Big Fish / intervista

Big Fish: "Tanti fanno musica solo per apparire, e spariscono presto"

"Il direttore del circo" è il primo libro del veterano dei producer, uno di quelli che può veramente dire "ho portato il rap in Italia". Tra giudizi non proprio entusiasti su certa trap e i ricordi della Golden Age, ci racconta cosa significa vivere di musica in Italia
22/06/2020 12:36

Il direttore del circo - Come sopravvivere alla musica è il primo libro di Big Fish, produttore e dj con alle spalle una ventennale attività artistica durante la quale ha dettato i trend del rap italiano, facendo la storia della scena hip hop e urban del nostro Paese. Un'autorità. Dopo il successo negli anni Novanta con i Sottotono, nel 2006 esce con il suo primo album solista Robe Grosse, che ha rappresentato la prima forma di "hip hop da club" italiano. Nel mentre collabora con Fabri Fibra, Nesli, Ensi, Two Fingerz, Vacca, Emis Killa, Mondo Marcio, Caparezza, Morgan, Manuel Agnelli, Andrea Nardinocchi, Caneda. E ancora tanti altri.

Il libro, edito per Sperling e Kupfer, è quasi un manuale d'uso per affrontare il music business, pieno di consigli e suggerimenti nati dall'esperienza personale di uno che il mondo della musica l'ha girato tutto. Rivolto soprattutto agli aspiranti musicisti e agli artisti emergenti, queste pagine sono "un'opportunità unica per imparare i segreti del mestiere dal migliore: colui che il circo della musica lo ha fondato e dirige".

La copertina del libro di Big FishLa copertina del libro di Big Fish

Da dove nasce l’idea di scrivere un libro?

Mondadori mi aveva proposto di scrivere una biografia, ma onestamente non pensavo sarebbe stata una buona idea: non mi sento Freddy Mercury e non penso possa essere interessante sapere qualcosa sugli anni ’90 attraverso il racconto di come ho vissuto, allora inizialmente ho rifiutato. Poi Massimiliano, il mio manager, mi ha fatto riflettere perché in realtà di cose da dire ne avrei avute molte. Ho deciso di accettare a patto di fare il libro come piaceva a me, cioè raccontare la mia storia condita con aneddoti, con la mia visione della musica, del business musicale e della situazione attuale. Senza essere polemico e fare la morale, ma cercando di essere costruttivo. Mai avrei pensato di fare un libro. Chiunque può scrivere un libro, però il gol – come nella musica – è arrivare alla gente, è mettere in gioco sè stessi e far capire esattamente chi sei, dove sei arrivato e dove vuoi andare. Speriamo di riuscire in questo intento. 

Di cosa parli nel tuo libro?

Nel mio libro parlo di quello che vedo e mi succede. Facendo una bio tutto questo non sarebbe stato possibile perchè sarebbe stata un'autocelebrazione dei tempi che furono, ed era quasi come volersi sentir dire dalla gente semplicemente sei un figo. Invece lo scopo è spiegare ai ragazzi alcune cose fondamentali che riguardano la musica, ma senza definire il rapporto tra musica e persona, perchè ognuno la vive a modo suo. Spiego cos'è l'industria musicale dal mio punto di vista con tutte le dinamiche che ci sono dentro – contratti discografici, SIAE, cosa significa fare un concerto – sperando di dare qualche buon consiglio. 

A chi ti rivolgi?

Ai tanti fenomeni che ci sono in giro. Sono tanti i ragazzi che bussano alla mia porta e mi sentivo di rimetterne qualcuno con i piedi per terra. Da me arrivano in studio ragazzi di vent'anni che sono cantanti, produttori, video maker, esperti di marketing: molti dicono la parola magica che mi fa capire che devo mandarli fuori dallo studio. La parola magica è fidati: io non accetto fidati da uno di vent'anni. Molti ragazzini mi dicono "io voglio fare musica perchè si guadagnano un sacco di soldi" oppure "voglio fare musica perché voglio diventare famoso". Va benissimo, ognuno se la vive come vuole, ma io cerco di far capire a questi ragazzi che la musica non va usata come mezzo per apparire. Se non la metti al primo posto, ti può andar bene una volta, forse due. Se usi la musica per apparire, se dai solo immagine, è difficile che tu poi possa avere longevità nel mondo della musica e gli anni '80 e '90 insegnano molto da questo punto di vista: ci sono state tante di quelle meteore che hanno avuto un successo clamoroso e poi da lì a due anni sono andati a fare un altro lavoro, perché non sono più riusciti a rimanere a galla.

Il grosso problema dei giovani è che vogliono fare musica per apparire? 

Non voglio fare il polemico, ma sì. Viviamo nella società dell’apparire e questi fenomeni prima vanno in un negozio di un grosso brand a farsi l'outfit e poi pensano alla musica, quando dovrebbe essere il contrario: è il grosso brand che ti cerca di conseguenza al tuo successo. Dall'avvento della trap e di Instagram i ragazzini vanno a compare magliette da 300-400 euro e subito, dentro al negozio, fanno la foto da pubblicare, perché è uno status, è appartenere a una famiglia. Io ho un nipote che ha quasi trent'anni; io dieci o quindici anni fa gli compravo la Playstation o i giochi della Playstation. Adesso al nipote o al figlio si regala la maglietta del grosso brand che costa come la Play. La maglietta la lavi due volte e ti arriva sopra l'ombelico, la Play almeno ti durava qualche anno.

Non salvi nulla della trap?

Viviamo veramente la società dell'apparire e la trap ha tirato fuori il peggio da questo punto di vista. Parlo, però, di un certo tipo di trap. La trap, se intesa come GhaliSfera EbbastaTedua che sono i padri di questo genere, allora è un altro discorso. Loro si meritano di stare dove sono e di avere il successo che hanno. Ho profondo rispetto per questi artisti perchè hanno portato un genere in Italia quando era tutto fermo e sono riusciti a espanderlo al massimo fino a renderlo mainstream. Se, invece, parliamo dei "followers dei followers" che fanno roba di quarta mano, la cui unica speranza è di tatuarsi in faccia, allora sono chiari gli intenti. Per loro c'è solo voglia di apparire, e la musica non è quello.

Che consigli daresti agli emergenti? 

Essere sinceri, mostrarsi senza maschere, non fare i gangster su internet è un po' idiota. Noi con i Sottotono facevamo gli scemi in un altro modo, ma almeno non facevamo vedere i soldi e le pistole. Ho fatto un pezzo con Jake la Furia Soldi dall'inferno in cui "mette a posto" proprio tutti quei ragazzi che fanno gli scemi. Lui la vita l'ha vissuta parecchio e per questo motivo potrebbe parlare di certe cose all’infinito, però non lo fa perché sarebbe banale. Chi le ha vissute veramente certe cose non si abbassa a fare lo scemo su internet. La cosa che mi fa ridere è che questi ragazzi non hanno più un confronto fisico, una volta c'era il dissing, adesso c'è il botta e risposta a colpi di stories su Instagram, è paradossale. C'è poca gente che vuole rischiare effettivamente e c'è tanta gente che fa il compitino.

Sul libro scrivi che bisogna "stare sempre in prima linea e fare ogni disco come se fosse sempre il primo". Un altro consiglio da dare?

Darsi da fare. Non puoi aspettare che la gente faccia qualcosa per te, devi lottare tu per realizzare il tuo sogno. Il mio lavoro è la mia vita ed è talmente totalizzante che non posso permettermi di distrarmi dal pensiero della musica, mi ci sveglio la mattina e ci vado a dormire. Non penso a guadagnare per spendere soldi in vestiti, macchine e gioielli. Penso alla realizzazione dei miei progetti, altrimenti non sono tranquillo. Bisogna pensare prima alla sostanza e poi all'eventuale guadagno. Oggi, come dicevamo prima, purtroppo vedo fare il contrario. Quando sei vergine di contratti discografici e non sei immerso nel music business, lavori meglio, perché lavori in maniera spontanea, magica. Questa attitudine non si dovrebbe perdere con il tempo e con la carriera.

A proposito di carriera, c’è stato un momento in cui ti sei sentito un po' fuori posto rispetto al rap e te ne sei allontanato. Perchè?

Ho avuto una specie di crisi di mezza età in cui mi sentivo un'altra generazione nel mondo della musica. Quando hai successo tutti ti adorano, poi iniziano ad odiarti perché hai troppo successo, ma se superi il momento dell'odio diventi quasi immortale. Guarda Fabri Fibra o Guè Pequeno. Prima entrambi erano attaccati su tutti i fronti, ora nessuno dice più niente. Nei miei confronti ho sempre sentito odio, ma a me non interessa essere amico di gente a caso. Io sto lavorando, non sto cercando di mettermi in mezzo a un sistema. Specifico: il problema non è del rap, ma è della gente che fa rap e più o meno recita una parte. Non tutti sono sinceri e puri, molti stanno attenti a Spotify, a quello che succede tra di loro: c'è quello che chiede la collaborazione, quello che non ti risponde al telefono e quello che non collabora se non hai un tot di views. È per queste dinamiche che ho deciso di "togliermi di mezzo".

Cosa ti ha riportato sui passi del rap?

Il rap mi emoziona talmente tanto che sono tornato, rimanendo lontano dai meccanismi del musica business di cui ti ho parlato. Nel mentre mi sono innamorato della musica elettronica inglese e per quasi sei anni ho fatto delle cose all'estero, arrivando anche a un livello discreto: ho lavorato tanto con Diplo di Major Lazer e dal 2012-2013 al 2018 ho lavorato prevalentemente fuori dall’Italia, ma era roba che mi andava un po’ stretta. Per continuare avrei dovuto trasferirmi e andare all'estero e non avevo voglia, anche se ho sempre sognato gli Stati Uniti o l'Inghilterra, ma in realtà ho capito che sto bene dove sono.

Esempi di collaborazioni virtuose che sembrano aver seguito i tuoi consigli senza saperlo?

Sfera Ebbasta, Charlie Charles, Club Dogo e i Sottotono. Don Joe, Charlie Charles ed io siamo stati fortunati, furbi o intelligenti a stringere patti professionali con dei rappers bravi: Joe con Jake La Furia e Gué, Charlie Charles con Ghali e Sfera, io con Tormento. Sono matrimoni artistici nati per proseguire un progetto comune che hanno dato buoni frutti. Siamo stati fortunati a lavorare con i rapper migliori della piazza, ma come dico nel libro "accostare il proprio nome al rapper o al produttore giusto non basta".

Nel libro scrivi: Stavo pensando a te di Fabri Fibra e Amor de mi vida dei Sottotono sono canzoni scritte alla perfezione. Perché?

Sono perfette perché parlano senza filtri. Fibra per la prima volta parlava di una storia d'amore e Tormento parlava della mamma. Non c'è paura di esporsi. La chiave è parlare direttamente e in maniera personale perché più ti scavi dentro e più arrivi alla gente.

Sei contento di aver portato il rap come genere al successo?

Non so se l'ho portato al successo, ma so che ho fatto quello che mi piaceva. Sono contento perché sono sempre andato a feeling, cercando di scegliere sempre quello che mi piaceva fare. A volte andava meglio, altre volte peggio, ma tendenzialmente ho messo dei paletti intorno a quello che mi andava davvero di fare e ora ancora di più.

Cosa c'era di speciale nella compila rap del 1994 in cui stato inserito?

Da artista quello essere inserito nella compila rap del 1994 è stato il coronamento di un sogno perché era uno spot che ti permetteva di essere parte di qualcosa. Eravamo dei ragazzini di provincia e competevamo con dei colossi della città, quindi essere inseriti in quella compila era davvero un bel passo. Per noi fare un disco era un miraggio, adesso la tecnologia ti porta produrre un pezzo alla settimana da far uscire su Spotify, oggi di possono realizzare video con pochissimi soldi. Prima era una cosa da grandi fare un disco, voleva dire che avevi fatto veramente qualcosa. Adesso un pezzo lo fanno tutti. Tuo cugino si compra un microfono e un computer e può fare un disco e metterlo su Spotify, prima invece dovevi quantomeno andare in studio. La tecnologia dà spazio a tutti e la musica diventa alla portata di tutti, per carità, ma ne risente la qualità. Una volta c'era una cura del suono diversa, adesso c'è più tecnica.

Il ruolo del produttore in Italia negli ultimi anni è cambiato?

Il produttore in questo momento sembra voler apparire più dell'artista, mentre chi fa il produttore dovrebbe capire che ha scelto di stare dietro le quinte. Il produttore deve essere il giusto anello di congiunzione tra il committente, cioè la casa discografica che ha bisogno di vedere i risultati, e l'artista. Adesso dappertutto vedo scritto: "prodotto da", "mixato da" e spesso nei video si palesano anche i produttori. Anche nella comunicazione c'è il produttore. Ovunque c’è il produttore. Raga fate i produttori non fate i cantanti, fate i seri. Soprattutto perché il lavoro del produttore è bello, è una figata, non ci si limita a fare una bella base, a darla al rapper e registrarla. C'è tutto un lavoro dietro per migliorare il pezzo, bisogna metterci e rimetterci le mani.

Come lavori con gli artisti con cui lavori?

Cerco di avere un confronto con il ventenne, cerco di capire cosa vuole fare, dove vuole arrivare e gli dico la mia. Cerco di fargli capire che la musica è fatta anche di risultati e non solo di espressione artistica e basta. Se hai un'idea forte in cui credi allora ti dico "vai dritto verso quella idea, vai e distruggi", ma se navighi a vista tentando di fare musica come qualcun'altro, allora c'è un problema. Il produttore rende conto alla casa discografica e non può permettersi che l'artista faccia quel che vuole se in quel modo probabilmente non si va da nessuna parte.

Uno veramente bravo?

Tha Supreme. A mio avviso è un genio, è uno che passa notti e giorni a fare musica, ma il twist è non voler apparire in un momento in cui tutti vogliono apparire. Lui è stato bravissimo a crearsi questo personaggio e andare avanti con la sua idea. Tutti vestono Gucci, Prada, Balenciaga, lui si mette una maglietta e ha un personaggio che parla per lui. Il progetto è stato gestito al meglio e credo sia andato benissimo, ha fatto non so quanti milioni di streaming. Tha Supreme ha creato un personaggio e un genere nuovo che non è la solita trap.

Se Big Fish fosse nato adesso, vent'anni dopo?

Probabilmente sarei una mezza schiappa. Mi è andata bene perché mi sono saputo arrangiare ai tempi. Onestamente quello che sanno fare i ragazzi di oggi io non lo so fare. Sono vecchio, ad essere giovane forse mi sarei chiuso anche io in stanzetta a "fare cose" e sarebbe andata magari anche meglio, chissà. I ragazzi di oggi sono molto preparati musicalmente, hanno la tecnologia che li aiuta a sviluppare bene le cose e a imparare varie tecniche. Io mi arrangio e faccio quel che riesco, alcune cose mi riescono bene, ma mi avvalgo anche della collaborazione dei miei ragazzi: uno suona la chitarra, uno la tastiera. Io non sono un musicista, tha Supreme è molto più musicista di me. 

Prevedi un ritorno al rock o alla dance?

Penso che ci sarà un ritorno dei gruppi in generale. Questa cosa del singolo che va da solo sul palco con la base è stata spinta troppo, però non sono nessuno per dirlo con certezza. Ci deve essere un cambiamento, si deve tornare a dimostrare e a fare quello che si è veramente. Il cinquantenne che fa i balletti su TikTok per me è un pirla. Anche se molti discografici dicono che ora la musica deve partire da lì, io non sono d’accordo. Il ventenne che vuole fare musica super impegnata per me è un babbo perché deve fare il ventenne. Scusa le parole colorite. I ventenni devono fare i ventenni e i quarantenni devono fare i quarantenni. Guardatevi allo specchio e dite: io sono questo e voglio fare questo. Tu che fai il dj che hai cinquant'anni, ti colori i capelli e vai a suonare dove ci sono i sedicenni per me non va bene e non devi farlo. Bisogna ritornare alle cose vere e non rincorrere il successo ad ogni costo.

Che mesi ci aspettano senza i festival e i grandi concerti?

È brutto perché i concerti sono la vita della musica. Non so quando ricominceranno i veri concerti perchè c'è paura. Credo ci sarà una scrematura degli artisti: quelli che andavano a rapinare le discoteche non ci saranno più, i cachet a mio avviso si abbasseranno e rimarrà solo chi ha qualcosa da dire. Le agenzie di concerti quelle grosse grosse si salveranno, mentre ci sarà il disastro di quelle piccole che non possono vivere. Quanto al governo, dovrebbe fare qualcosa.

Noi che siamo dentro al mondo della musica, cosa dovremmo fare?

Qualcuno dovrebbe andare a parlare con il governo, magari voi che fate il MI AMI e che siete anche un mezzo forte di stampa. Voi sapete dove andare, con chi parlare. Io più che fare un post non saprei dove andare. Ieri mi ha chiamato Manuel Agnelli che, insieme ad altri artisti, sui sui social sta cercando di capire come aiutare i meno fortunati di noi. Io ho sparso la voce come ho potuto per il progetto #iolavoroconlamusica, ma non basta, bisogna far capire alla gente e al governo cosa ruota intorno alla musica. Non tutti sanno che ci sono le famiglie dei tecnici di palco, dei fonici, dei luciai, dei baristi, dei facchini e di tante altre categorie. Non ci sono solo gli artisti. Sempre con Manuel ragionavo sul fatto che noi ci arrangiamo anche senza concerti, ma pensa ai fonici. Cosa fanno quelli che magari hanno la nostra età e hanno tre figli? Probabilmente abbiamo sbagliato "noi della musica" perché ci è andata bene fino ad ora, perché tanto anche senza governo andavamo avanti ugualmente. Adesso, però, è arrivato il momento di dire "o si fa qualcosa o si muore tutti quanti". Fate qualcosa voi che potete.

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L'articolo Big Fish: "Tanti fanno musica solo per apparire, e spariscono presto" di Carlotta Fiandaca è apparso su Rockit.it il 22/06/2020 12:36

Tag: rap italiano - hip hop - urban - libro

Pagine: Big Fish

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