Storia di Pula +, il rapper che sapeva solo scrivere canzoni Intervista

Pula+Pula+
02/08/2017 di

Ha da poco pubblicato un album dal titolo significativo, "Featuring Pula", grazie a una raccolta fondi su Musicraiser. Ha poi annunciato che, almeno per il momento, non tornerà a fare dischi, e questo potrebbe essere l'ultimo a nome Pula+. In questa lunga intervista Andrea Pugliese ci racconta tutti i motivi della sua scelta, con qualche amarezza ma con dieci anni di soddisfazioni alle spalle. Una chiacchierata senza filtri che pone l'accento su molti aspetti del music business contemporaneo, dai social ai firmacopie che gonfiano le classifiche, dall'autenticità in musica ai finti soldout nei palazzetti. Con la libertà di chi non ha più nulla da perdere, ma vuole solo essere felice e in pace con se stesso.

Sono molto contenta di farti questa intervista, caro Pula. Come stai? Che stai facendo ora, dopo l'uscita del tuo disco?
Bene dai, abbastanza bene. Come ben sai, io ho sempre diviso la mia vita in due: da un lato la musica e dall'altro il lavoro che ho. Quindi in questo momento mi sto concentrando su questo: io faccio, come dicono nel mio settore, il creativo, che è una parola che mi sta veramente sul cazzo, ma l'altra parola che potrei usare è art director, che mi sta ancora più sul cazzo.
Quindi, in realtà, faccio grafica, campagne pubblicitarie, spot e tutte quelle menate. Lo faccio da freelance, quindi decido gli orari e quando lavorare, ho sempre fatto così; quando ho un disco in uscita non faccio il grafico e quando ho fatto tutto quello che dovevo fare per il mio disco e nella musica, allora torno a fare il grafico. L'approccio organizzativo è totalmente punk.
E niente, adesso mi sono preso una pausa, o non lo so, forse è la fine della mia carriera, non so se hai letto...


Sì, ho letto. Infatti sono contenta di avere la possibilità di intervistarti proprio in questo momento delicato, per darti uno spazio per poter dire la tua e spiegarci cosa sta succedendo. C'è anche il video di “Addio (A modo mio)” che è abbastanza esplicativo...
Sì, in realtà io avevo già questa idea prima di fare questo disco, nel senso che avevo proprio detto alla gente a me vicina che avrei voluto smettere e l'ho detto anche a me stesso: smetto, e poi vediamo. Questo approccio mi è servito molto da ispirazione per scrivere il disco perché volevo lasciarmi andare, fare una roba da solo.
Il motivo per cui ho scritto che smetto di preciso non lo so. In realtà io mi sono reso conto che al giorno d'oggi, per fare questo mestiere devi essere un sacco di cose e io ne sono solo la metà. Ho fatto un'analisi, una cosa molto emotiva, non è che mi sono messo lì con un foglio. Insomma, per fare musica, è banale dirlo, ma non basta più saper fare le canzoni. Io arrivo da un periodo in cui i miei artisti preferiti sapevano fare canzoni e al massimo si sapevano fare le canne, capisci. Invece ora mi ritrovo in un mondo che mi lascia spaesato perché devo fare un'altra marea di cose oltre le canzoni, e io non so sono in grado di farle. Devi avere un approccio ai social incredibile, devi essere un appassionato, devi aver voglia di farti vedere, sempre e comunque. Io non avevo nemmeno più voglia di fare videoclip, e arrivare a questa consapevolezza è stato un trauma perché io sono un appassionato di video. Il pezzo e il video “Addio” parla proprio della musica. Io ho fatto in modo che venisse travisato da qualcuno, infatti molti mi hanno scritto grazie per questo pezzo d'amore, che anche loro avevano sofferto così per una tipa che li aveva lasciati. Raga, no, non è così, non è questo, ma un'analisi di quello che ho fatto nella musica e negli anni e di quello che io mi sento di fare e di dire adesso.

Sei un appassionato di video hai appena detto...
A me piace il codice visivo del video quindi mi piace pensarli, svilupparli. Quando mi dicevano “Pula bisogna ragionare al prossimo video” o l'ufficio stampa “dobbiamo fare due video entro il mese prossimo”, io cominciavo a dire “non ho voglia”. Non voglio fare le cose controvoglia. Non voglio fare il lamentoso e so che devo fare molta attenzione a quello che ti dico, ma in Italia stiamo attraversando un periodo dove contano di più altre cose, e questo è palese, è un dato di fatto.

E cosa conta adesso?
Io sono cresciuto con l'idea che l'artista è fondamentalmente uno scappato di casa e sono affezionato a questa idea romantica. Gli artisti sono sempre stati, anche trent'anni fa, persone focalizzate sul loro modo di fare arte, è sempre stata gente con le idee ben chiare su quello che doveva fare nel loro settore, nelle loro canzoni, nei loro video. Invece ora l'artista deve essere una persona lucida, deve essere un manager, ed è molto difficile riuscire a essere, come dire, sentimentali in una canzone il lunedì e il martedì essere un social media manager, un impiegato di ufficio che posta la foto migliore, per poter postare il post migliore e vendere la canzone nel modo migliore a più persone possibili. Oggi se non ti sai vendere non sei nessuno. E io non sono sicuro di sapermi vendere, anzi, mi sbaglio: io non voglio vendermi, non è che non ne sono capace. Il mio lavoro è far vendere, aiutare qualcuno a vendere ed è per quello che credimi, te lo dico da amica e come se ti stessi confidando uno dei segreti più importanti della mia vita, per me fare musica è sempre stato scappare da quello che faccio di lavoro; seguo i social di aziende, devo mettere la foto giusta, la frasetta giusta, e devo cercare di avere più like possibili. Capisci che se avessi fatto questa roba anche nella musica sarei proprio in un mondo nauseabondo dalla mattina alla sera. Invece io volevo fare altro con la musica.
È stato tutto un concatenarsi di pensieri che al momento mi ha fatto un po' passare la fantasia. Ti dico un'altra cosa che mi dà un po' al cazzo. Tutta questa esposizione non fa altro che creare veramente uno zoo sui social; l'idea della democrazia ad oggi è un'idea falsata, capisci?

Mi fai un esempio?
Se io ti dicessi in questa intervista che smetto perché il mondo della musica mi fa cagare, una roba estrema, e tu decidessi di mettere il titolo proprio così: “Pula+: smetto perché il mondo della musica mi fa cagare” e lo pubblicaste su Facebook, dopo tre secondi avremmo commenti sotto il post con scritto cose tipo: “ma chi cazzo ti credi di essere”, “chi ti s'incula coglione”, “chi cazzo sei”. Oggi i ragazzi, gli utenti, sono capaci di dissacrare qualunque cosa. C'è troppo discorso su tutto. Capisci cosa voglio dire? Le cose sono due: o tu sei così potente che riesci a essere oltre, o devi per forza sporcarti le mani e quindi rispondere, cazzi e mazzi. Io non ho voglia. Ho una vita. Non ti nego che non è tutto qui il motivo. Questo è parte del motivo, ho anche capito di essere in un terreno che non mi appartiene più. A me appartiene l'idea di fare canzoni, quello sì. E quello continua ad appartenermi, tant'è vero che adesso sto lavorando come autore. Sto iniziando, è una cosa che mi diverte tantissimo perché al momento rispetta quella che è la mia idea di creatività: fare le cose, il dopo non m'interessa più. Infatti quando faccio l'artista in primo piano il momento in cui godo di più è quando sono in studio.

E i concerti?
No i concerti no, ti mentirei. Per me anche quando faccio concerti è bello sempre a posteriori, ma prima è un disagio incredibile perché me la vivo male. Poi non ho mai sbagliato niente a un concerto, ma ho sempre l'ansia di dimenticare le parole, mi rileggo i testi sette milioni di volte.



A proposito dei tuoi testi, sono sempre densi, pieni, le canzoni sono tante, belle, impegnative, c'è tanto da ascoltare e capire a livello di parole, concetti, suggerimenti.
Questo è un motivo di vanto per me, cioè la gente che mi ascolta non mi scrive commenti tipo “quanto spacchi Pula bella lì”. Nella mia posta privata trovo mail lunghissime in cui la gente mi dice che quella canzone gli ha salvato la vita, i miei fan vanno a fondo delle mie canzoni più di me.
Alla fine così facendo ho creato una stretta cerchia perché fondamentalmente sono un artista mega underground. Quando ho scritto quel post in cui dicevo che avrei mollato, moltissimi dei miei fan mi hanno scritto e questa cosa mi ha molto toccato. Poi in realtà io non volevo nemmeno che fosse vissuta in maniera così drammatica: io sto bene e sono felice e magari tra un anno mi rimetto a fare un disco. Volevo semplicemente dare quel messaggio: ragazzi, c'è una serie di persone che fa questa roba per lavoro e continuerà a farlo anche se non avranno più ispirazione nella loro testa e io non voglio fare così, perché questo non è un lavoro per me. Lo è stato, ma lo faccio solo se lo sento viscerale, perché io voglio essere romantico. Per certe cose il mondo è bello, per altre è una merda e comunque al momento siamo costretti ad avere dei ruoli, al lavoro, con la fidanzata, con i genitori. Io mi sono sempre detto che nella musica voglio essere romantico; è strano anche a dirsi ma è così. Quando ho preso questa decisione ho sentito che anche il nome Pula + era stanco. Ci siamo detti mettiamoci sul divano e guardiamoci un film che non ce la faccio più. Poi capisci che in effetti se io avessi guadagnato un casino di soldi e se avessi avuto risultati eccellenti, la mia posizione ora sarebbe davvero diversa. Invece adesso sento molto la fatica, nonostante le soddisfazioni.

Quanti anni sono che fai musica Pula?
Dieci anni da solista, poi ho fatto altri due dischi con gli amici, però direi da dieci anni seriamente. “Miafobia” nel 2007, 2012 “Di Niente di Nessuno”, 2014 “Non lo so”, “Featuring Pula” nel 2017. Poi in realtà fra questi ci sono mille cose e altri dischi altrettanto importanti ma che non sono mai usciti fisicamente. “+PulaXtutti” che mi ha lanciato, con Fabri Fibra, è uscito in digitale e quello è stato uno dei successi più grandi della mia carriera, proprio a livello di numeri, ci fu un'esposizione incredibile per quel disco, sembrava dovessi essere il nuovo grande nome della scena italiana.

Anche “Di niente e di nessuno” ha spaccato. Sono affezionata a quel disco, l'ho recensito, è un grande disco.
Grazie sì, quello è un discone. Poi quando è uscito “Non lo so” la gente mi diceva che non si capiva che genere facessi. Raga, l'ho chiamato non lo so, cazzo vi devo dire di più. Io non è che faccio le cose così a cazzo come sembra, questo disco era di passaggio, avevo fotografato un momento mio artistico che la gente non ha capito. Comunque, non voglio essere presuntuoso, però è una cosa figa che un artista ti regali un suo momento di incertezza musicale facendone un disco. Che ti regali la sua sincerità è una cosa da ricordare, almeno la gente che mi segue è così. La gente ha bisogno di certezze, non ha tempo, deve decidere subito se gli piaci o no. “Che genere fai?” Ti chiedono. Rap, trap, no perché ho dieci minuti per decidere su Spotify. Voglio sapere chi sono i miei idoli e cosa fanno perfettamente. Invece io, noi, siamo cresciuti con artisti che erano persone libere che non facevano altro che regalarti la loro musica, la loro arte i loro pensieri. La loro vita insomma.

Parliamo di quest'ultimo disco, “Featuring Pula” dove in realtà sei solo.
Sì, tornando al discorso di prima, io sapevo già che questo disco sarebbe stato o l'ultimo in generale o l'ultimo di una serie, la chiusura di un capitolo. Quindi ho detto a chi lavora con me che per la prima volta avrei voluto essere con la faccia sulla copertina del disco, chiara e definita perché in nessuno dei miei dischi precedenti si vede la mia faccia. In “+PulaXTutti” c'ero io che urlavo davanti ai microfoni; “Di Niente e Di Nessuno” c'ero io dietro un vetro appannato e non si vedeva niente; “Non lo” so ero io piccolissimo sullo sfondo; “Mia fobia” c'ero io con un mostro che mi teneva le braccia da dietro e non mi si vedeva nemmeno lì. Erano tutte cose volute e allora adesso ho detto, ok per “Featuring Pula” se è il mio ultimo disco, voglio esserci io in copertina, chiaro, secco con un fondo che non abbia nessun motivo di essere ricondotto a qualche città o qualcosa, un fondo-limbo, ci devo essere io e basta.
E da li è nata tutta l'idea del disco, non c'è nessun featuring, l'unico featuring sono io con le mie storie e le mie idee. È come se avessi fatto il disco come Andrea Pugliese e avessi collaborato con Pula. Capito il trip mentale? Quindi tra virgolette ho dato a Pula la possibilità di fare tutti i pezzi come si sentiva di farli in quel momento. Parlare in terza persona è insopportabile però serve per capirsi.



Visto che fai musica da più di dieci anni e di cose ne avrai viste e sentite, e che stai cambiando prospettiva, secondo te dove stiamo andando e dove andremo a finire? Con il rap, che ti identifica meglio, ma anche con gli altri generi.
Io mi sono fatto l'idea che oggi l'indie o quel genere musicale lì funziona bene perché è esattamente quello che la gente ha sempre voluto sentire, ma si è sempre vergognata di ascoltare. L'indie italiano giustifica quel che vuoi sentire e ti fa sentire accettato. I Thegiornalisti fanno canzoni d'amore leggere e tu ti senti a tuo agio ad ascoltarle mentre allo stesso tempo ti regalano un immaginario che ti fa sentire accettato, alla moda, stiloso. Fanno canzoni alla Venditti, ma non ti fanno passare il messaggio che si prendono sul serio in queste canzoni. Anche Calcutta, è furbo, fa canzoni d'amore ma ti fa passare che le fa a scazzo, che non si prende sul serio e così tu ti senti più legittimato a seguire quel gruppo o quella canzone. Ma allora veramente mi ascolto Vasco Rossi.

Sei andato a Modena a vederlo? Io no ma onestamente mi sono pentita, ora penso che sarei dovuta andare
No, ma Vasco per me è il miglior autore di testi in Italia dagli ultimi 30 anni a questa parte. Anche lì, io a volte scrivo status provocatori per vedere le reazioni della gente e ogni volta che scrivo Vasco sei il mio mito, la gente sotto dice cose tipo “Vasco è il cancro della musica in Italia” e simili. Oh, ma ci sono canzoni oggi (indie o non) che sono molto, ma molto vaschiane. Ma alla gente da fastidio questa cosa, perché?

E io chiedo a te perché il livello è sceso così in basso, come dici tu? Forse il mondo è talmente una merda che la gente non ha voglia di ascoltare altre menate nelle canzoni. Tipo il tuo “Freestyle del freelance”, che a me piace molto, non pensi che la gente preferisca ascoltare “Millionario” di Gué Pequeno che quello che racconti tu che è quello che viviamo tutti i giorni?
Secondo me quello che dici tu è giusto, non tutti hanno voglia di pigliarsi la briga di andare a fondo in una canzone. E lo noto anche su di me. Il mondo cambia, la cosa è molto banale, c'è una soglia di attenzione di tre minuti, meno di un pezzo, la gente skippa i brani, c'è una quantità di roba che fa paura. Scegliere di prendere una canzone, ascoltarla più di una volta perché magari alcuni concetti arrivano dopo, metterla nel proprio cuore e ascoltare altre canzoni di quell'artista è oggi una cosa rivoluzionaria. Lo fa una persona su dieci. Poi detto ciò non posso esimermi da quello che è il mio destino artistico; ci sono sempre stati artisti di nicchia che parlano solo a certe persone e artisti che invece sono più capaci o hanno più voglia di allargare il loro range. Oggi non solo la gente a volte non ha voglia, ma non ha nemmeno la possibilità di approfondire. Quando compravamo noi i dischi ci mettevamo un anno a trovarli e quel disco ci rimaneva nello stereo un altro anno. C'era una cultura musicale che era più dettata dal caso o dai colpi di culo. Io Armstrong l'ho conosciuto perché passava in radio “Summer Time”, il rifacimento. Andai al Continente (ex Carrefour) a cercare la canzone, sicuramente per me cantata da un nero. Non c'erano altri modi per cercarla, entravo nei negozi di dischi e cercavo dischi di neri. Un giorno vidi la collezione di Armstrong con “Summer Time” e pensai di averlo trovato, ma in realtà non era il pezzo che cercavo, ma ho scoperto Armstrong così facendo. Anche Ben Harper, un disco che mi ha cambiato la vita è stato “Fight for your mind”: avevo visto il video di “Ground On Down” su MTV. Io quel cd l'ho ascoltato per un anno e mezzo. Quel disco è dentro di me, conosco ogni secondo a memoria. Io sono anche troppo malato, ma secondo me anche tu. I dischi che noi abbiamo comprato, il fatto di aver speso dei soldi, è una roba che rimane. Oggi l'esposizione che la musica ha non ti da quell'opportunità lì. Comandano gli altri, comanda Spotify e se non hai l'account Premium fai quello che vuole lui, ascolti due canzoni del tuo artista e poi lui ti fa sentire quello che vuole lui. Non puoi ascoltarti tutto il disco di uno. Quello è uno dei motivi per cui poca gente va a fondo. Però quelli che vanno a fondo ti saranno attaccati addosso per sempre, e questa cosa ripaga tutto.


Questo disco l'hai fatto in crowdfunding; come è andata?
La scelta del crowdfunding è legata all'idea di fare un disco da solo e di chiudere la fine di un percorso; volevo festeggiare la cosa con i miei fan e avere il loro amore. Perché a livello economico, a meno che tu non faccia 70.000 euro, non è una cosa che ti smonta e ti ribalta la vita. Il crowdfunding è fare una cosa vicino alla gente che mi ascolta, e infatti non è un disco che ha la pretesa di andare oltre i miei ascoltatori classici e fedeli, anzi, è un disco per loro. Avevo molte remore sul crowdfunding e le ho ancora nonostante lo abbia fatto, perché il problema è che il crowdfunding crea un casino di hype prima ed è più difficile far vivere il disco dopo perché devi realmente rompere il cazzo prima dell'uscita. Quello per me è stato un grande limite perché preferirei fare un post all'anno dicendo “Ciao ho fatto un disco nuovo”, ne sarei felice; invece con il crowdfunding devi fare sette milioni di cose al giorno.

Che ne pensi di questi ragazzi nuovi che fanno la trap? Rispetto ai rapper sembrano molto più docili. Ho visto Ghali, Sfera Ebbasta, Dark Polo Gang. Sono teneroni, ballano, i ritmi sono molto più morbidi e ai concerti ci sono molte più ragazze che ai concerti rap. Piacciono anche a ragazze che non sono mai riuscite ad ascoltare rap. Cosa è successo?
La musica trap da un punto di vista proprio tecnico mi incuriosisce molto. Questi fanno delle hit con nulla e di conseguenza c'è qualcosa, per forza c'è qualcosa. Tra tutti Ghali è quello che seguo di più, perché lui ha un suo stile. La trap in realtà ha tutto un immaginario scuro; se la senti bene è molto più scura di quello che sembra. Quindi quella roba mi affascina e secondo me adesso in Italia va perché è un genere molto estetico e come dicevamo prima oggi i ragazzini non sono abituati ad andare a fondo di un significato musicale, sono abituati a seguire l'estetica di qualcosa. E i ragazzi che fanno trap sono l'estetica in carne e ossa; poi sono facilmente imitabili e per un ragazzino avere un idolo imitabile è fantastico; lo ama perché sa che può essere come lui.

O vorrebbe essere come lui... perchè dall'altra parte c'è l'ostentazione di tutta una serie di cose che i ragazzini non hanno e probabilmente la maggior parte di loro non avrà mai.
Ostentare però fa parte del gioco, anzi è una parte fondamentale. Ma anche le collane, i soldi, le fighe bianche nei video di rapper di colore, avevano un senso, voleva dire ce la stiamo facendo, era un ribellione comunque, un riscatto.
Ogni singola canzone è un'opportunità che hai di tenere una cosa per tutta la vita. Sempre nell'ottica romantica, cazzo a me dispiace che molte persone oggi non vivano questa cosa che è stupenda. Se ti affezioni a una canzone te la porti ditero tutta la vita. Addirittura oltre la vita dell'artista stesso, no? A volte anche di più quindi dico, cazzo, ma perché la gente oggi non capisce più che una canzone può veramente cambiarti la vita? Te la porti dietro e dentro invece di ascoltare sette milioni di cose al giorno di cui non ti rimane un cazzo. Io ascolto Spotify dalla mattina alla sera, ma se mi chiedi cosa ho ascoltato oggi, non lo so. Non guardo nemmeno i titoli. Alla fine io stesso sono lo specchio di questa cosa. Boh. È un cazzo di casino; e poi il web ha sconvolto tutte quelle che erano le regole. Ora dico una cosa un po' scomoda. Nella musica, immaginando che i discografici abbiamo sempre fatto le cose nel più puro dei modi possibili, il lavoro di un discografico oltre far sì che vendesse un disco, era anche un po' quello di divulgare un certo tipo di musica nella quale anche lui credeva. Non dico insegnare qualcosa o indottrinare persone, però creare un movimento, delle novità, far capire che c'è una nuova cosa da seguire. Noi a molti discografici dobbiamo dire grazie.

È così un po' tutto però, non solo la musica, la cucina, il cinema, i libri, no? Se le arti sono lo specchio della società a me non sembra siamo messi bene. Anche Gabbani è diventato una superstar.
La gente dice che Gabbani ha vinto il festival perché il suo è un pezzo intelligente; quel pezzo non è intelligente, è furbo, perché criticare i social in quel modo, in maniera facile e stuzzicante è stato geniale. Però se adesso viene fuori che Gabbani ti apre il cervello vuol dire che la gente è affamata di qualcosa che non si trova e se il primo salatino che ti do dici che è buonissimo, non è il salatino buonissimo, sei tu che hai fame. Alla fine il musicista fa i dischi per venderli negli store. Io non invidio nemmeno voi giornalisti. Vedo come ragionano le testate, devi dare otto notizie al giorno. È stressante, deve essere stressante.

E i dischi d'oro?
Ho letto qualcosa, sì. Anche lì, porca puttana, torno al punto prima. Ma chi cazzo se ne frega di cosa fa disco d'oro e cosa non fa disco d'oro. Gli utenti nei commenti scrivono “Non hai fatto il disco d'oro stai zitto” oppure “Grande che hai fatto il disco d'oro”. Ma che cazzo ve ne frega alla fine? Non capisco questa ossessione, anche gli artisti, che pubblicano dischi d'oro da mattina a sera; tanto sappiamo tutti il trucco qual è. I dischi d'oro si vendono in un cazzo perché si è abbassata la soglia, poi fai gli in store e il gioco è fatto. È lo stesso trick del sold out dei palazzetti. Alcuni hanno fan che vanno ancora in giro accompagnati dai genitori; fai presto a fare sold out.



Be' sì, quello si sa, come si sa che agli in store, se vuoi farti la foto con il tuo idolo, devi comperarti il disco. Niente disco, niente foto. Spotify ha premiato i fan più accaniti del Guè regalando uno showcase.
Questa roba di riempire i palazzetti e le vendite dopate dei dischi c'è sempre stata. Fibra lo dice da tempo; nel 2015 nel singolo di uscita di “Squallor” ci diceva già che le vendite dei dischi erano dopate. Lui è uno dei pochi che continuo a rispettare. Lui sa fare musica e può fare quello che vuole. Anche un pezzo con i Thegiornalisti che non è magari nelle corde dei suoi fan. Sai lui cosa riesce a fare? Riesce ad essere sempre credibile, cazzo è difficile, ma lui ci riesce. Anche se fa roba mega radiofonica lui è sempre credibile.

Mi piacerebbe vedere cosa si ascolterà ancora tra 30 anni di quello che stiamo ascoltando ora.
In questo il rap è sempre stato positivo per l'Italia perché è l'unico genere che ha portato novità nel nostro paese da quindici anni a sta parte. Quando è arrivato il rap per chi ascoltava musica americana era solo strano il fatto che fosse in italiano, ma per la gente media erano tutti degli extraterrestri. Io spero ci sia ancora un genere, che magari sarà ancora il rap nelle sue evoluzioni, che continui a portare novità. Perché l'indie non porta nessun cazzo di tipo di novità, anzi basano la loro roba sull'idea del nostalgico. Se tu senti Brunori Sas, che l'ultimo pezzo è una bomba, a me piace molto, lui parla moltissimo del passato, dell'Italia del 1982, di Pertini. Se ci aspettiamo che arrivi da lì la novità non credo perché loro basano il loro successo e la loro cifra stilistica sui rimandi al passato, alla nostalgia, che è una cosa molto, molto italiana.

Molte di queste melodie sembrano già sentite, te le ricordi le canzoni della compilation “Mixage” degli anni '80?
Loro lo sanno, e ci giocano, il loro modo di essere nuovi è che sono tra i primi di una nuova ondata di artisti che recupera cose vecchie, sono copie di qualcosa già esistito e volutamente un po' macchietta. Allora tanto vale che ti ascolti uno che non ci sta giocando con questa cosa, ascoltati l'originale e vaffanculo. Si dice la musica esiste da quando esiste l'uomo e quindi si ripete, è vero, ma la musica come la intendiamo noi ha cento anni, anche poco meno, perché alla fine le prime robe che recepiamo sono le prime registrazioni, escludendo musica classica, tribale e quella degli indigeni, le prime registrazioni sono quelle del '900 quindi da quelle robe lì fino a 30, 40 anni fa c'è stata la vera evoluzione e lo scoprire cose nuove perché a quell'epoca si potevano davvero scoprire cose nuove. Oggi la musica fa il giro su se stessa, citazioni, remix, canzoni anni '80 riprese con strumenti nuovi; come la moda, anche la musica comincia a girare su se stessa. Fino agli anni '70-'80 ha creato novità, poi adesso sono già vent'anni che le cose nuove sono le vecchie. Io nel disco scorso dicevo “la moda salta sempre un ventennio infatti mia nonna è alla moda senza saperlo”. La musica fa la stessa roba. Nella mia ignoranza l'ultima cosa rivoluzionaria che ho sentito è stata la dubstep. Anche la trap è così ma molte volte il confine tra trap e rap è delicato. La trap è l'evoluzione del rap per palati fini. Io sono sicuro che nel rap italiano ci sarà una grande svolta quando diventerà un genere che possono cantare anche gli adulti, dove gli artisti sono adulti che cantano per adulti. C'è Eminem che ha 45 anni e fa rap adulto per adulti ed è uno dei più grandi di sempre.

Forse potevi essere tu il nostro rap italiano che fa rap per adulti.
Dargen e Fibra a oggi parlano agli adulti; Dargen è proprio un artista per i cazzi suoi, ha fatto il suo disco con il pianoforte, ci sono artisti che cercano di fare questa cosa e ci riescono.



Quindi per tirare le somme, adesso che cosa farai?
Adesso sono in pausa voglio vedere cosa succede. Diciamo che gli ultimi dieci anni ho fatto in modo che succedessero le cose, invece adesso voglio stare a vedere cosa succede senza che io muova un dito. Poi in realtà continuo a scrivere testi, ne scrivo quattro o cinque a settimana, alcuni più approfonditi, altri abbozzati. Non ho mai smesso di scrivere testi. Non so che fine faranno, ma sto facendo questa roba come autore, vedremo cosa succederà.

Stai già scrivendo per qualcuno?
Sì sì, ho proposto pezzi a qualche artista e qualcuno è stato preso. In realtà il lavoro, soprattutto a questo livello, è che tu non hai una commissione, fai un testo e cercano di piazzarla in base all'artista che fa il disco. Poi quando sei un autore affermato sarà l'artista a dire voglio fare il disco con te e vieni pagato anche diversamente. Io e come me l'80% degli autori alla fine si chiude in studio, produce pezzi che vengono dati alle edizioni e le edizioni fanno il giro delle etichette con il pezzo. O magari sentono che qualcuno sta facendo il disco nuovo, ha bisogno di pezzi e gli mandano le proposte. Questo è un po' il modus operandi.
Io in realtà ho iniziato due anni fa ma oggi mi sto mettendo più seriamente. È utile anche per la mia di musica perché mi sciacqua la testa in un modo pazzesco.
Curiosità: scrivendo per gli altri scrivi sempre cose tue, che ti riguardano?
Sì, sono sempre cose mie però sono un po' più, non dico generico perché è sbagliato, ma un po' meno egoista. Magari uscirà qualcosa di mio, più che un disco nuovo, che mi sbatte solo l'idea (io non so come cazzo fanno a fare un disco ogni sei mesi). Comunque più che un disco che mi viene l'esaurimento, una serie di pezzi è una cosa che ritengo più possibile. Per fare un disco devo avere la motivazione di Dio. Deve tornare proprio il fuoco di quei 15 anni. Se torna, bene.

In veste di autore chi c'è e ci sarà Pula+ o Andrea Pugliese?
Andrea Pugliese.

Tag: intervista rap italiano

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