Punkreas vs Lo Stato Sociale: ascolta "In fuga" e leggi l'intervista Intervista

Punkreas vs Lo Stato SocialePunkreas vs Lo Stato Sociale
22/03/2016

Qualche settimana fa abbiamo dato notizia del nuovo album dei Punkreas, "Il lato ruvido", che contiene un featuring de Lo Stato Sociale per il brano "In fuga", che vi facciamo ascoltare oggi in anteprima. Alcuni fan delle due band non hanno preso bene la notizia, e sulla bacheca dei Punkreas sono apparsi dei commenti poco lusinghieri nei confronti di questa scelta. Abbiamo pensato quindi che la cosa migliore fosse far incontrare le due band perché ci spiegassero com'è nata questa collaborazione. Ne è venuta fuori una lunga chiacchierata che è andata a configurarsi come un vero e proprio confronto tra due generazioni diverse, con due diversi modi di fare musica e vivere la propria contemporaneità. 

Punkreas: Cosa vi è venuto in mente di fare una canzone con un gruppo scomodo come noi? Non sapevate che chiunque fa un brano con noi viene bandito per sempre come anarchico insurrezionalista di vecchia data?

Lo Stato Sociale: Ci danno già degli anarchici insurrezionalisti di vecchia data, invecchiandoci un po', ma invecchiando si migliora. Ora tocca a noi, come mai avete scelto di collaborare con un gruppo come noi? Non sapete che chi ha a che fare con noi viene etichettato come paraculo?

P: L'abbiamo notato quando abbiamo lanciato la notizia sulla nostra pagina Facebook. Non so se avete letto le reazioni dei nostri, ma non vi dovete preoccupare, è una cosa normale quando si tratta del nostro pubblico e del nostro settore. Anzi se non ci sono cominciamo a preoccuparci perché vuol dire che c'è qualcosa che non funziona. I contestatori li leggiamo sempre con un certo affetto. Queste reazioni negative non ci fanno incazzare, lo fanno perché ci tengono, si sentono parte di un gruppo minoritario e tendono a difenderlo da qualsiasi contaminazione, perché ne andrebbe anche della loro identità. Certo qualcuno va un po' oltre e inverte il binomio caso/effetto, perciò poi essere minoritari diventa un valore in sé, mentre noi consigliamo di fare il cazzo che vogliono sia da minoritari che da maggioritari. Per finire, ci hanno chiesto “Cos'è, volete fare gli indie?” e infatti volevamo chiedervi, ci spiegate bene in cosa consiste essere indie? Ci avete fatto anche una canzone mi pare no?

S: La questione è un po' noiosa, tra l'altro voi siete indie da 27 anni. Le contestazioni sono una reazione che capiamo, perché anche noi vi seguivamo da ragazzini ed eravamo già fan, e se aveste fatto un pezzo con una band che non si capisce esattamente quello che fa (pop? Rock'n'roll? Elettronica?) e ogni tanto parla di politica ma ogni tanto parla anche di cazzate, probabilmente ci saremmo rimasti un po' male.



P: Ma certo, infatti lo capiamo anche noi, ma a noi piace fare le collaborazioni prima con le persone che con gli artisti, a prescindere da quello che fanno. Quando siete venuti da noi in saletta e abbiamo ascoltato i pezzi assieme, ci avete dato dei consigli preziosissimi centrando alcune problematiche in maniera assolutamente incredibile. Ci siamo resi conto immediatamente (ma già lo sospettavamo) che il tipo di linguaggio, pur facendo cose diverse, era molto simile, c'era un feeling piuttosto importante, ci è piaciuto, e da queste cose che viene la voglia di fare le cose assieme.

S: Una volta Checco ci ha fatto riflettere su questa cosa: sembra che ci sia la percezione da parte di chi non fa questo nella vita, che se tu fai un certo tipo di musica, sei completamente identificato con quel tipo di persona, quindi non puoi aver ascoltato il punk o andare ai concerti punk. Una volta Checco stava passando un pezzo dei Deerhunter alla radio e ha dato una risposta molto brillante a un ascoltatore che gli ha chiesto come fosse possibile che suonando nello Stato Sociale ascoltasse i Deerhunter. Allora Checco gli ha chiesto “Ma tu suoni?” e lui “No”. Allora secondo questo ragionamento chi non suona non dovrebbe ascoltare musica.

P: Se sapessero cosa ascolta Paletta (ridono)... ma quindi alla fine che cosa vuol dire essere indie?

S: Significa solo essere indipendenti, fare le cose per te come vuoi farle.

P: Io pensavo che essere indie significasse fare l'indiano, cioè non avere voglia di fare un cazzo (ridono).

S: Scherzi a parte è un termine che non ci appartiene neanche, perché è della cultura americana degli anni '90, quindi forse sarebbe il caso di parlare di indipendenza.



P: Rockit ha fatto un servizio sulla musica di protesta in Italia, chiedendosi come mai nelle manifestazioni le canzoni che si sentono sono ancora quelle del decennio che ci appartiene e non ci sono suoni e voci nuovi in grado di interpretare la protesta. Noi abbiamo la nostra risposta, voi cosa rispondereste?

S: Innanzitutto andando alla manifestazioni ci siamo accorti che ci voleva musica nuova e abbiamo scritto dei pezzi.

P: Infatti quando ci sono delle manifestazioni adesso i vostri pezzi si ascoltano.

S: Be' sì adesso sì. Alla fine cosa vuoi mettere? Dammi tre parole voglio un sampietrino (cantano)...

P: Il fatto è che la musica di protesta non si può fare dal salotto di casa, bisogna viverla, devi esserci a fare le manifestazioni, come noi e gli altri citati nell'articolo, tipo i 99 posse, abbiamo sempre fatto. È quella la cosa fondamentale, non puoi fare la musica di protesta senza aver mai partecipato a nulla.

S: Secondo noi in generale negli ultimi dieci anni si è molto perso il senso della collettività per portare avanti delle istanze e cambiare questo Paese. Si riflette anche nel fatto che chi crea dei linguaggi, per quanto magari anche efficaci e meravigliosi, li crea in maniera solipsistica, cioè stando nella cameretta di casa sua e parlando delle sue cose. E anche noi parliamo delle cose nostre, ma noi siamo degli individui un po' più sociali quindi ciò di cui parliamo già riguardano almeno cinque persone, poi anche una collettività.

P: Poi voi fate anche molte cose a Bologna, organizzate eventi nei centri sociali giusto?

S: Sì, siamo molto vicini al TPO.

P: Questo fa la differenza nel fare la musica di protesta, vivere la protesta prima di fare le canzoni. Ma la domanda giusta forse sarebbe: dov'è la protesta adesso? Che fine ha fatto? Nel disco anche in maniera trasversale affrontiamo questo quesito, perché rispetto a quando abbiamo cominciato noi, sembra incredibile dirlo, la situazione sociale è quasi peggiore. Eppure le reazioni che vediamo nel mondo musicale, presenti esclusi, ma anche nel mondo di tutti i giorni, sono nel migliore dei casi una punta di sarcasmo distaccata, un'analisi un po' fredda, e noi ci siamo chiesti dove sia finita la rabbia, la cattiveria, il lato ruvido, la voglia... e da lì è nato il brano “Lato ruvido”, che è un invito a prendersi il rischio di sbagliare, in un periodo di questo tipo in cui le differenze sono meno nette, in cui è tutto molto caotico e per passare da un equilibrio a un altro c'è sempre un periodo di caos. In quel periodo di caos non hai dei riferimenti precisi. Quando abbiamo iniziato noi c'erano il modello liberista occidentale e il modello sovietico comunista, che con tutti i loro limiti rappresentavano degli immaginari ben precisi di riferimento. C'era chi stava di qua, e c'era chi stava di là. Adesso in questo periodo di confusione è più difficile orientarsi, e secondo noi è il caso di buttarsi, sporcarsi le mani, fare iniziative, esporsi in prima persona anche a costo di fare cazzate. In questa situazione difficile da interpretare, dove c'è Renzi, il centrosinistra, anche la destra, ma neanche uno, ma neanche l'altro, insomma, dove non ci sono più queste ideologie molto ben marcate, come fate voi della vostra generazione a orientarvi?

S: Noi parliamo da 30enni, una generazione media, abbiamo vissuto l'adolescenza in un momento abbastanza vivo per quanto riguarda la protesta, in pieno berlusconismo. L'onda studentesca, le tute bianche, Genova...

P: Quindi comunque avete vissuto in un periodo che vi ha aiutato ad avere delle coordinate.

S: Sì, adesso ci sono meno, e l'informazione generalista tramite cui ci fanno sapere ciò che vogliono farci sapere non aiuta. Il fatto è che la frammentazione che si è creata negli ultimi anni ha portato alcuni estremismi a convergere in idee più malleabili e più trasportabili da una parte e dell'altra, come anche le persone (ma in Italia si è sempre fatto a livello politico di andare da una parte all'altra, salendo sul carro dei vincitori). Però adesso che siamo tutti più connessi, come dovrebbe essere grazie alle nuove tecnologie, grazie a internet, paradossalmente è diventato tutto molto più frammentato, ognuno ha la sua piccola isola di informazione che vuole ricevere, vede quella e poco altro.



P: Ma la nostra curiosità era legata anche a un'altra questione. Tanto tempo fa era abbastanza semplice riconoscere a prima vista chi stava di qua e chi di là, dal modo vestire, da quello che dicevano. Adesso è tutto più confuso e sfumato, non è così semplice. Per cui come fate a riconoscervi?

S: È un argomento che ci interessa molto, infatti in fase di scrittura cerchiamo di indagare e riconoscere questa frammentazione, per far sì che ci sia consapevolezza di quello che sta succedendo e intanto renderci conto che siamo esseri umani, viviamo in un'epoca frammentata e divisa, però siamo sempre esseri umani. Dovremmo cercare di stare uniti, di superare quella frammentazione attraverso un messaggio.

P: Anche perché abbiamo l'impressione che i social network riescano ad avvicinare le persone lontane ma ad allontanare quelle vicine.

S: Considera che noi usciamo dal trauma dei 14/15 anni, nel 2001, quando abbiamo cominciato a porci delle domande sul mondo, e proprio in quel momento è stato ucciso l'ultimo movimento che aveva una vera e propria identità globale, il movimento No-global appunto. Anche la consapevolezza che siano bastati due morti, uno a Copenaghen e uno a Genova, per traumatizzare più o meno una generazione intera, dovrebbe farci riflettere. Gli ultimi 15 anni li abbiamo passati a tentare di costruire un'identità collettiva mentre la comunicazione nel mondo, la post-ideologia, come la chiamano quelli, ha portato tutti dentro la propria cameretta.

P: Post-ideologia equivale a nessuna ideologia?

S: Sì, ma in realtà la cosa terribile è che respirare, piangere, mangiare, tutto è ideologia, e quindi anche nella post-ideologia la questione è che non ci si confronta più davvero sul come fare per migliorare la vita di tutti. Ci si confronta su come avere ragione su un post su internet, o si entra in un viaggio ideologico tipo il mangiar bene, il salutismo, il veganesimo.



P: Questo discorso mi fa capire la nostra differenza generazionale. A voi manca un'ideologia di sostengo alla politica. Per noi erano ben forti e chiari, per cui dicevamo “Tutto è politica”. Quando qualcuno ti diceva “A me la politica non interessa” la risposta era “Tutto quello che fai è politica, tutto quello che fai ha un segno, un colore”.

S: Per fare politica devi avere la percezione di un disegno che ha a che fare con i bisogni della collettività, mentre qua hai solo lo spazio per la decostruzione. Quindi o hai il tuo piccolo pulpito dal comodino, dal computer, con il quale polemizzare col prossimo, oppure hai una vagonata di merda possibile da spalare, in cui c'è la decostruzione vera, tipo gli immigrati sono tutti maiali e le donne non capiscono niente ecc.

P: Questa cosa noi la avvertiamo molto a livello di live, perché quando noi abbiamo cominciato c'erano tanti centri sociali e ci si sentiva sempre parte di qualcosa di più grande, di una comunità vera e propria, chiamiamola antagonista, che in qualche maniera lavorava tutta insieme per creare un futuro migliore. Il punk italiano è sempre stato un po' diverso da quello inglese, che era assolutamente nichilista col suo no future. Quello italiano invece era un no-future che rifiutava il futuro che gli era stato preparato, ne voleva costruire uno nuovo, quello che poi nei movimenti no-global è diventato “Un altro mondo è possibile”. Infatti i nostri concerti non sono mai stati standard - io sono l'artista sul palco e tu il pubblico che guarda e applaude - ma sono proprio una cosa fatta insieme. Quando andavamo ai concerti c'era questa sensazione di partecipare a qualcosa che si stava facendo insieme. C'era quello che suonava e il pubblico, ma era una costruzione collettiva. Nei vostri concerti c'è questa sensazione?

S: Noi abbiamo iniziato a fare i concerti proprio per far stare insieme la gente e creare dei momenti di aggregazione e socialità.

P: Però dev'essere più difficile in un contesto in cui non ci si sente parte di un movimento prima di andare a suonare.



S: In questo momento se vuoi fare una festa la fai e la gente viene. Farla trasmettendo un messaggio è più difficile. Noi però non volevamo trasmettere un messaggio a tutti i costi, era più un'urgenza per parlare di cose che ci muovono profondamente. Non c'è una volontà di indottrinamento, probabilmente perché non apparteniamo ad un mondo verso il quale sentiamo una vera appartenenza, però possiamo annoverare come un discreto successo il fatto che si respiri un'atmosfera veramente collettiva quando usciamo a suonare ed è una collettività percepita da chi è lì. Molto spesso anche senza spingere il pedale della politica si riesce a creare un'identità per un altro tipo di generazione. Come ci diceva Max Collini, possiamo porci il dubbio di spingere in maniera un po' populista, ma se tra queste canzoni che cantano tutti si riesce a dire che Salvini è una merda e 5000 persone esultano, hai fatto una cosa che in questo momento non è scontata.

P: Noi invece lo davamo per scontato. Su di voi abbiamo sempre avuto la sensazione, da cui poi abbiamo tratto questo feeling, per cui sentiamo di assomigliarci tra noi. Un nostro amico comune, Andrea Cegna, una volta mi ha detto Dovete fare assolutamente qualcosa con Lo Stato Sociale, perché loro sono voi vent'anni fa”. Non sappiamo se sia vero però ci piace. Ultima domanda: cozze o vongole?

S: Entrambe.

P: Noi siamo vongole da vent'anni.

Tag: politica intervista

Pagine: Punkreas Lo Stato Sociale

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