Proiettili Buoni - Prato, 16-10-2008 Intervista

03/11/2008 di

Sparate alla presunzione delle etichette e abbandonatevi alla poetica delle cose. Le cose scarnificate, svestite di orpelli inutili, riconsegnate al mondo senza il bavaglio dell'ovvietà. Finalmente dette, senza vezzi o retorica, suonate riscoprendone la musica interiore. Ecco a voi, Signori, i Proiettili Buoni. Cantori e non interpreti dell'essere, di ciò che già è senza bisogno che qualcuno arrivi a definirlo. A prescindere da come li vogliate prendere o considerare, su cd, live o seduti a parlare nella tranquillità semplice di una sala prove che sa di casa, i Proiettili buoni tornano in canna dopo la fu apparizione tra 1999/2000. Verità onesta e senza sovrastrutture. Roba per gente-tabula rasa. Una piacevole conversazione ironico-serio-giocoso-romantica con Marco Parente, Paolo Benvegnù, Andrea Franchi e Gionni dell'Orto, volutamente incentrata sulla loro essenza di gruppo, al di là delle individualità. Com'è giusto che sia. Di Monia Baldacci Balsamello.



Ciascuno può descrivermi a suo modo il progetto "Proiettili Buoni"?
Marco: Proiettili Buoni è l'alter ego, una controfigura nell'accezione positiva, per cui tutto il meglio, nel senso di umore, leggerezza, sanità d'intenti se lo beccano i Proiettili Buoni e non Marco Parente. I Proiettili Buoni usciranno nero su bianco allo scoperto consegnandosi un minimo alla storia con questo cd più vinile (in uscita ufficialmente il 21 novembre prossimo per Black Candy Records, NdR). Per ora l'hanno fatto in modo molto bello ma solo nell'atto performante del concerto, senza perdere la dimensione del gioco. Amiamo il gioco, non lo scherzo che è adulto. Il gioco è del bambino ed è molto serio.

Paolo: Proiettili Buoni è una delle rarissime forme di amore non nostalgico. Normalmente quando ti innamori di una persona non sai perché. Questa situazione si sviluppa sempre nell'ambito di uno stato umanamente confusionale e quando finisce per nostalgia vai a coglierne i lati positivi. Proiettili Buoni sono questo amore senza la nostalgia. Persone che si ritrovano dopo del tempo, con un vissuto diverso che non ha cambiato l'approccio, con lo stesso amore. È come essersi lasciati per capirsi meglio. Momenti positivi e negativi compresi. C'è stato un momento in cui questo gruppo ha avuto degli sbandamenti causati dal momento storico ma ritrovandoci si è innescata la medesima alchimia. E lo sapevamo. Proiettili Buoni è una cristallizzazione dell'amore e della volontà.

Gionni: Proiettili Buoni è una band proto-emo. Prima eravamo emo, c'era questa attitudine punk del tipo "l'hai cambiato il pedalino?" "no" e via. Dovendo fare una differenza con gli Amore (l'altro gruppo in cui milita Gionni, NdR), non siamo svizzeri ma italiani.

Andrea: Sono cresciuto grazie a queste persone con cui ho sempre suonato, per me è un riscoprire, un ristagnare. Si fanno altre esperienze, s'imparano altre forme e approcci musicali che poi confluiscono in questo progetto. Quindi c'è un rinnovamento rispetto a sette, otto anni fa e sicuramente un cervello diverso da parte mia. Sono persone che posso mandare affanculo. E quando puoi farlo, vuol dire che c'è sintonia.

M: Comunque Monia, Andrea la definizione migliore l'ha scritta sul comunicato stampa: "un corpo destinato ad essere lanciato senza un vero atto di forza individuale. Noi, credo, non dobbiamo conquistare nulla, ma ci mettiamo al servizio dell'inerzia, del moto, dello spostamento, creandoci una visione inesatta e immaginifica di quello che sta intorno".

A: Eh. Lo dicevo che dovevo rileggermelo prima di venire qua!

L'unione fa la forza o la forza fa l'unione? Ovviamente nell'ambito di questa reunion.
M: Per me né l'una né l'altra. Piuttosto l'unione fa la guerra e la guerra fa l'unione. In questi tempi drammatici l'unione di due persone è già una rissa.

P: La forza fa l'unione libera. Se sei forte dentro di te, tutto è libero. Se fosse così per tutti non ci sarebbero le guerre. Utopistico ma tant'è.

A: A me hanno insegnato che l'unione fa la forza e mi sta bene così.

G: Leggo qualcosa di sibillino in questo gioco di parole. E comunque io vorrei parlare anche degli Amore se possibile... (ride, NdA).

Cd e vinile. Il primo frutto in parte del live del 4 gennaio 2008 al "Viper" di Firenze e in parte delle registrazioni in sala prove del giorno prima, del tutto live; il secondo contenitore dei provini originali registrati su multitraccia al tempo, potenzialità intatta e implosa che trova una nuova dimensione. Come due fotografie?
M: Esiste un gap temporale tra i Proiettili Buoni inconsapevoli del 2000 ed oggi. Un asse temporale che va chiarito. Ed il modo migliore è che la storia vada sul vinile, supporto che appartiene al passato, e che invece lo sviluppo attuale di quelle idee stia su cd. Per noi è piuttosto succulento, curioso, che uno possa fare il paragone tra la band con le ore contate di allora e quella che oggi resuscita, risuonando gli stessi pezzi ma in modo più consapevole.

Che rapporto avete con la dimensione live? Intendo nello specifico suonare sul palco di un concerto, oppure a teatro o ancora nell'ambito di un house concert rispetto invece al suonare in studio.
G: La dimensione casalinga dell'house concert mi piace, una nudità che crea un po' di imbarazzo ma permette di avere una relazione più profonda con le persone che vengono a vederti.

A: Mi trovo molto bene in studio, nella fase compositiva. Lo spettacolo è la messa in scena di qualcosa, cerchi di metterci tutta la buona volontà, a volte ti riesce meglio altre peggio. Suonare è una cosa molto materiale. Il teatro è molto silenzioso per cui ha una bellezza e sfumatura tutte sue a cui devi abituarti. Certo però che il camerino del teatro è molto più bello di quello del locale... e anche il pubblico riesce a stare più attento. Il teatro obbliga all'attenzione. Non è che vai lì e ti bevi un cocktail mentre guardi lo spettacolo. Riguardo i locali, dipende dall'iniziativa dei gestori. Se ti piace vendere birre farai il venditore di birre. Se ti piace fare un concerto perché la gente lo veda, hai tutte le possibilità: non metti il bancone accanto o davanti al palco per esempio. Quindi se vuoi, fai in modo che un concerto sia e diventi importante. Cosa che oggi accade meno rispetto a un tempo. Poi la domanda che mi viene è: il concerto lo fa il pubblico o no? Chi viene per lo più a vedere i nostri concerti? Molti del nostro giro sono musicisti, pittori, artisti in genere o "myspaceiani", gente che ama stare in mezzo all'arte e con un proprio ego. Per quello magari vengono un po' prevenuti, aspettandosi cioè qualcosa. Ma sul palco noi andiamo senza copione, senza scrittura di scena.

P: (dopo aver ascoltato attentamente, NdA) Devi sapere che Andrea è uno degli esponenti assoluti della corrente di pensiero che vuole rock e birra non compatibili. Nel profondo è una sorta di sommelier teatrale.

M: Mi piacciono tutte le fasi che hai enunciato, dal localino allo studio, al teatro, al concerto intimo. Ma alla fine nessuna mi soddisfa appieno, nessuna mi basta. Il teatro con le sue peculiarità mi dà noia. E allora sdrammatizzo col pubblico. In birreria mi dà noia che quell'attenzione non ci sia e stare davanti a gente che segue-non segue. In studio lavori con fonici, altri musicisti e ci sono ansie varie, vari eghi da far convivere al massimo dell'espressione, perché si sta lavorando all'atto creativo e nella stanza frullano varie cose. E dipende da come la gente s'è svegliata, da quali umori porta. È una famiglia. Quando a volte vengono fuori cose per me straordinarie mi lamento del fatto che nessuno le ascolterà o vedrà esattamente così come sono uscite in quell'intimità. Viene fuori magari una bella versione, mi volto e ci sono solo le pareti ad ascoltarmi. Però sono contento perché comunque è accaduto, la versione è uscita anche se non son passato alla congiura dell'atto pubblico. In pratica: non mi sta bene niente e mi sta bene tutto. In pubblico abbiamo un approccio che definirei furibondo ma nel senso di gioco. Facciamo delle facce assurde e non ce ne rendiamo conto. Sono sorrisi sinceri, bambineschi perché ci divertiamo davvero. Ci stupiamo.

Ogni volta che il pubblico si aspettava qualcosa di specifico so di per certo che non l'ha avuto. Magari ha avuto qualcos'altro. Bisognerebbe lavorare sull'aspettativa perché è pericolosa. Ascolta quel che l'artista ha da dirti oggi senza aspettative altrimenti diventa autoreferenzialità, presunzione. Il gruppo ha già le sue voci dentro, non deve far qualcosa per stare al gioco alla maniera del pop. Non posso pensare alla persona cui mi sto rivolgendo, spero solo che quella persona sia uno "zero herzoghiano", senza sovrastrutture. Sia una lavagna di cui noi siamo il cancellino che pulisce. Le persone non prevenute ti parlano sinceramente più di quanto facciano l'artista, l'aristoide, il giornalista o quei fan che si aspettava qualcosa. Spero che i Proiettili Buoni riescano a dare una sventagliata in questo senso, essere altro dal resto. Senza che nessuno si aspetti niente.

P: Per me il palcoscenico non esiste. Esiste il momento. Ci si trova meglio o peggio ma questo non ha a che vedere coi posti. Piuttosto con gli istanti. È ininfluente dove sono quando sono nell'atto del fare. Magari il teatro è troppo sacrale. Mi piacciono i piccoli club, le case dove senti il respiro delle persone. So che il motivo che mi porta a fare il musicista è quella sorta di timore reverenziale che c'è prima d'iniziare, quando non so cosa sta per accadere. Entro e non so se sarò. Tornando al discorso delle aspettative, il massimo della libertà è che noi non ci aspettiamo nulla dal pubblico. Ognuno è davvero se stesso qui, sul palco e ovunque, senza la preoccupazione di esserlo e di un progetto cui devi dare la mammella e nutrire come un figlio. Un gruppo in cui io sono la madre benigna, Marco è la figlia che scalcia, Andrea è il padre e Gionni è tutto. Queste caratteristiche non le fingiamo. Non abbiamo bisogno dell'occasione specifica per essere Proiettili Buoni. Tutto è traslato dal contesto. Non c'è differenza in pratica tra le prove e i concerti e noi continuiamo a stupirci.

Le tracce dell'album rivelano per me una reale affinità di fondo che dopo dieci anni è particolarmente definita. Il nodo del progetto è proprio "il sentimento delle cose", sia scritto che suonato. Un viaggio lirico non sovraccaricato di voi, onesto, che veicola la potenza della semplicità. Parola e suono, testo e arrangiamento si completano senza scarti. La parola cucita al suono e viceversa. Nessuna serva dell'altra.
P: Le parole dei pezzi sono state scritte da Marco al tempo. Nei Proiettili Buoni ci mettevo e ci metto la mia energia perché è così che mi esprimo. Ma se tu senti degli echi di quel che ho scritto dopo, è perché senza piaggeria io da lui ho imparato molto, non ultimo il senso esatto della parola e del gioco sulla parola. Nel suonare, questa cosa l'ho messa. Quel che senti è figlio dell'energia di questo gruppo, queste quattro persone. Allora come oggi io non riesco a finire di suonare un pezzo senza il fiatone. La cosa bella è che tutto si muove in maniera onomatopeica. Questo lo percepivo anche ai tempi ma non riuscivo a sublimarlo. Finalmente quando ti liberi - e questo andrebbe detto a tanti gruppi giovani - il canto diventa onomatopeico. Non esiste cioè la parola difficile, non esistono l'inglese, l'italiano, il francese, lo spagnolo. Esiste qualcosa se tu esisti. Si va lì e si butta fuori energia in modo quasi inconsapevole. E tutto diventa leggero. Il bello o il brutto non esistono. Esiste l'interezza. Quando dicono che sono troppo denso intendendo in pratica pesante, è proprio il contrario. Non esiste il denso se ti senti leggero. Quando sei libero, se sei una farfalla puoi anche dire al pubblico che sei un rinoceronte. Loro vedranno solo una farfalla.

A: Va detto anche in questo senso che la musica indie non esiste. Esistono persone libere che fanno musica come stiamo dicendo adesso.

M: Non è più importante chi ha scritto i pezzi. Conta che io per primo me ne sono liberato e così l'energia può esplodere. Quando canto quei pezzi non devo caricare. Dico la parola, dico l'energia.

G: Qui si parla di suonare e a me è presa una voglia...

Per chiudere: il proiettile è buono perché volutamente sbaglia bersaglio o perché azzecca quello giusto?
M: E' buono perché manca, non giunge a destinazione, non ha la presunzione del bersaglio. È l'atto creativo in sé.

P: E' buono perché è. A prescindere. Conta la sua essenza, il fatto che potenzialmente somiglia a tutti gli altri proiettili che potrebbero essere innescati dalla medesima polvere da sparo.

A: E' buono perché si lascia lanciare, si affida all'inerzia del gesto.

Commenti (6)

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  • Viviana Noce 04/11/2008 ore 16:10 @butterflyhope

    è stupenda!!! 4 persone diverse ma figlie del medesimo pensiero. atto in sè che finisce in sublimazione. non vedo l'ora di averlo in mano. naturalezza. poesia. purezza e gioco. G R A N D I !!!!

  • Le Cose dei Licianni 05/11/2008 ore 18:01 @lecosedeilicianni

    Ma quanto sono buoni questi proiettili ,quasi quasi mi faccio una scorpacciata.....
    Prosperosa e lunga vita musicanti
    ciao
    OPpe

  • Simultanea 05/11/2008 ore 21:45 @simultanea

    notte.. nebbia.. pioggia..
    Siena..
    un vecchio ospedale psichiatrico..
    ma dov'è questo concerto di Benvegnù?!
    ma dov'è!?
    non vedo centri sociali qua!
    ...intanto un'ombra si avvicina , un'ombra in un impermeabile che avvolge una figura minuta.
    Chiedo .. mi scusi , ma lei sa dov'è il concerto del Signor Benvegnù?
    L'ombra assume sembianze umane , alza lo sguardo e mi dice , si si , continua a dritto...
    Il signor Franchi forse stava andando a comprarsi le sigarette o magari a farsi una semplice passeggiata.
    Ho un legame con queste persone , anche se loro non lo sanno..
    Eppure se penso a lui mi viene in mente > .. il riff di batteria prima di "e poi.. dimmi se ci sei.... "
    Quel concerto , una delle tante tacchette segnate sul muro della Musica fu interrotto da un rutto sovrumano.. proprio lì , in quel punto preciso . Paolo prendeva fiato .. e la radio canta.. di una stella che sembrava irraggiungibile..
    Manuel si sarebbe incazzatooo ...
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    Non per sminuire nessuno , ma era un ricordo che volevo raccontare. I proiettili buoni sono un gran progetto. Ero al Viper e pure a Marea . Vedere Paolo on the side , come ai vecchi tempi.. è stato emozionante. Sono colpito dal loro sound , ho visto Marco da Cristina a Firenze dopo il concerto , qualche settimana fa , ho chiesto del disco , e finalmente ecco l'annuncio.
    non vedo proprio l'ora di sentire un altro frammento dello "Scisma"..

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