Un alter ego per uscire allo scoperto: Rachele Bastreghi ci racconta Marie Intervista

Rachele Bastreghi dei BaustelleRachele Bastreghi dei Baustelle
18/02/2015 di

A distanza di quindici anni dall'esordio discografico con i Baustelle, Rachele Bastreghi ha compiuto l'importante passo che attendeva da tempo. Un po' per caso, un po' per necessità, si è trovata a dover fare i conti con la propria riservatezza e quel che ne è venuto fuori si chiama "Marie". Ci siamo fatti raccontare il processo artistico e psicologico dietro le sette canzoni che compongono il suo primo ep.

Quando sei con i Baustelle non ami trovarti sotto i riflettori, ma adesso che sei da sola è inevitabile. È stato difficile fare i conti con la tua timidezza?
Sì, certo. È un lavoro continuo, una lotta. Ora sono già venti giorni che faccio interviste, quindi piano piano mi sto abituando... però ho avuto un crollo psicologico qualche giorno fa. Più fisico che psicologico in realtà: un'infiammazione al colon. La sfogo così. Forse, tra le varie motivazioni per cui ho fatto questo disco, c'era anche un bisogno di crescere dentro per prendere le cose da un altro punto di vista.

Tutto è iniziato con “Mon petit ami du passé”, per la fiction Rai “Questo nostro amore 70”. So che inizialmente avevi rifiutato di partecipare: puoi spiegarci bene come è andata e come sei arrivata da lì a concepire un intero ep?
Lo vedevo come un mondo un po' distante e si trattava di qualcosa di nuovo per me. Non avevo ancora mai fatto niente da sola, se non qualche concerto importante con altri gruppi. Sarebbe stata la mia prima esperienza di questo tipo, soprattutto come autrice. Quindi inizialmente ho rifiutato. Poi, parlando con il regista (Luca Ribuoli, ndr), che è anche un appassionato di musica e un fan dei Baustelle, mi sono convinta. Mi ha lasciato carta bianca, per cui ho potuto inventare il personaggio ed essere libera di sceglierne lo stile. L'unico paletto era rappresentato dal fatto che la fiction fosse girata nel 1970, dunque implicava determinati costumi etc etc. Mi sono molto divertita, ho fatto anche una piccola parte. Avevo una battuta, ma l'ho fatta togliere ed è rimasta solo una parola ("Ciao eh", ndr). L'ho presa come se fosse un videoclip, ecco. Infatti poi ci sono io che canto in playback dentro un locale, con un gruppo di amici chiamati per l'occasione. Insomma, una bella esperienza che si è rivelata essere anche l'inizio di questo nuovo percorso e che ha innescato in me la voglia di comporre altre canzoni, di mettermi in prima persona a scrivere testi e musiche in un modo diverso, senza i compagni di una vita.

Hai detto che avresti preferito non mettere il tuo nome su questo disco, né la tua foto in copertina. Come mai?
Sai, dopo tanti anni di lavoro di gruppo... Chissà se avrei fatto questo passo ora, se non si fosse trattato di una chiamata esterna. E siccome era una cosa a tema, legata al personaggio di Marie nella fiction, ci ho un po' giocato. Infatti l'idea iniziale era proprio quella di far uscire un disco di Marie, senza comparire personalmente. Ma non me lo hanno permesso. Ora capisco anche il perché: era inevitabile ed è stato meglio così anche per me.



Come l’hanno presa Francesco Bianconi e Claudio Brasini?
Bene, bene. C'era questo momento di pausa dopo la tournée, come spesso accade, quindi non facevo del male a nessuno. Sono contenti, abbiamo stima l'uno dell'altro: nessun problema, hanno capito. Gli è anche piaciuto, glielo ho fatto ascoltare una volta completato. Prima che uscisse. Data la mia insicurezza, mi interessava il loro parere.

Anche se ufficialmente “Marie” è il tuo primo lavoro senza i Baustelle, in passato avevi già messo il tuo nome su alcune collaborazioni importanti, da Le luci della centrale elettrica agli Afterhours, ti eri esibita anche in compagnia di altre band. Ti è stato di aiuto nell’intraprendere questa nuova strada?
Sì, sicuramente. Da anni collaboro con altri artisti: penso ai Virginiana Miller o ai Perturbazione, con i quali ho ancora un bel rapporto. Nel caso degli Afterhours, ho proprio rifatto una loro canzone ed è nata una nuova versione di "Mi trovo nuovo". Quello è stato un ulteriore passo in avanti. Ognuno di questi passi, tra cui anche le varie collaborazioni con Le luci della centrale elettrica, mi ha aiutata a compiere poi, da sola, quello più grosso.

Veniamo alla musica. Se da un lato questo disco conserva alcune peculiarità e influenze tipiche dei Baustelle, dall’altro se ne discosta per rappresentare qualcosa di nuovo e di più personale: penso in particolare ai testi e all’inevitabile femminilità
Sono d'accordo. Da sempre nei Baustelle io do il mio contributo musicale e ai testi ci pensa Francesco Bianconi, quindi rispecchiano il suo modo di scrivere. Adesso invece sono frutto del mio approccio, spontaneo e naturale, dunque più femminile. Ho voluto anche giocare un po' con questa sorta di alter ego, forse perché avevo qualcosa nascosto dentro da raccontare: Marie rappresentava un buon veicolo per convincermi ad incidere e diffondere tutto questo.

Le canzoni dell’album sono tutte in qualche modo legate al tema dell’amore, seppur sofferto e talvolta assente. Quale aspetto ti interessava raccontare precisamente?
Sono partita dall'amore, da un'esperienza di abbandono. In alcuni casi però si tratta anche di amore per la vita, come ne "Il Ritorno".



Per quanto riguarda le sonorità, invece, i richiami agli anni Settanta sono evidenti e ormai risaputi. Dovendo sceglierne una su tutte, qual è la caratteristica di quel periodo che ti attrae di più?
La trasgressione. Erano anni caratterizzati da tanta creatività, sono innamorata di quelle cose lì.

Trattandosi sostanzialmente di un omaggio alle atmosfere e alla canzone tipici degli anni Settanta, erano molti i brani di Patty Pravo che avresti potuto scegliere di reinterpretare. Perché proprio “All'inferno insieme a te”?
Perché non la conoscevo (ride, ndr). In realtà ho scelto prima gli artisti che mi piace ascoltare - relativamente a quel periodo - e che avrei voluto omaggiare: gli Equipe 84, che hanno scritto bellissime canzoni e che ascoltavo in casa da ragazzina; Patty Pravo, perchè sono sua fan da sempre, mi ha sempre affascinato. Alla fine ho scelto canzoni forse un po' meno conosciute e che io stessa conoscevo poco. "All'inferno insieme a te" è struggente, parla della fine di un amore ed è quindi attinente tematicamente a quello che volevo dire nel disco.

Come è avvenuto l’incontro con un produttore del calibro di Giovanni Ferrario?
Ho conosciuto Giovanni Ferrario tre anni fa, durante il tour de Le luci della centrale elettrica. Io ero ospite al concerto al Teatro romano di Verona e lui suonava con il gruppo di Vasco Brondi. Ci siamo conosciuti e ci siamo subito piaciuti, è nata un'intesa e ci siamo detti che sarebbe stato bello lavorare insieme. Così, quando ho iniziato a pensare più seriamente all'idea di dare vita a questo progetto, ho chiamato subito lui. Mi ha aiutata sia psicologicamente che musicalmente. Io tendo molto ad inserire diversi strumenti, linee melodiche che si intrecciano e un mucchio di suoni, quindi lui ha fatto anche un lavoro di asciugatura per dare un ordine al tutto.

Oltre a lui, ha collaborato alla realizzazione di questo disco una serie di nomi importanti della scena musicale italiana. Con che criterio sono stati scelti?
Sergio Carnevale (batterista dei Bluvertigo, ndr) aveva già collaborato con i Baustelle ai tempi di "Amen", sia per il disco che in tour. Giovanni aveva lavorato con Marco Carusino (voce e chitarra de I Cosi, ndr), che a sua volta conosceva il bassista - bravissimo - Davide Fronterrè. Insomma, alla fine si è formato un gruppo di amici che si è ritrovato insieme in sala ad incidere: una cosa un po' vecchio stile. Eravamo alle Officine Meccaniche di Mauro Pagani, un bellissimo studio con un sacco di strumenti vintage molto belli e adatti a noi. Mauro Pagani gironzolava per lo studio e alla fine la domanda è scattata, gli abbiamo chiesto se voleva suonare il flauto in "All'inferno insieme a te". Non solo ha accettato, ma l'ha presa come una sfida poiché era da tanto che non suonava il flauto. Lo ringrazio per questo.

“Folle Tempesta”, nella versione strumentale che chiude l’ep sarebbe un’ottima colonna sonora per il cinema.
Sì, infatti!

Se il fine ultimo fosse stato quello, in quale film l'avresti inserita?
Be'... forse in un film di Sergio Leone. Magari! Mi viene in mente lui perchè lo associo a Morricone, ma non voglio arrivare al Maestro. Mi sarebbe piaciuto. Sennò direi Tarantino. O Clint Eastwood, visto che ha lavorato con Sergio Leone.

Presto andrai in tour, per la prima volta in solitaria. Le tue prime esibizioni in pubblico risalgono alla tua adolescenza, quando facevi parte del coro della parrocchia. Già sognavi di vivere di musica? Ti aspettavi di arrivare fino a questo punto?
Non mi aspettavo niente, però ho studiato musica fin da bambina e sognavo di andare a Sanremo. Ho iniziato prestissimo a suonare, non a suonare bene perché magari non suono bene neanche adesso, però ho sempre provato gioia, divertimento ed interesse per i tasti. Canticchiavo, sognavo di esprimermi davanti ad un pubblico. Nel tempo però ho fatto anche tanta fatica perché ero molto timida ed insicura in certi casi. Tuttora il mio carattere è in crescita e non sono mai pienamente sicura di una cosa. Però sono contenta dei miglioramenti e penso sempre che domani ci sarà qualcosa di nuovo da imparare, qualche altro ostacolo da affrontare per andare avanti.

Due anni fa i Baustelle cantavano “Da oggi è probabile / che ciò che siamo stati non saremo più”. Cosa riserva il futuro a Marie e cosa invece a Rachele, Francesco e Claudio?
Riserva tanta musica, spero. È quello che ci fa star bene. Con i Baustelle ci sarà un nuovo album: non a brevissimo, ma a breve. Tra un po' ci metteremo a lavoro e siamo motivati per farlo uscire nel 2016. Per Marie ci saranno dei concerti. Ormai ho aperto una porta grazie ad una spinta venuta da fuori e non voglio chiuderla. È qualcosa che rimane. Magari non sarà più Marie; magari non saranno più gli anni Settanta, ma i Duemila. L'importante è che ci siano la voglia, l'esigenza, la necessità di dire qualcosa e che io sappia trovare il modo in cui dirlo. Altrimenti aspetterò in silenzio.

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