Primogenito: sul palco non sono schiavo di niente

Il maggiore di 5 fratelli, Gabriele Tosti ha dovuto mettersi a giocare a calcio per rendersi conto che la sua strada era la musica, anche se non nel rap come credeva inizialmente. Sabato 23/5 porterà il suo folk fiabesco per la prima volta dal vivo a Milano, a MI AMI. L'abbiamo incontrato

Primogenito - foto stampa
Primogenito - foto stampa
18/05/2026 - 15:08 Scritto da Carlo Pastore

La prima volta che ho ascoltato Gabriele Tosti, classe 2004 in arte Primogenito, fu con Scusa Caterina. Brano italianissimo fra De Gregori e Rino Gaetano. Ammetto d’essermi dovuto mettere in discussione. Indubitabilmente colpito da una canzone immediatamente universale, tentennavo sull’abbracciare quella forma musicale iper-tipica. Così italiana, appunto. Com’è possibile che un ragazzo faccia qualcosa di così vecchio? Più dubitavo però, più Primogenito mi provava a parlare. Come se nella sua stanza pura e popolare, illuminata dal sacro fuoco della giovinezza, ci potesse essere un antidoto al mondo in cui i colti insegnano agli ignoranti come si fa. Quella magia che solo la canzone può.

Esiste effettivamente, nella forbice generazionale dei ventenni cresciuti durante il Covid, una riscoperta sempre più trasversale del folk inteso come prisma di tradizioni locali e nazionali. Un fatto che ha sicuramente origine sociale. Da un lato c’è il ritorno alla canzone “di protesta” che accompagna i fenomeni aggregativi della Gaza Generation e prima ai Fridays For Future: si è creato (di) nuovo spazio per canzoni “politiche” (pensiamo al cantautorato femminista di Giulia Mei e Anna Castiglia). Dall’altro c’è lo scarto generazionale: la scelta di un sound dal sapore radicalmente distante dalla urban e trap 2016/2025, la cosa più distante dall’universo estetico dominante dei social. 

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In tutto questo, l’esplosione di Lucio Corsi (Primogenito ne è dichiarato fan) dell’anno scorso ha creato una piattaforma mainstream per il cantautorato, ma chi segue il MI AMI sa che avevamo documentato questo fenomeno già nel 2024, con una Collinetta estremamente significativa che aveva ospitato proprio il concerto trionfale di Lucio e la meravigliosa performance fra musica, avant-spettacolo e teatro del collettivo torinese Tamango. In più, come esempio a onor di cronaca, non possiamo non citare l’esplosione di Brunori SAS nel 2008 come un momento simile: un trentenne, in quel caso, con un passato elettronico, che esce con un disco cantautorale degregoriano. E la gente si piglia bene. Alla fine la canzone è sempre lì.

Ho quindi deciso. Ho invitato Primogenito al MI AMI, dove si esibirà sabato 23 maggio; sarà la sua prima volta dal vivo a Milano. In una famosa radio nazionale mi sono preso la briga di auspicare per lui un futuro radioso, salvo specificare che il giorno dopo l’avrei conosciuto e quindi avrei potuto pentirmi di quel che avevo appena detto. E quel giorno (dopo) è arrivato: il 15 maggio, data di uscita del suo EP Affogare in acque amiche.

Quando sono arrivato da Est, dove grazie al freschissimo e sapiente aiuto di Carlo Sabatucci avrei co-condotto un po’ di chiacchiere con artisti del festival, l’ho trovato in mezzo alla stanza, istrionico e teatrale. Assolutamente in cerca della nostra attenzione. Pronto a duellare simpaticamente con il suo manager Matteo Durand, fra cose che si potrebbero dire e no. Un ragazzo (pieno) di vita, attentissimo al mondo, curioso e analitico. Sensibile ma anche concreto: con una storia che gli insegnato che se sei un terzino e vuoi il posto da titolare devi imparare a correre. E anche, se possibile, essere un leader in spogliatoio.

Primogenito perché… sei il primogenito di cinque figli.

Sì, sono il più grande. Mia madre dal terzo figlio ha lasciato il call center e smesso di lavorare, adesso fa la casalinga. Il più piccolo ha 9 anni, passano 13 anni fra di noi. Una sorella fa la carabiniera, un'altra è ancora al liceo ed è in una fase della vita in cui sta capendo cosa fare. Mio fratello Alessandro è del 2008, gioca nella AS Roma e ha già un contratto da professionista. 

Ti supportano in questa nuova carriera?

I miei fratelli non tanto. Mia madre continua a dirmi che se avessi continuato a lavorare al Conad mi avrebbero fatto direttore in un anno, perché sono intelligente. Mio padre è più attaccato a quel che vede, nei limiti delle sue conoscenze. Non mi ostacolano, però.

È uscito Affogare in acque amiche. Cosa ti ha influenzato come artista? 

Ho iniziato a fare musica relativamente tardi (lo deridiamo bonariamente, in virtù del suo essere un classe 2004, NdA). Sono una persona molto impulsiva, non riesco a concentrarmi su più cose contemporaneamente. Prima c'è stata la parentesi del calcio, che mi ha fatto capire che la mia vocazione era la musica. 

Come l’hai capito?

La musica mi ha iniziato a piacere anche per il fatto che mi sentivo spigliato. Non ho mai avuto una famiglia che mi ha istruito in tal senso: mamma ascoltava Laura Pausini, papà uguale, cinque figli, altro a cui pensare. Paradossalmente questa cosa mi ha fatto molto bene, perché non ho il problema di tanti ragazzi avviati alla musica da piccoli: l'incapacità di scindere cosa hai preso consapevolmente da un artista e cosa invece ti ha influenzato inconsciamente.

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Quali sono i tuoi ascolti principali?

Mi piace molto Andy Shauf quando fa pop. Marco Castello, certi pezzi mi fanno sbudellare. Amo i Telly Hall, fanno quel pop alternativo che voglio sentire. Andrea Laszlo De Simone: con quattro accordi e un grande sound riesce a tirare fuori qualcosa di speciale. Mi piace anche Lumiero, che riprende un po' la tradizione di Gino Paoli. E poi Will Wood, che scrive molto da musical. Mi piace Ivan Graziani. Ultimamente sto riscoprendo anche Natanael Cano e quel filone messicano.

Mi incuriosisce sapere come mai, al posto di fare trap, sei diventato un cantautore.

Quando ho iniziato pensavo di essere un rapper. Poi qualcuno mi ha detto "ascolta il cantautorato e vedrai che sei molto più vicino a quello". Mi ci sono ritrovato. Così mi sono convinto ad entrare nella parte. Ho iniziato a vestirmi come Bob Dylan, giravo con l'armonica, avevo un mood da "puzzone che vuole fare le cose sue". Poi ho iniziato a non sentirmi più a mio agio: mi sembrava di fare una performance quando mi vestivo anni '70, con un libro sottobraccio. 

Cosa hai capito?

Mi piace vestirmi come un ragazzo della mia età, anche se la mia musica non è trap. Ho capito che nei concerti sono più rocker che cantautore: quando sto sul palco per quei 40 minuti non mi sento schiavo di niente. Non mi sento vicino al mondo più sperimentale o avanguardista, perché ho una piccola cultura musicale ancora. Ho abbandonato l'anno scorso quell'aura da ragazzo performativo. 

Che tipo di ragazzo ti senti di essere?

Lo scrivo nelle canzoni: non ho mai avuto un gruppo fisso. Sono sempre stato abbastanza frammentato e mi sono sempre circondato da persone molto lontane da ciò che facevo. In un certo senso mi piace non essere capito. Ti responsabilizza.

La musica per te è anche un ascensore sociale, un modo per svoltarla?

No, non ho né repulsione né un forte attaccamento verso il denaro. I soldi mi piacciono per quello che permettono: mangiare bene, viaggiare, vedere concerti, mantenere una famiglia: dentro mi sento molto padre e quello è un mio obiettivo. Li tratto come un mezzo. Preferisco che si parli bene di me e che abbia da vivere dignitosamente, piuttosto che avere tanti soldi nell'anonimato. 

Che cosa rappresenta per te il successo?

Non so se mi affascina o mi inquieta, lo scopriremo vivendo. Al momento non esiste successo, non esiste niente, sono solo chiacchiere.

Come scrivi i tuoi pezzi? Hai un metodo?

Scrivo ancora su carta, non scrivo in studio. Tendo a portare il pezzo già pronto all'arrangiatore. È un approccio old school. Scrivo a casa, di notte, nel bagnetto di mia mamma, ne escono topline più gentili perché non posso strillare. In questo EP si sente quanto la musica si sia ritagliata spazio nella mia vita, non io che mi sono ritagliato uno spazio per andare in studio a fare la canzone. 

Perché Affogare in acque amiche

Ho usato l'acqua come paragone perché è l'unica cosa che se ti dà da bere ti nutre, ma allo stesso tempo puoi annegarci. Il tema di tutte le tracce è questo: certe cose che ti hanno nutrito, che ti hanno dato da vivere, diventano la tua quotidianità e possono in un certo senso diventare una cosa che ti sta stretta, che ti soffoca. La monotonia può anche distruggerti.

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Qual è la canzone a cui sei più affezionato dell'EP?

Ciao vicini, uscirà una settimana dopo l'EP. L'ho scritta a 18 anni, quando sentivo la mia casa stretta e volevo andare oltre le pareti. Poi, vivendo un periodo da solo e vedendo la quotidianità in altre famiglie, ho capito che da dietro le pareti tutto sembra più bello. Anche la tua famiglia. La frase che sintetizza tutto il pezzo è "non gioco in casa nemmeno a casa mia", che riprende un po' una canzone della tradizione folk spagnola: No soy de aquí ni soy de allá. Mi sono sempre sentito un grande ibrido.

Come sarà il tuo live al MI AMI?

È un live molto poco preimpostato. Ci sarà una scaletta, ma mi piace che si possa anche distruggere. Non punta sullo show ma sulle canzoni, mi piace far parlare la musica. Ci saranno spazi comici ma verranno sul momento, non preparati. E ci terrò a portare una cover di un cantautore argentino, Andres Calamaro, un pezzo della tradizione. La cosa bella dei miei live è che i pezzi su cui lavoro meno sono quelli che dal vivo infiammano di più.

Come ti vedi fra un anno?

Vivo molto il presente, per selezione naturale: se guardo troppo lontano mi faccio del male con le aspettative. Spero semplicemente di avere la mia identità ancora più delineata e di riuscire a fare delle date belle e piene. Voglio portare il mio show ovunque, rinnovarmi e scrivere tanti nuovi pezzi.

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L'articolo Primogenito: sul palco non sono schiavo di niente di Carlo Pastore è apparso su Rockit.it il 2026-05-18 15:08:00

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