Post Nebbia / intervista

Post Nebbia, la televisione vista dagli occhi di un ventenne

Carlo Corbellini ci racconta il suo secondo disco, "Canale Paesaggi", dove convivono Eric Andre, David Foster Wallace, i Calibro 35, i Beatles e il TG regionale del Veneto. Il tutto in giro per la sua Padova, tra uno spritz e un salto nel negozio di dischi di fiducia
24/10/2020 10:00

"Questo è il posto dove si è sviluppata tutta la mia esperienza musicale". È così che Carlo Corbellini dei Post Nebbia mi presenta la Yarda, uno dei bar più frequentati dagli studenti della sua città, Padova. Locale che in realtà conosco bene, in cui anch’io ho passato più di qualche serata nei miei anni della triennale. Mi sono incontrato lì con Carlo per parlare del suo secondo disco, Canale Paesaggi, un alienante trip attraverso lo schermo di un televisore scritto per intero da lui, che ha appena 21 anni.

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Il titolo del disco ricorda le lezioni di pittura di Bob Ross, diventato un’icona sul web per il suo stile pacato e la sua voce rilassante. "In realtà l’ho rubato da una scena di Ritorno al Futuro 2, quando Michael McFly va a trovare la sua famiglia nel 2015. Però Bob Ross è un idolo per tutto il giro di comici e non solo di Adult Swim, che mi ha ispirato tantissimo, quindi è un riferimento non voluto ma azzeccato".

"Avevo in mente di fare un disco che fosse ricevuto in maniera uniforme, ma non sapevo come farlo", ha iniziato a spiegarmi Carlo, abbassandosi la mascherina per dare il primo sorso alla sua birra. "Ho voluto creare più un’atmosfera che una narrazione, un percorso continuo. Ho cercato di tenere lo stretto necessario senza ripetermi, quindi è un disco breve. Per come la gente ascolta la musica oggi ha anche senso che la durata rifletta questa dimensione".

Nonostante non arrivi neanche a mezz’ora, Canale Paesaggi è ricco di spunti, un disco che in una manciata di brani affronta una miriade di aspetti legati alla televisione, frutto di un processo maniacale. "È un lavoro ossessivo di un anno e penso si senta dall’atmosfera claustrofobica. Ho iniziato a scrivere i pezzi e a buttare idee a metà inverno della quinta superiore e l’ho finito quest’inverno. Man mano che accumulavo materiale facevo una selezione e tenevo solo le parti necessarie, avevo più o meno in testa come doveva essere il disco. Poi la lavorazione effettiva è durata 2-3 mesi". Il tutto prima della quarantena: "La cosa paradossale è che ho finito il disco in una sorta di autoisolamento appena prima del lockdown, quindi mi sono trovato dopo a rivivere quella situazione. Stavo diventando scemo".

Una cosa curiosa del disco è che, invece di occuparsi di mezzi di intrattenimento più moderni e vicini a un ragazzo nato allo scadere del 20° secolo, il mondo della televisione – così fuori moda ormai – sia l’assoluto protagonista. "Il fatto che adesso la tv sia scaduta è uno dei motivi che mi ha portato a concentrare l’attenzione lì. Se guardi la tv italiana ti rendi conto di quanto sia distaccata dalla realtà, specialmente per la mia generazione, dove siamo abituati a dei tempi più rapidi e a una accessibilità diversa", mi ha spiegato Carlo, dopo aver comprato un accendino da Mustafà, un ragazzo ambulante che bazzica spesso la zona. "Se parli degli smartphone o dei social rischi di fare la figura del moralista. A me non interessava dare una visione critica, per me lo stimolo era parlare di un mezzo così affascinante".

C'è un elemento di cui si nota l'assenza, senza che pesi sul risultato del disco: manca il trash puro, quel fascino per l’orrido che vive di una seconda vita grazie alla diffusione virale che ha su YouTube. "Ci ho pensato tanto a metterci un Diprè. È la prima cosa di cui mi pento, non aver lasciato spazio per un pezzo che parli bene del trash e dell’ossessione morbosa che abbiamo verso di esso", ha ammesso con un leggero rammarico Carlo, accendendosi una sigaretta. "Lui in particolare è un esempio perfetto: quando eravamo ragazzini vedevamo un disastro dei suoi video, analizzando meglio poi ti rendi conto che è gente disperata buttata in un meccanismo malatissimo".

Ciò che attira di più Carlo della televisione è la realtà legata alla dimensione locale, in particolare per quanto riguarda quella che è la sua regione, il Veneto. "A volte mia madre guarda il tg regione che è assolutamente fuori dal mondo. Si parla di quello che succede attorno a noi attraverso un filtro iperleghista e retrogrado, senza esserne in grado di capire le dinamiche, è un effetto comico non voluto incredibile". Effetto che nel disco emerge dai campioni vocali disseminati qua e là per Canale Paesaggi, andati a pescare da video e trasmissioni da Carlo in lunghe ricerche online. "Un giorno ho cercato su YouTube ‘tg regione veneto’ e ho trovato un documentario fatto da un tipo in green screen che ha pure mandato al festival di Venezia, sembrava uscita da Adult Swim, però in maniera del tutto non intenzionale, quindi l’ho inserito. Così come l'attentato jihadista a Telecittà, quello è un video che fa troppo ridere".

Un altro mondo che viene toccato da Canale Paesaggi è la pubblicità: in particolare, in Luminosità alta vengono si citano gli spot automobilistici e di profumi, due tra le categorie pubblicitarie più incomprensibili. "Sono due tipi di pubblicità molto simili, nel senso che hanno poco a che fare col prodotto che vogliono venderti. E poi sono tutte uguali: 'Vivi la vita a pieno, fregatene', tutte ste stronzate", mi ha raccontato Carlo, ridendo. "Una delle cose che ho letto di più per fare questo disco è Tennis, tv, trigonometria, tornado di David Foster Wallace. C’è tutta una parte dedicata alla pubblicità, cosa succede nella testa di una persona quando la guarda, ma un passaggio in particolare che mi è rimasto è quando dice che la tv è indistruttibile perché è sempre più avanti dei suoi critici. La parodia più esagerata della tv esiste già nella TV stessa. Se da una parte hai Eric Andre che limona con un poliziotto, dall’altra c’è Iva Zanicchi che caga in studio".

Nonostante il progetto sia interamente pensato e sviluppato da Carlo, i Post Nebbia rimangono una band a tutti gli effetti. "La procedura che abbiamo sempre fatto di prendere un pezzo e di renderlo nei nostri limiti, quindi io continuo a considerarci così, stare con quelle persone mi influenza su quello che faccio, so fin dove posso spingermi”. Poi Carlo aggiunge: "Siamo arrivati a un punto di 'dittatura nazista', nel senso che ormai facciamo solo le mie cose. Dico così perché il nazismo secondo me è un’ottima iperbole per descrivere la megalomania da rockstar. Prendi Kanye West, lui è una sorta di Adolf Hitler".

"Senti, volevo farti vedere un negozio di dischi qua vicino, ti va?" mi propone Carlo. "Ma dici il 23?" gli chiedo io, citando il negozio dove ho perso le ore nello scavare vinili assurdi quando tornavo a casa dalle lezioni in università. "No no, è un posto nuovo aperto da un paio di anni, si chiama Music Addict. Ho fatto amicizia col proprietario, vedrai". Finisco il mio spritz al volo e ci incamminiamo verso il ghetto di Padova, a cinque minuti dal bar. Arriviamo di fronte al negozio, dove spicca un vinile di Igorrr in vetrina. Entriamo, salutiamo Max, il proprietario, e iniziamo a dare un’occhiata ai dischi in offerta.

Carlo mentre fruga tra i dischiCarlo mentre fruga tra i dischi

"Ho ascoltato tanto l’ultimo degli Arctic Monkeys, il White Album dei Beatles, i Calibro 35, un po’ di library music italiana", mi racconta Carlo, mentre scorre le copertine degli ultimi arrivi, tra cui addocchiamo King Krule e Khruangbin. "Ho fatto questo disco nel momento in cui ho capito come ricreare quel groove di batteria alla Nate Smith. A questo si aggiunge la linea di basso, che per me può portare avanti il pezzo come nient'altro. Per Canale Paesaggi mi hanno prestato un basso incredibile, un Hofner Telecaster, ha un suono da dio che io tratto malissimo".

Scendiamo al piano di sotto, dove continuiamo a parlare e a tuffarci nelle sfilze di dischi usati in offerta. "Io adesso vorrei diventare anche produttore, sento che quella sia la mia strada se voglio riempire il frigorifero", mi dice Carlo parlando dei suoi progetti futuri. "Poi vorrei fare un progetto di ipotetiche sigle di telegiornale, cosa che non saprei neanche da dove iniziare. Io ho un approccio da beatmaker, parto da un loop e poi ci costruisco una canzone attorno. Fare una sigla di telegiornale è qualcosa di totalmente diverso".

Carlo esibisce un 45 giri di Amanda LearCarlo esibisce un 45 giri di Amanda Lear

"Mi piacerebbe fare anche qualcosa di strumentale ispirato alla library music", mi confessa, mentre gli indico un disco degli Scritti Politti. "In Come funziona la musica di David Byrne c’è la visione che l’ambiente e la diffusione della musica condizionano l’artista più che la sua individualità, quello che fai è un prodotto dell’ambiente. Questo vale tantissimo per la library music, visto che gli italiani sono stati campionati tantissimi dai produttori americani. Ha avuto una seconda vita in un mercato opposto".

Usciamo dal negozio, Carlo con tre dischi sotto braccio. Ci dirigiamo verso la sua bici e, prima di salutarci, torniamo a parlare dei Calibro 35, di cui abbiamo scorto la deluxe version del primo album. "Il loro ultimo disco, Momentum, mi ha molto affascinato perché è totalmente privo di narrazione. C’è pure un pezzo che è tutto incentrato su questo che è Death of Storytelling: loro hanno rinunciato a definire un concept narrativo come avevano fatto in altri dischi in cui c’è una direzione precisa. Vorrei riuscire a fare qualcosa così".

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Tag: album - intervista

Pagine: Post Nebbia

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