Musica da guardare: le spettacolari installazioni luminose dei Quiet Ensemble Intervista

foto via Facebook - Quiet Ensamblefoto via Facebook - Quiet Ensamble
12/12/2016 di

Può l'errore farsi musica? Che fine fanno i suoni impercettibili o imperfetti? È possibile vederli? A tutte queste domande rispondono i lavori del duo Quiet Ensemble, videomaker, scenografi e light designer con il pallino per la musica. Li abbiamo conosciuti all'ultima edizione del ROmap Festival dove hanno conquistato il pubblico con le loro installazioni. A noi hanno raccontato come si fa ad unire suono, musica e luci in maniera sorprendente, e perché restiamo così indifferenti alle piccole cose.

Ciao ragazzi, come prima cosa la domanda più semplice: come e quando nasce il progetto Quiet Ensemble?
Bernardo: ll progetto nasce 8 anni fa, ci siamo incontrati per caso e abbiamo cominciato a lavorare insieme per caso. Si è venuto a creare subito un buon equilibrio tra due caratteri molto diversi e la ricerca che abbiamo intrapreso dal principio focalizza proprio su equilibri instabili.
Fabio: Il progetto Quiet ensemble nasce da un’esigenza istintiva di condividere con gli altri ciò che ci emoziona, cercando di mostrarlo nel modo più semplice e intuitivo possibile. Ci siamo conosciuti un anno prima di cominciare il progetto Quiet, eravamo in un teatro e con altre persone abbiamo provato a lavorare su alcuni progetti. Entrambi arrivavamo da esperienze formative intense, ed era il momento giusto per iniziare un nuovo percorso personale, mettendo in campo le nozioni apprese, sperimentando e cercando un nostro linguaggio. Durante quel periodo sono nate le radici del progetto Quiet che ha preso forma l'anno successivo. Stiamo quindi iniziando il nostro ottavo anno di attività insieme e incredibilmente ancora ci sopportiamo.

(Allestimento per "The Enlightenment", foto via Facebook)

Il rapporto tra musica, natura e vita emerge da molte delle vostre installazioni in cui le sonorità prendono forma a partire da esseri viventi, ad esempio lumache, topi o pesci rossi. Che genere di studio c'è stato dietro queste complesse performance?
B: Tramite l'utilizzo della tecnologia, complessa o semplice che sia cerchiamo di rivelare e/o mostrare eventi semplici, piccole cose, realtà che ci circondano ogni giorno e che spesso vengono ignorate, sottolineando la grandezza delle microscopiche meraviglie presenti intorno a noi e sotto ai nostri sguardi spesso distratti. 
F: Prima dello studio c'è un'ispirazione. Le ispirazioni nascono da aspetti piccoli e meravigliosi che accadono intorno a noi di continuo, a cui spesso non si danno particolare attenzione, come il ronzio di un insetto intorno a una lampadina, o le crepature di un vetro rotto. Il nostro è un osservare emotivo. Indaghiamo su elementi imprevedibili e casuali, che osservandoli e ponendogli la giusta attenzione, è possibile ammirare la meraviglia dell’inaspettato.
Lo studio per rendere concrete le nostre ispirazioni a volte lo facciamo da noi, altre volte ci avvaliamo dell'aiuto di diversi collaboratori a seconda delle esigenze. A volte capita che rimaniamo affascinati anche da "errori" o risultati inattesi durante gli esperimenti e le prove per realizzare i nostri progetti, mettendo così le basi per nuove idee.

In "The Enlightenment (L'illuminazione)" avete ricreato un vero concerto in cui gli strumenti musicali vengono sostituiti da un set up elettrico molto particolare. "Al posto dei violini suonano i neon, a sostituire i tamburi sono le lampade stroboscopiche e al posto dell’arpa vediamo un faro teatrale che illumina il pubblico". Perché per la vostra ultima performance avete deciso di partire dalla luce? Che ruolo ha per voi all'interno di un concerto?
B: Un concerto non ha bisogno di luce, a meno che la luce non sia lo strumento musicale come nel caso di The enlightenment. La luce in questo caso è la conseguenza inevitabile del suono e viceversa.
Uno spettacolo da vedere ad occhi chiusi, dove la luce non è oggetto e strumento di illuminazione ma soggetto ed elemento sonoro.
F: Eravamo alle prese con le prove per un altro spettacolo "Der Teufel Leise, Faust" in cui davamo voce a diversi elementi teatrali che di solito sono semplici scenografie o attrezzatura tecnica, capovolgendo il loro ruolo e facendoli diventare protagonisti. Ed è in quell'occasione, con l'aiuto di Matteo Marangoni, con cui stavamo collaborando al progetto, abbiamo fatto i primi test per dar voce alla luce. Ed è proprio in quel momento che decidemmo di sviluppare e approfondire questa scena, e farne un progetto autonomo. Infatti la scena finale del Faust è proprio un' anticipazione di "The enlightenment". La luce in un concerto, spesso ha un ruolo scenografico; accompagna la musica e i musicisti, e rende più spettacolare l'esibizione. Abbiamo provato a capovolgere l'attenzione dello spettacolo, ponendola verso le luci, e in particolare, attraverso l'utilizzo di bobine di rame, verso i ronzii elettrici che esse emettono accendondosi e illuminando, gli stessi ronzii che di solito vengono nascosti.



Nello show, uno dei grandi protagonisti è "la ronza", il rumore di fondo delle macchine che di solito si scarta e si cerca di annullare. Dove situate il confine tra musica e rumore?
B: Come in molti casi il silenzio può essere "assordante" la musica può essere insopportabile ed un rumore invece godibile. Non sento differenza tra musica e rumore, per alcuni rumori come per alcuni brani musicali ci sono gradi di sopportazione e godibilità differenti.
F: È un confine labile. Cambia a seconda dell'età, della cultura, e mille altri aspetti...

Che tipo di feedback avete ricevuto dal pubblico che ha assistito a "The Enlightment"?
B: Ci piace osservare il pubblico durante lo spettacolo, i riflettori sono puntati sugli spettatori che reagiscono in modi spesso inaspettati. Ci sono sempre due o tre persone che se ne vanno, altri che spalancano gli occhi e si lasciano immergere dalla luce e dal calore, poi c'è sempre qualcuno che sfila dalla tasca un paio di occhiali da sole e li indossa per guardare tranquillamente il concerto.
F: Lo spettacolo è intenso, e ci arrivano feedback diversi, c'è chi rimane colpito dalle sonorità, chi invece dalla fisicità della performance, che in alcuni momenti spinge alcuni spettatori a chiudere gli occhi e a tapparsi le orecchie. C’è chi rimane affascinato dall’estetica e si incanta a guardare, chi invece ne comprende il linguaggio e quindi riesce ad “ascoltare” più nel profondo.

Delle vostre performance ciò che più cattura è il fatto che a volte sono il caso e l'inaspettato il motore di tutto, e che voi siate artefici e spettatori allo stesso tempo. Sembra quasi che vogliate rassicurare sul fatto che anche il caos abbia un proprio equilibrio, è così?
B: Personalmente non mi sento di dover rassicurare nessuno anzi, l'inaspettato mi tranquillizza, sapere che non conosceremo quel che viene dopo. Attraverso i nostri sistemi di controllo o equilibrio, cerchiamo di congelare un momento a cui altrimenti non riusciremo ad assistere, ma la convinzione di controllo sulle forze della natura è antropocentrismo puro. Bisogna rivalutare l'idea di essere spettatori del mondo e meravigliarsi dell'errore, del crollo, delle muffe e del frastuono.
F: Non tentiamo di rassicurare, si tratta di ricerche personali e di fascinazioni che andiamo ad esplorare che riguardano spesso le sfere del caso e dell'inaspettato. Personalmente trovo molta energia e meraviglia nel trovare in sistemi apparentemente caotici un equilibrio, spesso precario e mutevele, ma affascinante. Credo che in ogni sistema caotico regni un equilibrio, basta cambiare il linguaggio, la forma o semplicemente il punto di vista. La nostra sensibilità ci fa scegliere sistemi e equilibri che più ci emozionano, e che, attraverso performance e installazioni, condividiamo con gli altri.

(Foto via Facebook)

Arthur Schopenhauer affermava: "Vi è gente, anzi ve ne è parecchia, che è insensibile ai rumori: sono appunto quegli individui che sono altresì insensibili nei riguardi di ragioni, pensieri, poesie e opere d’arte, insomma, nei riguardi di impressioni spirituali di qualsiasi genere: perché ciò deriva dalla natura grossolana, dal tessuto durissimo della loro massa cerebrale". Siete d'accordo sul fatto che la maggior parte delle persone vive in un clima anestetizzante?
B: Certamente, sento molto duro il tessuto della mia massa cerebrale. Anche se l'anestesia aiuta...
F: Si, ognuno filtra a modo suo le proprie esperienze e ciò che lo circonda. In tanti scelgono di non sentire per paura di quello che potrebbero provare, rimanendo "anestetizzati"… In questo periodo storico sembra che ci sia tanta paura, ma forse è sempre stato così, da sempre.

Per descrivere la performance "Vuoto pieno di te" avete scritto: "Il nostro spazio vitale prende luogo nello spazio vuoto / e solo ad occhi chiusi sentiamo la concretezza del buio. /Ho intuito il mio essere contenitore, ora aspetto la nuvola, e la pioggia". La solitudine è il motore principale per un ascolto più consapevole?
B: Direi di sì, è nel momento di solitudine e di vuoto in cui si accendono lo sguardo e l'ascolto. L'assenza stimola una bramosia di meraviglia data dalla mancanza.
F: Non sempre, in alcuni casi è indispensabile essere soli, ma in altri no. Credo nella potenza dell'empatia, e sulla sue sue conseguenze piacevolmente contagiose.



Da anni portate avanti anche il progetto de "Il pagliaio", una sorta di collettivo internazionale in cui gli artisti possono ritrovarsi per fare network e aggiornarsi a vicenda, annullando qualsiasi distanza. Quali sono i frutti di questa esperienza e quali i vostri prossimi traguardi?
B: Abbiamo instaurato diversi rapporti professionali e di amicizia importanti. Il progetto Pagliaio è andato scemando negli ultimi anni perché siamo stati molto presi dal progetto Quiet Ensemble. Stiamo lavorando per una prossima riapertura, vi aggiorneremo a breve. 
F: Il pagliaio è un progetto parallelo alla nostra ricerca artistica. è una sorta di laboratorio in cui possiamo conoscere altre persone, condividere nuove scoperte e ascoltare quelle degli altri. Nasce quindi come un laboratorio artistico, poi è diventato anche festival. Ciò ci ha portato a condividere le nostre esperienze anche in contesti più istituzionali, come lo IED, Istituto europeo di design, e la Stap Brancaccio, in cui abbiamo dei corsi attivi. I prossimi traguardi in questo ambito riguardano l'avere una struttura organizzativa più solida, in cui, con l'aiuto anche di collaboratori, si possa crescere e continuare questo aspetto di laboratorio.

Nel 2010 avete curato l'intero apparato visivo della rassegna M.I.T. - il progetto di fondazione Musica per Roma e Snob Production, dedicato all’elettronica e alla sperimentazione. Quest'anno siete stati tra i protagonisti del Romap2016 sempre nella Capitale: eventi ancora abbastanza rari in Italia ma che catturano sempre più pubblico. Come spiegate questo cambiamento di rotta?
B: Mi sorprende che non sia avvenuto prima questo cambiamento di rotta. Le arti digitali (arts numèrique) non sono ancora entrate nell'immaginario e comprensione collettiva. È un pochino ironico sentir parlare di "nuove tecnologie" e "sperimentazione", non c'è limite all'evoluzione tecnologica ma gli strumenti con cui sperimentiamo oggi in Italia sono già strumenti di uso comune in altre parti d'Europa, dove le nostre "avanzate tecnologie sperimentali" sono paragonabili al pennello per il pittore. Siamo contenti che festival come ROmap comincino a investire su questi linguaggi artistici.
F: Era il primo periodo in cui stavamo sperimentando diversi linguaggi. Grazie al MIT abbiamo potuto sperimentare e presentare dei progetti davanti a un pubblico grande, e ciò ci ha permesso di crescere e concentrare le nostre energie.

Tag: intervista arte

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