Porcelain Raft - Tutti i microclimi della musica Intervista

Porcelain RaftPorcelain Raft
13/02/2017 di

Mauro Remiddi è tornato da poco con un nuovo disco autoprodotto come Porcelain Raft, "Microclimate", che come suggerisce il titolo è nato dalle suggestioni ambientali della California, dove adesso vive dopo un periodo trascorso a Londra e a New Tork. La sua musica è sempre ricca di riferimenti e soprattutto si presta a sonorizzare anche altre arti come il cinema e il teatro, con cui Porcelain Raft ha un rapporto di reciproca ispirazione e curiosità. Ne abbiamo parlato direttamente con lui.

“Microclimate” è nato grazie al tuo contatto ravvicinato con la natura, soprattutto con quella della California, dove vivi adesso. C’è stato un momento specifico in cui hai sentito il bisogno di scrivere un album su queste nuove sensazioni?
Assolutamente, ogni brano è nato in maniera diversa e a distanza di tempo l’uno dall’altro. Diciamo che io tendo a creare "stand alone songs". Non penso mai ad un album. Compongo canzoni poi riguardandole, riascoltandole capisco se c’è un filo rosso che le unisce.

Benché ricchi di strumenti acustici, i tuoi brani sono fortemente legati all’elettronica, in una fusione di “reale” e “virtuale”: come gestisci questi due mondi calibrandoli in maniera tale che nessuno dei due prevalga sull’altro?
Diciamo le mie decisioni strumentali sono legate a quello che ho a disposizione. Uso soltanto quello che è davanti a me, non ho necessità del tipo "Ah! Qui ci vorrebbe un violino". Uso drum machines perché effettivamente non posso suonare la batteria nel mio piccolo studio.
A me piace comporre con il materiale che ho davanti. Quindi non ci sono scelte stilistiche a priori. Ho usato la chitarra acustica per esempio perché un amico (che era in tour) l'ho ospitato qui da me e mi ha chiesto se poteva lasciare la sua chitarra acustica. Il giorno dopo con quella ho scritto la prima canzone dell’album "The Earth Before Us".



“Microclimate” è uscito per la tua etichetta Volcanic Field (dopo le precedenti pubblicazioni con la Secretly Canadian). Come mai hai deciso di fare tutto da solo e quali sono stati i pro e i contro riscontrati?

È una storia molto lunga a dire il vero. Principalmente il music business e il ciclo del tour, promozione del disco ecc non mi è idoneo. Ho notato che dopo il primo album era depresso da questo sistema perché sono stato in tour per un anno e in quel tempo non avevo progredito, non avevo composto nulla, ero solo esausto. Poi il secondo disco, stessa cosa, mi stava passando la voglia di suonare. Ho dovuto pensare ad un modo diverso di fare le cose, più a dimensione umana se vuoi. Credo di essere una persona competitiva quindi non è quello che mi spaventa. Quello che mi spaventa è non coltivare la sostanza. Preferisco avere la mia etichetta e non avere tutte le risorse, quindi ridurre l’attenzione su di me, che avere i fari puntati addosso e non aver nulla da dire.

Nel fondare una tua etichetta c'è il progetto di diventare produttore di altri musicisti? Se sì, con chi ti piacerebbe lavorare?
Volcanic Field è una sorta di casa di produzione per i miei progetti. Per esempio sto lavorando a musiche che non hanno nulla a che fare con Porcelain Raft. Sto scrivendo un'opera al momento, non nel senso classico del termine, un'opera di natura elettronica. Troppo presto per parlarne. Forse riesco a portarla in giro per il 2018. Per quanto riguarda le collaborazioni sicuramente vorrei farne di più, ho un progetto con David Moore (Bing & Ruth) chiamato Emar Diem, ci sono delle cose su Soundcloud. Forse faremo uscire qualcosa di ufficiale inizio prossimo anno.

Sembra che il tuo modo di intendere la musica sia legato allo spazio ed altre al tempo, e d’altra parte tu stesso hai viaggiato molto e vissuto in diverse città del mondo. Quanto la tua vita ispira la tua musica e quanto invece è la tua musica ad ispirare le tue scelte di vita?
Per rispondere a questa domanda dovremmo essere in un Bar sperduto nei Caraibi, con due Martini di fronte a noi.



Sapresti dirci di ogni città in cui hai vissuto in che aspetto ha arricchito il tuo bagaglio musicale?
Non esiste bagaglio musicale senza un bagaglio emotivo, di evoluzione personale. La musica è solo un riflesso del nostro modo di percepire le cose. Le persone che ho incontrato mi hanno arricchito. A Londra per esempio sono in un certo senso "rinato" e le persone che mi hanno aiutato sin dall’inizio ancora fanno parte della mia vita. A Londra i miei primi amici mi hanno visto evolvere dal non parlare l’inglese (quindi incapace di comunicare come un adulto con loro) al parlare e comunicare pienamente. Loro all’inizio non sapevano neanche che ero un musicista, non avevano idea del mio background. Mi hanno accettato per altre cose che io non vedevo di me. È difficile parlarne senza essere astratti, ma ci sono delle cose che si possono solo capire se si vive al di fuori dalle tradizioni a noi familiari, al di fuori del conforto del linguaggio della nostra infanzia.

In passato hai prestato spesso la tua musica ad altre arti, come il cinema, con la composizione di colonne sonore (con cui hai vinto anche un David di Donatello). Ci racconti come nasce una colonna sonora scritta da te passo per passo?
Inizierei dicendo che i film che adoro di più non hanno colonna sonora, ossia la colonna sonora è quasi inesistente. Per me un film deve poter funzionare senza nessuna sottolineatura e molte volte la musica è usata per sottolineare qualcosa. Come se il dramma, per esempio, non fosse chiaro abbastanza, e quindi si mette un bel quartetto d’archi e giù con le lacrime. Uno dei miei film preferiti è "Stalker" di Tarkovskij , dove lui usa la musica come field-recording. Sottile, emotiva, quasi invisibile. La sostanza del suono è la stessa della pellicola.
Certo ci sono eccezioni e una colonna sonora può diventare un personaggio del film, vedi appunto Nino Rota con Fellini o Morricone con Sergio Leone. Quei temi sono dei personaggi con una vita propria. Detto questo il mio approccio è di suonare il meno possibile, di evidenziare il meno possibile. Se serve un suono o un tema deve essere necessario, se no e meglio il silenzio.

La vicinanza col cinema ha influenzato in qualche modo la produzione dei tuoi videoclip?

Sicuramente, ho una sensibilità molto più visiva che sonora. Per esempio guardo molti film e ascolto pochissima musica. Quando penso a suoni per un brano li penso in maniera visiva, colori freddi o caldi, per me la sostanza di un suono è fisica, come può esserlo il colore ad olio, o la tempera, o il colore sintetico. Hanno diversa compattezza, diversa lucidità e diversa struttura chimica.



Oltre al cinema, partecipi anche ad altre iniziative, come la performance di gruppo. È il caso di “Debut”, lo spettacolo di Emily Terndrup e Derrick Belcham. Che rapporto hai con le altre arti diverse dalla musica?

È stata una bellissima esperienza quella di Debut, poi dopo ho fatto molti altri spettacoli con Derrick e Emily. Ho conosciuto molti musicisti con cui ho collaborato in questi shows, tra cui appunto David Moore, Sarah che suona come Noveller e Julianna Barwick. È stato un momento a NY in cui ho sentito una comunità intorno, cosa che non mi era mai capitata prima in nessun’altra città.
L’idea di scrivere un opera è nata appunto dopo quell’esperienza. Sono sempre stato affascinato dalla "messa in scena". Sicuramente è arrivato il momento di approfondire quell’aspetto.

Scrivere per progetti che vanno oltre la sola musica è per te diverso rispetto a quando componi per te stesso oppure il tuo approccio alla composizione resta lo stesso?
Quando scrivo per cose extra-musicali, per esempio danza o cinema, per me la cosa difficile non è la composizione in sé, ma la storia dietro il progetto. Una volta che afferro il mondo che si sta creando, le sue sfumature e le sue contraddizioni (e ce ne sono se il mondo che si sta creando è vivo, nulla che ha una sua forza d’essere è senza contraddizioni), una volta che quella visione è chiara, il resto viene da solo, in maniera spontanea.

Tornerai anche in Italia per promuovere dal vivo il disco? Come sarà il tuo spettacolo dal vivo?
Sto perfezionando sempre di più il solo-show. A me piace molto stare sul palco da solo e creare il mio mondo, con la possibilità di improvvisare se necessario, con l’agilità di trasformare una caduta in una acrobazia. Quando si salta nel vuoto si salta sempre da soli.

Tag: elettronica intervista

Commenti

    Aggiungi un commento:


    ACCEDI CON:
    facebook - oppure - fai login - oppure - registrati


    LEGGI ANCHE:

    Porno per sapiosessuali su Rai1: Alberto Angela intervista Paolo Conte nelle Langhe