Memorie di un bambino punk Intervista

12/09/2018 di

Fine anni '70, due fratelli che vivono in provincia scoprono il punk e da quel momento iniziano a catalogare qualsiasi nuova scoperta musicale su un quadernone, senza nessuna velleità, ma solo per amore della musica. Anni dopo i due fratelli, che intanto sono diventati uno giornalista musicale e l'altro un grafico, decidono di far stampare quel quaderno custodito gelosamente per quasi 40 anni, con l'aggiunta di interviste inedite ai protagonisti della scena punk e un cd con rarità e b-sides dell'epoca. "Il quaderno del punk" sarà pubblicato il 14 settembre dalle edizioni Goodfellas. Ne abbiamo parlato con Stefano Gilardino, che ci ha anche regalato una playlist con tutti i suoi brani punk preferiti.

Anche tu e tuo fratello, come raccontano moltissimi punk o ex punk, avete scoperto il punk guardando la famosa trasmissione su Odeon?
Sì sì, lo racconto anche nel libro sulla storia del punk, uscito l’anno scorso. Quando avevo 10 anni e mio fratello 16, abbiamo visto per puro caso quella trasmissione famosa della Rai che si chiamava “Odeon. Tutto quanto fa spettacolo” in cui c’era quel famoso servizio sul punk a Londra e siamo rimasti ovviamente folgorati ma senza motivi apparenti, nel senso che nessuno dei due ascoltava musica, né i nostri genitori ascoltavano musica e quindi non c’era nessun tipo di potenziale interesse per una cosa del genere. Il motivo per cui questa visione ci abbia folgorato non te lo so nemmeno spiegare, forse è stata quella di vedere questa gente con le spille da balia nelle guance, questa specie di ribellione, sentire questa musica rumorosa... Fatto sta che pochi giorni dopo abbiamo chiesto per la prima volta a mia mamma di andare in un negozio di dischi per chiedere dei dischi punk e siamo stati fortunati perché, nonostante fossimo di una cittadina piccola in provincia di Biella, il negoziante era un appassionato di Lou Reed, Patti Smith, Velvet Underground ect., per cui conosceva il punk e aveva importato qualche vinile che stava uscendo all’epoca. Anche grazie ai suoi consigli abbiamo iniziato a comprare i dischi e poi per me è diventata un'ossessione di tutta la vita.

Tra il ’77 e il ’79, cioè tra quando avete scoperto il punk e quando avete iniziato a compilare questo quaderno, mi risulta che tu avessi tra i 10 e 12 anni giusto? Possiamo dire che il punk sia stata la prima cosa che hai ascoltato in vita tua?
Assolutamente sì. Tieni conto che è stata la prima cosa che ho ascoltato in vita mia coscientemente. Non so cosa abbia ascoltato prima dei 10 anni, forse qualche sigla dei cartoni animati, in casa mia non c’era neppure lo stereo. Mio padre era interessato alla letteratura e mia mamma solo anni dopo ha iniziato ad ascoltare musica classica, per cui il rock era una cosa assolutamente inedita. Per fortuna nello stesso momento in cui abbiamo iniziato con i dischi punk ho recuperato una vecchia fonovaligia, sai quelle valigette che aprivi e c’erano il piatto e la cassa. Ce l'aveva in casa mio zio che negli anni ‘60 ascoltava beat e rock sui 45 giri, per cui oltre a darci questa valigetta ci diede anche tutti i dischi che aveva e che lui non ascoltava più. C’erano gli Equipe 84, i Corvi, i DiK Dik, i Giganti, ma anche i Rolling Stones, i Beatles, i Kinks, per cui abbiamo cominciato ascoltando un po’ tutto su quello su cui riuscivamo a mettere le mani, però il punk era la vera novità.
Ora se pensi ai Beatles pensi a un gruppo di 50 anni fa, però nel ’77 i Beatles si erano sciolti da 7 anni. Era una roba piuttosto attuale ma a noi sembrava due ere geologiche prima, perché li ascoltavano i genitori e non ce ne fregava niente. Ci interessava ascoltare cose che ai genitori facessero schifo, non dovevano capire quello che stava succedendo. Difatti il punk era perfetto, non erano interessati alla musica rock figurati quando ascoltarono i Sex Pistoles e i Ramones. Direi che chiusero direttamente la porta della nostra stanza e non se ne parlò più di convincerli ad ascoltare i nostri dischi.

Ma eravate diventati punk in tutti i sensi, anche nel vestiario?
Vorrei poterti dire di sì ma no, nel senso che fondamentalmente eravamo due sfigati nella provincia italiana e io non sapevo dove trovare qualcosa che potesse lontanamente assomigliare a un vestito punk di qualunque genere. Se per caso avessi provato a strappare un paio di jeans mi avrebbero rovinato perché a quell’epoca i soldi non c’erano.
Io poi ero particolarmente piccolo, mio fratello che era più grande si vestiva più o meno normale. Le strade poi si sono biforcate, Fabrizio ha cominciato ad ascoltare altre cose, soprattutto musica contemporanea, jazz e musica sperimentale. Io invece sono finito poi nel post punk, nell’hardcore, etc. e poi verso i 16-17 anni ho avuto la cresta non alta, ma ero rasato ai lati quindi in qualche modo c’era… 

Quindi a un certo punto iniziate ad appuntare su questo quaderno tutte le notizie musicali che vi passavano sotto mano. Cosa ti ricordi di quei momenti?
Ogni tanto rivedo le foto che ha ancora mio padre e immagino cosa potesse pensare quel bambino che ero io a 12 anni, e cosa mi passasse in testa per mettermi seduto a un tavolo a scrivere a mano un mare magum di nomi di gruppi punk e wave, secondo una nostra catalogazione. Tant’è che nel quaderno ci sono cose che oggi mi viene un po’ male a rileggere, tipo la Nannini e Vasco Rossi, però all’epoca per noi era tutto nuovo, non esisteva nulla. Era finito il prog, a noi interessava quello che stava succedendo in quel momento e tutto quello che nasceva andava bene. Questa è una stortura anche del punk inglese: c’erano i Clash ma c’erano anche Ian Dury, c’era Elvis Costello e i Sex Pistols, nel calderone ci va dentro un po’ tutto perché era tutta musica nuova.

Era più una questione di approccio e attitudine che di sound...
Esattamente. Il punk è uno state of mind, non è un suono, ma una attitudine, un modo di rapportarsi. In quegli anni le distinzioni erano a spanne, per noi gli Skiantos andavano bene tanto quanto i Confusional Quartet o i Tampax, qualunque roba uscisse in quegli anni faceva parte dello stesso brodo, era bello così. Sarebbe bello se fosse così anche oggi.

Quali erano le vostre fonti di informazione e come sceglievate cosa mettere nel quaderno?
Tieni conto che moltissime delle informazioni che scrivevamo nel quaderno le ho riprese da rotocalchi, riviste, tutto quello su cui riuscivamo a mettere le mani, ma questo non significava che ascoltassimo tutti i dischi che uscivano perché molta di questa roba era anche difficile da trovare. Quando abbiamo scritto di Vasco Rossi nel quadernone, non credo che avessi mai ascoltato nessuna delle sue canzoni; forse della Nannini conoscevo "America" che era uscita in quel periodo li. Alcuni dischi li compravamo perché avevamo i soldi per comprarli, quelli più famosi, come gli Skiantos, tutti quelli dell’Italian Records, Joe Squillo, però molte di queste cose erano riportate perché magari avevamo letto dell'uscita del disco, non perché l'avessimo sentito. Era quasi un bollettino di news, una newsletter per nessuno, perché in fondo la scrivevamo per noi. Quasi un tentativo di mettere su carta tutto quello che stava uscendo in quel periodo senza troppa soluzione di continuità, ma cercando in qualche modo di mappare questo enorme sconvolgimento musicale che stava interessando l’Italia. In quel momento incredibilmente si formavano decine di gruppi al mese, e se tu compravi Popster, il genitore di Rockstar, aveva una sezione che era dedicata al rock italiano di cui più tardi si occupò Red Ronnie: lì chiunque poteva scrivere le info sulla propria band, anche solo che si erano formati e cosa facevano.
Mi ricordo addirittura che c’erano degli articoli su Genova o La Spezia, città di cui non si conosceva vita morte e miracoli come di Milano o Bologna o Pordenone, che avevano una scena ben conosciuta. C’era qualcuno che scriveva a Rockstar dicendo che in città c'erano tre gruppi punk o new wave o un locale dove si poteva suonare, o che stava tentando di fare una fanzine con altri dieci punk del posto, se c'erano negozi di dischi etc. Fare report dalle città diventava un modo di comunicare, di far sapere al mondo che esistevi. Se mettevi alla fine dell’articolo l'indirizzo, c’era sempre qualcuno che ti scriveva per chiederti informazioni sui gruppi o per scambiare delle notizie. Era un tentativo di scoprire un mondo che stava crescendo attorno a noi, ed era bello perché tutti i mesi compravo queste riviste o in qualche modo le trovavo e scoprivo che esistevano decine di nuovi gruppi, uscivano dischi, si formavano etichette, aprivano negozi. Mi sembrava importante scriverlo, avere tutto sotto controllo perché poi dopo le riviste andavano perse o magari le ritagliavi, si buttavano via.

Immagino fosse difficile comunque reperire informazioni, prendevate quello che vi arrivava ed è chiaro che non ci potesse essere un’idea di completezza dietro.
Non ci interessava l’idea di completezza, quando l’ho ritrovato è stato buffo leggerlo perché ho riscoperto nomi sbagliati, non so neppure se i nomi erano sbagliati sulla rivista da cui li avevo ricopiato o avevo sbagliato io a trascriverli, però faceva molto ridere pensare che avevamo scritto tutte queste cose senza neppure sapere di cosa esattamente stessimo parlando, in fondo la distanza tra Bologna e Biella e Biella e Londra era pressoché uguale a 12 anni. E il fatto stesso che esistessero delle band che facevano dei dischi per me era una cosa importante. La cosa bella del mio rapporto con questi gruppi sparsi per l'Italia era che io avevo lo stesso timore reverenziale per loro e per i Ramones. 

Di quello che hai potuto ascoltare in quei primissimi anni c’è un gruppo che ti ricordi in particolare più degli altri perché ti aveva colpito?
Se devo dirne solo uno direi gli Skiantos, il loro primo disco uscì prima di tutti nel ’77, erano tutti di Bologna ed erano più pubblicizzati perché Italian Records funzionava molto bene, erano molto bravi a promuovere i loro prodotti. Però direi anche i Kaos Rock di Milano che sono stati per anni una mia passione bruciante. Nel loro primo e unico album “W.W.3” nei ringraziamenti c’è il mio nome, quando lo scoprii a momenti mi veniva una sincope di felicità, non potevo credere che qualcuno avesse pensato d scrivere il mio nome all’interno di un disco.

Vi eravate conosciuti?
Io veramente non conoscevo nessuno, ero proprio un bambino, avevo 12 anni, non mi muovevo da casa, però mandavo decine di lettere alla settimana a tutti quelli di cui trovavo un indirizzo, chiedevo di mandarmi una fotografia, un adesivo, il costo del disco, chiedevo a tutti qualunque cosa. Ero una molestatore via lettera (ride), e qualcuno si prendeva la briga di rispondere, quasi tutti a dire il vero. Molti li ho conosciuti poi negli anni successivi.

Oltre al quadernone che compilavi con tuo fratello, hai intrapreso altre iniziative? Programmi radio, fanzine?
Quando ho visto per la prima volta le fanzine, mi sono detto: be' così la faccio anche io. Sono andato a casa, ho preso dei fogli bianchi e ho cominciato a pensare cosa volessi scriverci, di quali gruppi mi sarebbe piaciuto parlare, chi avrei voluto intervistare, quali scene approfondire. Senza che nessuno mi commissionasse nulla io lo facevo, e la cosa più incredibile era il fatto che quando ne stampavo 100 copie le vendevo tutte e 100, era una rivoluzione pressoché copernicana.

In passato ho realizzato altre interviste con i protagonisti del punk italiano, e c’è stato modo di parlare di che cosa sia stato il punk, cosa abbia lasciato. Abbiamo parlato di gruppi più politicizzati e di quelli che avevano soltanto voglia di suonare forte e veloce. Secondo te cosa è servito il punk, qual è l’insegnamento che ti ha lasciato? 
Per me è stato una grossa palestra di insegnamento a livello politico, musicale, artistico, personale. Se proprio dovessi dirti un insegnamento e uno soltanto, è quello che si possono fare le cose per proprio conto senza dover aspettare che qualcuno ti telefoni e ti dica ciao vieni a fare un disco. Basta semplicemente incidere, anche male, una canzone, stamparla, pubblicarla e distribuirla da solo. Il famoso do it yourself. 
Fino al ’77 si credeva che per incidere un disco dovevi essere EL&P, e poi improvvisamente si è scoperto che non era vero, che potevi essere semplicemente i Sex Pistols, cioè quattro che sapevano suonare medio/bene, ma nemmeno tanto, e che incredibilmente potevi incidere un disco e venderlo. Stiamo facendo dei paragoni enormi, nel senso che i Sex Pistols in realtà avevano una major alle spalle, ma ci sono gruppi che si sono autoprodotti i dischi, anche i Buzzcocks si sono prodotti il loro primo disco. Quindi incredibilmente dal punk sono nate cose come la Rough Trade: prima non esisteva un'etichetta che distribuiva, stampava e vendeva addirittura in tutto il mondo dischi con quel tipo di musica. Improvvisamente ci si trova a fare i conti con il fatto che non si deve più delegare la propria vita a qualcun altro ma si può essere pienamente padroni delle proprie scelte, della propria carriera artistica e personale.
Questa secondo me è una cosa rivoluzionaria perché in qualche modo il punk ha creato qualcosa che oggi diamo per scontato: è banale che oggi su Youtube io pubblichi un video e in teoria tutti possano vederlo. Ma prima del punk era raro che uno potesse andare in studio, registrare su nastro, stampare, vendere e distribuire etc. C’era una trafila che costava migliaia e migliaia di lire. Il punk ha reso tutto più democratico.
Oggi è facile pensare che puoi fare un disco che puoi distribuirtelo, che puoi essere padrone delle tue scelte editoriali e musicali, che puoi fare un sito come Rockit semplicemente perché a un certo punto ti viene voglia di parlare di musica italiana e decidi di fare un sito che diventa poi un punto di riferimento della musica italiana per il web. Però nessuno è arrivato con un pacco di soldi dicendo: fai un sito sulla musica italiana. Si sono messi in 4/5/10 e hanno deciso che lo avrebbero fatto, e credo che anche Rockit abbia preso quel tipo di attitudine dal punk. Potrei parlarti di qualunque genere nato dopo il punk, dalla house, all’elettronica, ai rave: sono tutte cose che mutate dal punk, la libertà di partecipazione in prima persona che non prima era quasi impossibile pensare.

Oggi succede, come raccontavi tu dell’epoca, che chiunque può registrarsi una canzone, un disco, un video, metterlo su Youtube e potenzialmente raggiungere un sacco di persone. La grossa differenza è che le major, alla prima avvisaglia di interesse nei confronti di un artista, subito ci metta sopra le mani, perché in questo momento sono tutti terrorizzati all’idea di perdersi il prossimo grande fenomeno musicale. Questo succede anche in mancanza di qualsiasi tipo di preparazione, con un solo brano caricato online ci si può trovare dentro un meccanismo estremamente grande e complesso che non è più quello dell’autoproduzione, di fare le cose da sé.
Secondo te una pubblicazione come quella del quaderno punk cosa può raccontare ai giovani del 2018?
Non lo so esattamente, però venendo a quello che dicevi tu il rovescio della medaglia della democratizzazione estrema è che il fatto che io possa farlo non garantisce sulla bontà del progetto. È importante che tutti possano farlo, però la critica musicale dovrebbe scremare dal più grosso per arrivare a quello che è veramente interessante. Ecco, mi pare che oggi si perda un po’ questo aspetto e, come dici tu, ci sia gente che pubblica un video su Youtube e improvvisamente si ritrova addosso dieci case discografiche che tentano di metterlo sotto contratto. Succedeva anche nel punk perché all’epoca stava avendo successo. Però quello che succedeva con il punk nel ’77, e anche con il punk hardcore qualche anno più tardi, a differenza delle nuove star della trap, era che la maggior parte dei gruppi hardcore quando arrivavano le case discografiche a chiedere di firmare, gli rispondevano con una pernacchia, tanto potevano vendere i dischi da soli, perché darli a una major? Nessuno dei musicisti di oggi oserebbe fare una cosa del genere, anzi non vedono l’ora che si presenti una casa discografica con un assegno in bianco da firmare.
Tornando invece alla tua domanda cioè cosa spero possa insegnare questo quadernone, dal punto di vista musicale non lo so, mi piacerebbe che insegnasse il fatto che dietro queste cose ci debba essere una passione molto forte, bruciante, che per noi era fondamentale. A noi interessava proprio essere lì, fare quelle cose, collezionare, sapere tutto di tutti, animati da una curiosità quasi infinita, caratteristica che non vedo nei giovani d’oggi che ascoltano la musica con il cellulare camminando per strada. Non gli interessa assolutamente chi sta cantando, quasi tutti i gruppi e i personaggi sono intercambiabili. Nessuno scarica più i dischi, si ascoltano i brani in streaming.

Sì, l'idea di disco in sé sta molto cambiando, c'è molta più velocità nella fruizione e quella che viene chiama fomo, la paura di perdersi le cose e restare esclusi.
Bisogna sottolineare la lentezza di quello che facevamo noi. Oggi bisognerebbe stare dietro alle Instagram Stories, all’epoca noi aspettavamo che uscisse una rivista per un mese. Le notizie si propagavano con lentezza, per cui c’era anche tempo di assorbirle, infatti a un certo punto il quadernone prende una cadenza mensile, non c’è l'ansia di scoprire giorno per giorno cosa succedeva a Jo Squillo, a nessuno importava cosa avesse mangiato a colazione. Se vogliamo pensare a un insegnamento definitivo, sarebbe quello che è bello fare le cose con più lentezza, ma anche con più compiutezza, passione e profondità.


 


Gli autori:

Fabrizio Gilardino
(1961) si occupa di grafica, musica, cinema di animazione e sperimentale. Dilapidando le sue prime paghette settima- nali, ha scoperto e fatto scoprire a suo fratello i dischi di Sex Pistols e Clash. Li ascolta ancora spesso. Vive tra Montreal e Kuala Lumpur.

Stefano Gilardino
(1967) è scrittore e giornalista musicale. È stato redattore di importanti riviste italiane come Rock Sound, Speciale Punk, Onstage Magazine, Dynamo e Vida e collaboratore di XL/Repubblica, Bam! Magazine. Ha recentemente pubblicato il libro La storia del Punk (Hoepli, 2017). Anche lui ascolta spesso Sex Pistols e Clash. Vive a Milano.

Tag: Libri punk intervista

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