Nel 1955, all'interno degli studi della Rai di Corso Sempione 27 a Milano, nasceva lo Studio di Fonologia Musicale: un laboratorio di sperimentazione elettronica, fondato dai compositori Luciano Berio e Bruno Maderna, affiancati dal fisico Alfredo Lietti e dal tecnico del suono Marino Zuccheri, deputato alla produzione di musica elettronica sperimentale e di commenti e colonne sonore per radio e televisione.
Un luogo in cui immaginare un modo completamente nuovo di creare e ascoltare il suono, che, accanto al Groupe de Recherches Musicales di Parigi e allo Studio für elektronische Musik di Colonia, rappresentò fino al 1983 un terzo polo europeo di sperimentazione e di avanguardia nella musica elettroacustica, in cui furono condotti gli esperimenti sonori che diedero il via alla musica elettronica in Italia.
Tra oscillatori, modulatori, generatori di rumore e Tempophone, accolse tra gli altri anche Luigi Nono, che qui realizzò la sua sola opera interamente elettronica Omaggio ad Emilio Vedova(1960), il Cage di Fontana Mix(1958) e Stockhausen, rappresentando un ambiente di emancipazione dagli strumenti tradizionali attraverso un patrimonio tecnologico determinante per le prassi elettroacustiche.
Oggi, l'eredità e la memoria dello Studio sono custoditi e valorizzati da NoMus ETS, centro dedicato agli studi e alla ricerche sulla musica del Novecento e contemporanea, e saranno oggetto di un volume che l'Associazione si propone di pubblicare attraverso una campagna di crowdfunding: I 70 anni dello Studio di Fonologia Musicale di Milano della Rai – Atti del convegno, Milano 2025. 70 anni di suoni che hanno cambiato il modo di ascoltare il mondo. Ne abbiamo parlato con la fondatrice e Presidente di NoMus ETS Maria Maddalena Novati, responsabile dell'archivio dello Studio di Fonologia e consulente musicale, per approfondire il progetto editoriale e il valore di raccogliere e riproporre la storia dello Studio a più di 70 anni dalla sua fondazione.
Come nasce la campagna di crowdfunding?
Ogni anno, NoMus ETS pubblica con edizioni Die Schachtel un volume nella collana Monografie del XX secolo. Il decimo sarà I 70 anni dello Studio di Fonologia Musicale di Milano della Rai – Atti del convegno, Milano 2025. 70 anni di suoni che hanno cambiato il modo di ascoltare il mondo. Nel 1955, negli studi della Rai di Milano, nasceva lo Studio di Fonologia Musicale: un luogo destinato a lasciare un segno profondo nella storia della musica del Novecento. Qui compositori, ingegneri del suono, tecnici e ricercatori lavorarono fianco a fianco per esplorare territori ancora sconosciuti, dando vita a nuove forme di creazione musicale e sperimentando un rapporto inedito tra arte e tecnologia. Tra nastri magnetici, oscillatori e apparecchiature elettroniche, prese forma una delle più importanti e innovative esperienze internazionali di ricerca sonora del Novecento, capace di influenzare generazioni di musicisti e studiosi. La campagna nasce dall'esigenza di trovare i fondi per la pubblicazione del volume.
Che contributi includerà il libro?
Lo scorso anno, NoMus ETS ha promosso il Convegno Diffuso “I 70 anni dello Studio di Fonologia Musicale di Milano della Rai (1955–2025)”: un ampio percorso di incontri, giornate di studio, ascolti, testimonianze e approfondimenti, che ha coinvolto studiosi, musicisti, archivi, istituzioni culturali e protagonisti della ricerca musicale contemporanea. Accanto alle testimonianze di chi ha vissuto e lavorato nello Studio, il libro raccoglierà gli Atti del Convegno, contributi scientifici, documenti, riflessioni critiche e nuove prospettive di ricerca, offrendo uno strumento di studio e approfondimento. Significa rendere accessibili risultati, testimonianze e materiali che altrimenti rischierebbero di rimanere confinati agli specialisti, trasformando una ricerca collettiva in uno strumento di conoscenza aperto e duraturo.
(Berio, Zuccheri, Maderna, Lietti e Castelnuovo presso lo Studio di Fonologia Musicale della Rai a Milano. Foto via: 120years.net)
Perché è ancora necessario raccontare la storia dello Studio?
Settant’anni può essere la distanza giusta per ripensare alla sua nascita e per restituire uno sguardo forse meno emozionale e diretto, ma più lucido e informato storicamente. Il Convegno si è dispiegato su vari fronti, in diversi luoghi e con modalità differenti, proprio perché il raggio d’azione dello Studio ci sembrava molto ampio e le sue ricadute molteplici. Le nuove generazioni danno per scontate molte tecnologie senza conoscerne la storia e, a volte, senza essere consapevoli delle possibilità che offrono. Spesso ci viene detto che basta un clic per creare qualcosa di nuovo, ma gli strumenti che utilizziamo orientano le nostre scelte, definiscono le nostre possibilità e ci spingono verso ciò che sono stati progettati per generare. Il rischio è quello di non creare nulla più di quanto la macchina sia stata programmata per farci creare.

Per via del tempo trascorso e della sua natura sperimentale e d'avanguardia, non tutti oggi conoscono ciò che è accaduto all'interno di Fonologia, che lei definì "la liuteria del XX secolo". Quanto la sua memoria appartiene anche a un pubblico di non specialisti e qual è l'eredità più importante che ci lascia?
Lo Studio di Fonologia è per tutti. Ha insegnato un metodo di lavoro, un metodo di ricerca, i valori di condivisione del lavoro e delle scoperte. La sua storia non appartiene solo al mondo degli studiosi, ma ai ricercatori tutti, ai giovani curiosi che non si accontentano di seguire le orme del già noto e osano addentrarsi nei percorsi dell’ignoto. La tenacia con la quale i pionieri dell’elettronica hanno perseguito i loro scopi sono d’esempio ai tanti progetti che finiscono prima ancora di iniziare. Lo studio e la perseveranza della loro ricerca dimostrano che nulla avviene per caso, ma grazie a continue sedute di lavoro e di approfondimento.
C’è un documento, un nastro, una lettera o una testimonianza che, più di altri, ritiene restituisca l’importanza delle sperimentazioni avvenute nello studio?
Mi ha sempre colpito il lavoro di work in progress di Thema (Omaggio a Joyce) di Luciano Berio. Il documentario dura 45 minuti e rivela passo passo i progressi della composizione del brano: racconta l’emozione della ricerca, l’entusiasmo del lavoro condiviso, l’avventura del pioniere che per primo apre una strada nuova. Omaggio a Joyce - Documenti sulla qualità onomatopeica del linguaggio poetico descrive invece la ricerca di Umberto Eco e Luciano Berio sulla vocalità di Cathy Berberian e fa un’analisi puntuale e scientifica della costruzione della materia sonora.

(Maria Maddalena Novati e Marino Zuccheri. Foto via unimi.it)
Dopo tanti anni trascorsi a studiare, conservare e raccontare questo patrimonio, che cosa continua ancora a stupirla?
Rispondo con le parole di Angelo Foletto, che aveva condotto le prime due giornate del Convegno e a cui il libro è dedicato, intervistando Giuliana Zuccheri, figlia del tecnico dello Studio Marino Zuccheri, che ricordava sempre il clima di "lavorare in letizia" nello Studio: "Credo che si continui a ragionare su una generazione che oltre ad avere interessi comuni riusciva in molti casi a trasformarli in un rapporto più confidenziale, che poi diventava amicizia. Oggi è più difficile. Credo sia anche una questione generazionale. La generazione di allora era cresciuta nel dopoguerra e sentiva il bisogno di trovare delle forme di unità. In più, credo influisse anche un ambiente che oggi non esiste più, un ambiente sociale, familiare, che portava a favorire questo tipo di rapporti. In terzo luogo, anche il contesto scolastico induceva a creare dei rapporti tra gli aspiranti musicisti”.
Quest'ultimo aspetto le sembra presente anche oggi?
Una cosa mi stupiva e lasciava ammirata di quella generazione di musicisti: si ascoltavano a vicenda, andavano a seguire i concerti con le musiche dei colleghi, si davano un gran da fare per trasmettere nelle rispettive radio le nuove composizioni. Oggi non vedo quasi mai nessun collega andare a sentire i concerti dove vengono eseguite le musiche di altri compositori viventi.

È emblematico che la memoria di un luogo così rilevante sia affidata a una campagna collettiva di finanziamento. Ritiene che oggi il valore culturale dello Studio sia sufficientemente riconosciuto a livello pubblico?
Viviamo in un periodo in cui la cultura è vista purtroppo più come un impaccio che come una risorsa. Se non conosciamo il nostro passato sarà difficile costruire un futuro adeguato e non ripetitivo di modelli già visti o sentiti. Fonologia è apprezzata e studiata molto più all’estero che in Italia ed è un peccato, avendo forse messo a disposizione più materiali di altri studi dell’epoca. Basti pensare che al Museo degli Strumenti Musicali del Castello Sforzesco di Milano abbiamo ricostruito interamente tutti gli apparecchi e l’arredo dello Studio, con perfino la porta di ingresso disegnata da Gio Ponti, la lavagna per gli appunti, il carrello portacavi, il portacenere e il cestino della carta. Altri studi europei hanno perso o distrutto tutto. Nel 2025, NoMus ETS ha pubblicato per Libreria Musicale Italiana (LIM) l’intero catalogo dei nastri rimasti nell’armadio di Fonologia dopo la sua chiusura. Nel 2027, sempre con LIM, contiamo di pubblicare il catalogo della corrispondenza, che raccoglierà più di 2600 lettere. È incredibile osservare come, negli anni Cinquanta, la volontà di ricostruire l'Italia abbia catalizzato tante energie e progetti innovativi, dalla nascita del Piccolo Teatro alla Piccola Scala, fino alla scuderia di menti creative della Rai di quegli anni, da Quasimodo a Sanguineti, Eco, Savinio. E ancora, musicisti che andavano da Berio a Maderna, da Nono a Manzoni, da Luciano Chailly a Gentilucci e Paccagnini. Oggi è difficile pensare a figure come i mecenati, che mettevano parte del loro patrimonio al servizio delle idee di artisti visionari, senza pensare immediatamente al profitto. A Fonologia si era liberi di sperimentare senza limiti di tempo e di contenuti culturali.
Vorrei chiederle di portarci nel passato, attraverso il racconto degli archivi di Fonologia, raccontandoci una giornata tipo all'interno dello studio in attività.
Premetto che non ho mai lavorato a Fonologia, essendo entrata in Rai nel 1979, quando ormai lo Studio non creava più nulla, le attrezzature erano obsolete e non c'erano più menti creative che lo frequentavano. Lo Studio si chiuse quando il tecnico del suono Marino Zuccheri andò in pensione, nel 1983: io mi sono limitata a salvare i nastri che rimanevano, catalogarli e soprattutto riversarli in digitale. Posso solo tentare di immaginare quando Bruno Maderna arrivava in Rai e, dal corridoio di Corso Sempione al quinto piano, gridava a Zuccheri: “Dai Marino, impissa le pignatte” ossia “Accendi le macchine, che si inizia a lavorare”. Allora c’erano le valvole: bisognava accendere le macchine parecchi minuti prima e scaldarle, per farle funzionare.

Le attività di NoMus ETS includono anche la digitalizzazione e messa online degli archivi attraverso il NoMus Digital Archive. Che cosa cambia quando un patrimonio nato su nastri, carte e documenti fisici diventa consultabile digitalmente e perché è importante aprire a questa possibilità?
Credo molto nell’importanza dei database: se ben progettati, diventano strumenti molto potenti di ricerca e di costruzione di saperi. NoMus ETS custodisce e valorizza dal 2013 un ricco patrimonio di archivi e collezioni legati alla musica del XX e XXI secolo. Attraverso la piattaforma NDA NoMus Digital Archive, creata grazie al finanziamento del bando TOCC del PNRR, abbiamo potuto mettere a disposizione di tutti il nostro patrimonio, gratuitamente. Al momento sono state pubblicate oltre 7000 schede e altrettante sono in fase di ultimazione. Studiosi, ricercatori, musicisti e appassionati hanno così accesso a materiali unici: spartiti, registrazioni audio e video, testi, immagini e oggetti sonori. Il portale propone percorsi tematici dedicati a momenti e protagonisti cruciali della storia musicale recente, come il Futurismo, loStudio di Fonologia, il fondo Sylvano Bussotti e molte altre narrazioni ancora da scoprire. Tutti i materiali originali sono conservati e consultabili presso la sede dell’Associazione: il Digital Archive, realizzato con il supporto dell’Unione Europea attraverso il programma Next Generation EU, rappresenta un’estensione online di questo patrimonio, accessibile liberamente a chiunque voglia esplorarlo.
Quale nuova domanda vorrebbe lasciare il libro sullo Studio di Fonologia e, soprattutto, sul futuro della musica elettronica?
Un’esortazione ai giovani compositori vorrei farla a titolo personale: chiedetevi sempre a chi volete fare arrivare la vostra musica e perché. Non limitatevi a fare qualcosa di diverso solo per emergere dal gruppo. Se non avete nulla da dire, non scrivete: anche questo è un modo per non inquinare il pianeta.
È possibile sostenere il crowdfunding per la pubblicazione del libro, aperto fino al 30 novembre, cliccando qui.
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L'articolo Quando la Rai si inventò la musica elettronica di Giulia Callino è apparso su Rockit.it il 2026-09-29 12:00:00

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