intervista

Provincia Cronica: gioie e dolori di un negoziante di dischi

Il negozio di vinili è un microcosmo a sé, molto simile sia nella estrema provincia che nella metropoli
16/10/2019 10:43

Terzo episodio della rubrica che parla di provincia e impresa dal punto di vista musicale, ma stavolta le cose non sono molto diverse da quelle della città. Si parla di un negozio di vinili, Slow Record Shop, che si trova a Cecina, sulla costa toscana: la tipica cittadina troppo piena d'estate e troppo vuota d'inverno, con un negozio che attira i fan del disco da tutta la provincia. Dicevamo: la clientela di un negozio tipico di vinili non cambia granché se situato in provincia o nel centro di Seattle; cambia il numero dei visitatori occasionali magari, ma lo zoccolo duro dei vinyl diggers è identico dappertutto: testa bassa, dita velocissime che riescono a sfogliare migliaia di dischi nella sezione offerte o rarità, vista da supereroe della Marvel, in grado di riconoscere in meno di un millesimo di secondo band, album, edizione, stato di conservazione del disco ed eventuale quotazione Discogs solo dallo stillare delle copertine tipo poker. Cliché, certo, ma non solo. Ci siamo fatti raccontare da Alessio Cruschelli, il proprietario del negozio, le gioie e i dolori di chi vende dischi in Italia nel 2019.

 

Perché hai aperto un negozio di vinili negli anni del digitale?
10 anni fa il settore negli Stati Uniti e in Inghilterra era in fermento, ho pensato che fosse solo questione di tempo prima che la cosa impattasse anche a queste latitudini. Ho scommesso su questo e sul livello di saturazione del mercato digitale, sul bisogno di fare un passo indietro. Il supporto di iniziative come Record Store Day ha certamente aiutato a creare nuovo interesse intorno al formato in sé e al concetto di negozio di dischi come punto di riferimento per gli appassionati, mutati negli anni in animali da record fair e quando ho capito che un'intera area geografica, la costa toscana tirrenica, avrebbe sentito la necessità di un negozio del genere, mi sono buttato e ho aperto, tra un po' di comprensibile incredulità. Era marzo 2013.

Cosa va per la maggiore nel business del vinile, roba vintage o nuove uscite?
Il range di negozio è necessariamente ampio, dalla New Orleans degli anni ’20 alla contemporaneità, ma l’interesse medio restringe un po' il campo: di fatto il periodo ’60-’90 è il più riconosciuto e celebrato , quindi venduto. I classici non tramontano mai ed è un buon segno, anche le nuove generazioni ne riconoscono l’importanza, ma d’altro canto è necessario andare avanti, sperimentare e avventurarsi. Proprio per questo cerco di curare minuziosamente la sezione di negozio dedicata alle nuove uscite, un po' perché piace a me, ma soprattutto perché si percepisca il vinile, se non come riferimento assoluto, almeno come normale amministrazione anche per le nuove release, senza fare facce da baccalà. Questo processo mentale avviene più facilmente per gli amanti di un Mac DeMarco o King Gizzard, comunque più sintonizzati sulla vibe vinilica per la natura stessa del rapporto secolare tra qualsivogliarock e gli LP, meno per i fan di un Asap Rocky o un XxxTentacion, che sono comunque richiesti.

Il profilo del cliente tipo?
La clientela è molto variegata, dai 15 ai 70anni, maschi e femmine, dall'habituè completamente autonomo/a che girella sicuro e beato per un ora al novizio/a un po' timido che ha bisogno di aiuto.

I giovani comprano i dischi in vinile?
Si. Per i 15enni Queen e AC/DC sono dei magneti. Dai 18 in su la scelta diventa più varia e sofisticata. 

Il mercato del vinile è una moda o una solida realtà?
Moda è il risvoltino e la barba col balsamo. Questa è una cultura, la base è molto solida. Il settore è in crescita e lo sarà ancora per qualche anno. Sul lungo periodo è impossibile fare previsioni, la storia dei supporti fisici ci insegna questo.

Alessio Cruschelli, foto © Simone Addis

Quanto è difficile restare a galla?
Slow Record Shop ha quasi 7 anni, ne ha viste e passate tante. E’ stata una bottega di 40mq e qualche centinaio di LP  e adesso è un open space da 180mq e migliaia di dischi, giradischi, amplificatori, speakers e due ulteriori chicche: l’officina riparazioni e lo spazio per i live act con full band, birre gratis e 30/40 persone, la domenica. Ho creduto sin dall’inizio che fosse necessario integrare altri aspetti della cultura (es. la parte hi-fi) per rendere il modello di business ancora più sostenibile  e sfruttare i canali di vendita online, qualunque essi fossero. Le tasse ci sono come in ogni settore e tocca pagarle.

Quali sono i competitor più duri?
Sul materiale nuovo i prezzi stile Amazon ti fanno a fette, ma non me ne faccio un cruccio. Chi compra qui sa, comprende ed è felice di farlo. La location copre egregiamente il gap al rialzo con i colossi del web. In generale sono molto focalizzato sul migliorare ulteriormente il livello di ogni singolo aspetto del lavoro che svolgo, guardandomi intorno di rado. 

Come potremmo invertire la tendenza?
Non si tratta di rosicchiare allo streaming, quanto di integrare l’ascolto in vinile come normale abitudine o quantomeno come una possibilità. Sta accadendo da qualche anno, sta accadendo adesso e speriamo continui ancora così. Questo per i meno avvezzi. Chi ama il formato compra e c’impazzisce, da anni.

Le richieste più assurde che hai mai ricevuto in negozio?
Ognuno ha i suoi gusti e perdipiù il materiale inteso come assurdo (cori alpini? flexi? dischi brutti di Julio Iglesias? il 45 giri del del Ferretti che fece Sanremo che è di Solvay?) è già spesso in magazzino in attesa di essere venduto in stock per pochi cents. Quelli che lo richiedo in copia singola disposti a pagare di più sono persone, dal mio punto di vista, eccezionali.

Amanda e gli Uomini Elettrici live @ Slow Record Shop, foto © Davide Catoni

 

 

 

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L'articolo Provincia Cronica: gioie e dolori di un negoziante di dischi di Simone Stefanini è apparso su Rockit.it il 16/10/2019 10:43

Tag: rubrica

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