel giro di al massimo un anno. Se non è successo è a causa tua o hanno concorso altri fattori?
Non un discografico ma il mio publishing mi chiese dieci “Messalina”. Dal suo punto di vista probabilmente il discorso era ineccepibile, ma io volevo andare in un’altra direzione, cosa che ho saputo compiere solo parzialmente, per ora. 
Ovviamente non mi sono posto da duro e puro, non lo sono e non ne avrei nemmeno le caratteristiche, ma mi interessava provare a coniugare maggiormente sonorità di un certo tipo al cantato italiano, la scoperta dell’acqua calda, certamente, ma è un approccio che forse oggi non risulta particolarmente accattivante. 
Il cantautorato italiano di un certo tipo va in altre direzioni; penso ad esempio al filone crotonese: Dimartino, tra questi, è il mio preferito (ho visto un suo concerto con Brunori al festival di Giovinazzo e mi ha davvero colpito. “Non siamo gli alberi” poi è un vero capolavoro).

Quel che sembra però essere male tollerato, o comunque risultare poco interessante, è il coniugare la natura pop (perché è ciò che sono, ciò che faccio) all’ambizione di realizzare qualcosa che vada al di là di quello che si pensa sia lo standard italiano in questo senso. Tuttavia serve un pubblico e una critica che vi abbia un minimo interesse: sono uscite un paio di recensioni quasi offensive, in cui vengo associato ad Antonacci, per capirci, e penso siano figlie del fatto che il pop non interessa a un certo mondo, e ogni sfumatura viene appiattita.

Poi ovviamente tutto è relativo: Pärt e un esercizio di solfeggio sono assolutamente identici; facendo lo stesso discorso, che so, per la comicità, Paolo Villaggio e Alvaro Vitali possono anche essere accomunabili per chi non li apprezza. Ma attenzione, non mi paragono a Pärt o Villaggio, loro sono dei geni, è solo per dire che se disprezzo un genere, uno stile, tenderò a emettere giudizi tranchant: ho sentito gente negare totalmente il valore anche di artisti come Cremonini o Bersani, tanto per capirci. Ovviamente possono non piacere, ma dire che valgono Pupo è una sciocchezza.

Ecco, in Italia è molto difficile fare pop, perché spesso da un lato, diciamo quello mainstream per comodità, subisci pressioni per omologarti, anticipare al massimo i ritornelli, standardizzare linguaggio e suoni e così via, e dall’altro, quello indie, altrettanto spesso susciti disinteresse automaticamente appena batti certe strade.

Siccome hai deciso di intitolare il disco "Fiamme" - e visti i tuoi trascorsi accademici - mi sarei immaginato, sul versante delle liriche, qualcosa tipo l'inferno dantesco. Invece, a parte "Chiedici scusa", non mi sembra un'opera in cui prendi posizione e racconti di gironi, contrappassi e pene da espiare...
Il titolo deriva dal brano “Ci sono fiamme”, e indica uno stato d’animo, si tratta di fiamme metaforiche. Se però tu intendi dire che ti aspettavi testi più ‘tosti’ posso essere d’accordo, anche se a ben vedere le parole de “L’odore dei fiori” sono indirizzate a un cadavere (e il recensore di cui sopra, chissà come, ha sentito un intento ironico in questo brano…), “Le cose che non riesco a dire” parla di sadomasochismo, “Fantasmi” invoca l’arrivo degli spettri e “Chiedici scusa” mi ha procurato alcune discussioni con fedeli cattolici, alcune stimolanti altre molto meno.
 Certamente, “Chiedici scusa” a parte, non sono però parole plateali, e in alcuni casi sono forse abbastanza ermetiche .
Per quanto riguarda il “prendere posizione”… beh, mi piacerebbe moltissimo saperlo fare, saper scrivere qualcosa che sia davvero sociale. Non che non c’abbia provato, ma i risultati sono stati disastrosi, tra il comizio di paese, il temino delle medie e il post da blogger saccente, rivoluzionario da poltrona e ipad. 
E’ molto difficile inserire contenuti politici, in senso ampio, in una canzone pop. Serve Marvin Gaye… o Bruno Lauzi.

A proposito di "Chiedici scusa", il testo sembra ispirato dalla filosofia nietzschiana. Come mai tanto astio nei confronti di Dio? O più semplicemente racconti la disillusione nei confronti della fede?
Non è astio, è lo strepitare del bambino che si sente abbandonato, che vuole attenzione. Una sera, guardandomi le mani, ne rimasi sconvolto: avrebbero potuto essere palmate o di un colore diverso, non sarebbe cambiato molto. Capita nella vita di provare stupore, e a volte persino orrore, di ciò che siamo.
Questa canzone è il tentativo di raccontare la sofferenza di chi non si accontenta della vita come dato biologico e basta, ma non trova alcuna via d’uscita. C’è poco di nietzscheano, manca totalmente la dimensione storica in questa canzone: non è un discorso di reazione al Dio cristiano - anche se quando ho realizzato la coda strumentale mi si son parate davanti immagini tipo Golgota - ma questa è la nostra cultura e, come disse il buon Croce, fa parte di noi, questo è il nostro immaginario…

 Come hai coinvolto i diversi ospiti che intervengono nell'album?
Elena Diana, che suona nei Perturbazione, suona il violoncello in un paio di pezzi. Sono un fan del gruppo da almeno dieci anni, e ho avuto l’occasione di conoscerli una volta che aprìi un loro concerto. Zero pose, grande semplicità ed intensità: non capita spesso che qualcuno che stimi artisticamente poi ti piaccia così tanto anche a livello umano.
Così quando mi è servito un violoncello è stato naturale chiedere a Elena e Gigi se volevano realizzare le tracce.

“Il vento” mancava invece di ritornello: quello che avevo scritto io era zoppo e non andava da nessuna parte. Ho telefonato a Riccardo Maffoni, bresciano anche lui, e nottetempo ne ha scritto uno che mi sembrò subito andar bene, e tale rimase.

Ci sono poi alcuni Plan De Fuga, con cui ho suonato per una vita, e la bravissima Angela Kinczly ai cori.

Quanto c'è o quanto si racconta di Brescia in queste canzoni?
Di raccontato c’è poco: io sono molto legato alla città, suono da tempo e conosco tante persone della cosiddetta scena, sono tifoso del Brescia e vado allo stadio nonostante il calcio moderno (con un amore un po’ alla Hornby, diciamo, che tenta di coniugare musica e football, anche se spesso in Italia ciò è difficile, per le diffidenze e l’incomunicabilità tra i due mondi), quando esco vado spesso in centro.

Di certo sono legato alla città, che amo molto nonostante i suoi limiti, ma non sarei in grado di raccontarla.

Da qui al prossimo lavoro, cosa ti aspetti/auguri possa cambiare in questo paese?
Considerando i miei ritmi quadriennali, potrebbe cambiare moltissimo. Spero ci sia uno scossone politico. Personalmente sono molto attratto dal M5S, anche se temo che a livello nazionale possa scontrarsi con problemi organizzativi non indifferenti e, soprattutto, a vecchie consorterie che non hanno nessuna intenzione di mollare il colpo, come si dice a Brescia.

Nei ministeri si annida un mondo che noi nemmeno possiamo immaginare, temo.

Grillo a volte esagera eccetera eccetera, però attorno a lui sta nascendo qualcosa di diverso. E’ poi estremamente divertente vedere la grande stampa e tutte le televisioni cercare il sistema più o meno sibillino per dare addosso ai grillini (definizione riduttiva e odiosa, secondo me). E’ pazzesco che diano del malato di protagonismo all’unico che non va in televisione da vent’anni.

Per quanto riguarda la scuola ci sarebbero moltissime cose da dire: serve uno svecchiamento, ma visto l’andazzo pensionistico sarà per l’ennesima volta rimandato. Se volessimo parlare di reclutamento e/o di meritocrazia nella scuola, ci sarebbero moltissime cose da dire, troppe per affrontarle qui, purtroppo…

Musicalmente parlando è tutto da vedere: siamo nel mezzo di un cambiamento epocale, che potrebbe tuttavia avere connotati ben più positivi se in Italia più persone seguissero la musica dal vivo. E anche qui analizzare le cause sarebbe abbastanza lungo e complesso…

 Come mai la scelta di reinterpretare "Il vino" di Piero Ciampi, un brano non esattamente in linea con il mood tipico della tua cifra stilistica?
Per una ragione molto semplice: mi piace moltissimo, è un pezzo semplice, solo due accordi, che esprime un’enorme intensità. Non c’è nessuna intenzione seconda: qualcuno ha detto che non basta interpretare un pezzo di Ciampi per proclamarmi suo erede. E chi mai potrebbe pensare una scemenza del genere? Nemmeno uno intenso come Paolo Benvegnù si sognerebbe di ambire a ciò, figurati se posso farlo io.

Si tratta di una bellissima canzone e ho pensato di interpretarla, tutto qui. Il punto, però, è che si tende a sovrainterpretare ogni gesto, ogni scelta nell’Italia musicale di oggi. Partono anatemi con una facilità sconcertante.

 A un quasi 40enne non lo si domanda quasi mai... ma non voglio credere che tu non abbia ancora almeno un sogno nel cassetto da confessare...
Innanzitutto non barare, sono solo 36 ancora per qualche mese! Mi piacerebbe migliorare come insegnante, recuperare almeno un po’ della capacità di stupirmi di fronte alle cose, tornare a vivere in centro e diventare più essenziale musicalmente. Insomma, assomigliare, su disco, molto di più a come sono dal vivo…

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