Davide Van De Sfroos - Radio Libera Bisignano, 19-03-2003 Intervista

12/05/2003 di Eliseno Sposato

Lungi da me l’idea di considerare Davide Van de Sfross un fenomeno locale e pittoresco’ scoperto molto tempo fa, in maniera casuale, ascoltando le sue canzoni trasmesse da “Caterpillar” su Radio Rai, l’ho inseguito per molto tempo fino alla scorsa estate quando, ospite de Il Parto Delle Nuvole Pesanti, è approdato in Calabria per pochi concerti. Da allora ho avuto modo di approfondire la sua poetica, il profondo rispetto per le tradizioni culturali del nostro Paese, ho imparato a cantare (male) in tremezzino - o laghé che dir si voglia. In parole povere, ho scoperto un grande artista, senza l’ausilio ‘esotico’ di trasmissioni come “Quelli che il calcio”. In occasione, quindi, del doppio dal vivo “Laiv”, ne ho approfittato per una breve chiacchierata, alla quale ho aggiunto stralci di una precedente intervista realizzata subito dopo la scorsa estate.



“Laiv” arriva in un momento importante della tua carriera, quasi a fare il punto della situazione
Devo dirti che era un disco doveroso da fare, non tanto per la classica auto-celebrazione, quanto celebrativo di questa lunga serie di concerti, un po’ di contrabbando ed un po’ prestigiosi, che hanno fatto conoscere il mio nome in giro per L’Italia. Era anche un buon modo per presentare gran parte del repertorio, creare un riassunto che potesse legare brani molto vecchi con alcuni inediti, passando per quelli più conosciuti.

Hai anche fatto una scelta precisa e coraggiosa, registrando una sola serata, e non pescando il meglio di una tournée?
Come ben sai, noi siamo una band totalmente indipendente, autoprodotta, con mezzi limitati. Per cui abbiamo colto al volo l’occasione di potere registrare perfettamente un concerto. Visto, poi. che nel caso in questione c’era una ripresa televisiva della Rai, un ottimo impianto audio, il luogo e l’occasione adatte, tutto è venuto di conseguenza. Pur avendo altre registrazioni, ma di qualità inferiore, abbiamo deciso di mettere su disco quel concerto.

Nel cd ci sono quattro inediti, tra cui spiccano “Sguaraunda” e “Sciur capitan”.
”Sgaraunda” è il regalo che abbiamo fatto al pubblico e che ci siamo fatti; é il nostro primo singolo, supportato anche da un video a cartoni animati. Un pezzo lancio che traghettasse il cd, anche se è registrato in studio, ma con lo stesso spirito del live. “Sciur capitan” è invce la canzone alla quale tengo di più: un brano, nel modo più radicale possibile, contro ogni tipo di guerra, sia reale che mentale. Parla di un soldato che uccide un nemico la notte di capodanno, con la stessa facilità con cui si stappa una bottiglia, e pur rispettando il proprio capitano, manifesta il suo dolore per avere strappato la vita ad una persona, che non ha mai conosciuto, ne conoscerà mai. E’ il mio inno personale contro una cosa che, purtroppo, è sempre di moda. Questa guerra contro la quale scaglio tutta la mia paura e tutta la mia rabbia, perché così facendo non si può concepire nessun tipo di progresso, sia esso tecnologico, umano o spirituale, nel momento in cui si vedono degli uomini armati, partire e andare chissà dove per fare qualcosa che ha a che fare con la pace. Sarebbe come dire che io salto nel lago, perché dopo voglio asciugarmi.

Una presa di posizione politica della quale non si poteva proprio fare a meno, e che viene da un artista come te che rifugge la politica.
Tutti sanno, ma è bene ribadirlo, quanto poco mi fidi delle bandiere e delle tesserine politiche e di quanto sia un disadattato politico. Mi piace guardare le persone, dentro questa Italia che può renderci orgogliosi di essere italiani. Io non voglio vivere in un nord senza sud, smettere di imparare dialetti, apprendere saggezza da piccole storie ascoltate in paesi che neppure sapevo esistessero. Come ho raccontato nell’altro inedito “L’esercito delle 12 sedie” la realtà da bar che lega l’Italia nascosta, ma vera.

Davide sfatiamo subito un altro tabù: non è mica vero che la tua musica si ascolta solo nel nord-Italia?
Per fortuna no. Questo è quello che molti vorrebbero far credere, quando mi accusano di cantare in dialetto e così di avere una visione ristretta del pubblico a cui destinare le mie canzoni. Io credo invece di avere già vinto la mia personale scommessa, perché sin da piccolo ho cercato di catturare qualcosa dai dialetti italiani e delle lingue europee. Per me hanno una valenza importante queste differenze, che trovo entusiasmanti e le reputo come un tesoro prezioso; trovo invece stupido l’atteggiamento di chi vuole dividere l’Italia in una cassettiera dove ogni peculiarità regionale, resti separata dalle altre. Durante l’estate sono stato ospite, per tre date, del tour che Il Parto delle Nuvole Pesantii teneva in Calabria. In quei pochi giorni, che io ho vissuto intensamente quasi fossero dei mesi, ho cercato di carpire quanto più potessi della cultura, degli idiomi dei singoli paesi che ho visitato.

Parole, le tue, che sfatano l’altro tabù cioè quello di ‘cantautore della Lega.
Se chiunque scrivesse una qualsiasi cosa avesse ragione, allora saremmo tutti finiti. A me personalmente mancano davvero pochi partiti, perché hanno cercato di appoggiarmi da tutte le parti, solo per puro esercizio giornalistico, oppure per riempire degli spazi. Io canto in uno dei dialetti lombardi, ma è chiaro che non basta questo per schiaffarmi su di un palco politico. Io non scrivo musica per fare della politica. Poi basta tradurre qualsiasi mio testo per verificare come non ci sia una sola riga che mi possa collegare non solo alla Lega Nord, ma neanche a qualsiasi altro gruppo politico. Ho suonato a Rimini durante un Meeting dell’amicizia, e per alcuni giornalisti sono diventato l’idolo di CL, solo che qualche giorno dopo alcune mie canzoni sono state usate durante una manifestazione sindacale, e di conseguenza mi hanno spostato da CL alla CGIL. Solo che io ero a casa oppure a suonare in qualche palco di paese. Io so solamente che scrivo canzoni per tutti, senza sventolare bandiere, perché io traggo le canzoni da storie di paese. Da uomini che hanno vissuto storie quotidiane sconvolgenti, senza guardare la tessera che avevano in tasca, oppure da che parte stavano durante la guerra. E siccome da tutti prendo, è giusto che le mie canzoni ritornino a tutti. Per questo torno a ripetere che l’esperienza fatta in Calabria ed in Puglia mi ha arricchito notevolmente, visto che in ogni circostanza ho trovato un pubblico attento e desideroso di ricevere quello che io potevo dare, anche se cantato in una lingua così diversa dalla loro. E l’entusiasmo della gente mi ha spinto a suonare più del consueto, visto che tutti si divertivano, ballavo. Anche se avessi cantato in catalano oppure in bretone, per loro non sarebbe cambiato nulla.

Una cosa questa di cui ho esperienza personale, visto come mi sono appassionato alle tue canzoni, al fascino che emanano per le quali “se nagott de di”
Vedi, se una persona come te che vive in Calabria, lavora in una radio ed in questa occasione trova il modo di esprimersi in una lingua così distante, ha del magico. La stessa cosa che provo quando sono in macchina ed ascolto i dischi de Il Parto delle Nuvole Pesanti o dei Nidi D’Arac, ritrovandomi a cantarle ed a capirne anche il significato, mi emoziono tanto. Mi sembra di avere fatto una conquista, come quando sono riuscito a far cantare Le Balentas (gruppo vocale femminile sardo, ndi) in dialetto comasco. Non ti nascondo che aspetto con ansia il momento in cui capiterà anche a me di cantare in un altro dialetto, tanto che ricordo ancora con piacere quando al premio Tenco del ’99 ci siamo ritrovati con Teresa De Sio, Il Parto ed i Nidi D’Arac a cantare “La Poma”, diventata poi una lunghissima tammurriata con la gente che quasi saliva sui tavoli a ballare. Non si deve avere paura delle differenze che ci sono: pensa se Peter Gabriel non avesse avuto coraggio, oggi non potremmo godere delle produzioni della Real World. La contaminazione funziona quando ognuno ha ben presente la lingua che parla e non quando viene colonizzato da altri.

Ci sono delle differenze importati nei tuoi due album: “Breva e Tivan” a mio avviso ha una vena ironica molto più marcata rispetto a “E Semm Partii” dove mancano brani leggeri come “Il Duello”, “Cauboi” e “Cyberfolk”.
Io tendo sempre a fare dei dischi che definire come ‘concept-album’ è un’esagerazione, ma sono dei dischi che hanno un tema preciso e che io affronto come un buon libro oppure un film composto dai vari cortometraggi. “Breva & Tivan” è un disco realizzato su misura dei personaggi e della loro realtà indubbiamente comica,che si riflette nella modernità dei telefonini contrapposta alla festa dell’osteria, tutte cose che fra l’altro io ho visto. Accanto a questi brani ci sono anche gli squarci del mondo esotico e lontano di “Hoka Hey” oppure “La balada del Genesio”, storie che si potrebbero sentire nell’osteria del paese e ritratti di personaggi che possono essere vissuti sul lago di Como e nei paesini di tutta Italia. E comunque io sono cresciuto in un paese dove arrivavano continuamente viaggiatori provenienti da tutte le parti d’Italia raccontando storie della loro terra che, per la grande distanza dal nostro paese, sembravano storie da “Mille e una notte”.

In “E semm partii” il personaggio parte sempre dal lago di Como, ma il suo è un destino incerto perché non si sa che cosa succede nel momento in cui viene scaraventato in una realtà diversa, che può essere quella della guerra, del lavoro, dell’ignoto o persino della pazzia; infatti, in “Me canzun d’amuur en scrivi mai”, il giardiniere protagonista non è mai uscito da un giardino, ma riesce a coltivare un sentimento come l’amore e lo manifesta con la cura del giardino della persona amata. Ci sono persino personaggi che hanno sempre le valige, ma non partono mai; è, insomma, una realtà agrodolce dove l’ironia c’è perché i personaggi stessi la incarnano in maniera particolare, e se ne servono anche per affrontare le situazioni più o meno tragiche.

I personaggi di questo disco sono comunque degli ‘eroi perdenti’
Si, tutte le canzoni sono scomode e partono da un presupposto di eroe ‘perdente’. Ma guardando le canzoni dalla giusta angolazione, in tutte, anche in quelle più tragiche, alla fine c’è la speranza di salvezza perché l’eroe non subisce il suo destino; anche “Sügamara” tenterà di fare una rapina e troverà il proprio figlio che lavora in banca, e la canzone rimane interrotta a metà, ma c’è aperta una speranza. In “El mustru” il protagonista era il re dei pescatori e, dopo aver visto il mostro del lago, diventa il re dei cretini: eppure alla fine, costretto su una sedia a rotelle dagli acciacchi dell’età, sta sul pontile con un arpione aspettando il mostro con la speranza di riuscire a dimostrare al paese la sua ragione. Che i personaggi provengano dal lago di Como è un dato di fatto, perché si avvicinano molto alla realtà che ho vissuto io, ma non è detto che tutte le persone che provengono da lì siano fatte in questo modo. Questo è dato soprattutto dall’unità dell’Italia, dalla vicinanza di tutte le regioni, ed è molto facile che le stesse cose che accadono ai miei cosiddetti “eroi” siano già accadute a qualcun altro in nell’altra parte del Paese. La sostanza e lo scheletro delle storie non cambia mai: tutto al più cambia lo sfondo, lo scenario.

Abbiamo parlato di ‘eroi’, delle differenze fra i due dischi, ma possiamo dire che ci sono anche tantissime cose in parallelo, e forse, addirittura, le storie continuano e si evolvono; come in “La balada del Genesio” e “L’omm de tempesta” che sembrano due momenti diversi della storia dello stesso personaggio. Anche le strutture musicali sono simili: apri questi, come molti altri brani, con arrangiamenti cantati con la sola base della chitarra, nonostante tu abbia alle spalle anche un bel gruppo che ti segue.
Si, anche se purtroppo ho dovuto cambiare musicisti tantissime volte, e l’attuale gruppo mi soddisfa molto perché ha avuto tempo di affiatarsi. Quando scrivo una canzone, non solo mi appoggiano, ma mi aiutano ad arrangiare parte per parte tutto il pezzo. Ci sono poi dei brani particolarmente scarni, tu hai fatto il paragone tra “La balada del Genesio” e “L’omm de tempesta”, che io considero come momenti di riflessione ritagliati nell’intera canzone, cosicché all’ascoltatore arrivi quasi soltanto la storia accompagnata da una scelta di suoni volutamente scarna e l’intera storia sembri raccontata da un qualunque cantastorie. L’intento è quello di riportare la storia con tutti i suoi personaggi al fascino iniziale: ed è anche per questo che per cantare alcune canzoni uso un microfono da live. In fondo la nostra vita è un groviglio di avvenimenti, che una volta svelato, diventa una storia ben precisa.

Il tema dell’amore pare che sia sempre presente nelle canzoni di “E semm partii”.
È comunque un amore di natura ironica, nato dal fatto che una volta un giornalista mi disse che non scrivevo mai canzoni d’amore. Se invece facciamo caso a canzoni come “El bestia”, in cui il protagonista cambia totalmente dopo aver incontrato la donna del suo cuore, il tema dell’amore è presente.

Il riscatto di questi contadini sta poi proprio nel riuscire a conquistare queste donne bellissime.
Qualche volta però va male, come in “Grand Hotel”, dove la donna è innamorata del fratello del protagonista. Lì il riscatto sta nella risoluzione e nell’orgoglio del personaggio che si rifiuta di portare la valigia e rifiuta la mancia; anche l’uomo che in “Trenu trenu” aspetta il treno fantasma, aspetta con la stessa ansia e pazienza la donna; in “L’omm de tempesta” il personaggio si ostina a portare con sé la foto di una donna e ad usarla come timone durante i suoi viaggi… e ci sono tanti e tanti brani ancora su questa fortissima emozione e su tutto ciò che ad essa è legato.

Come abbiamo già puntualizzato più volte, l’ironia è un tema molto presente nelle tue canzoni. E tu ironizzi addirittura su tutti i tipi di musica
“Cyberfolk”, ad esempio, é un brano che gioca su ritmi di cui io stesso sono stato partecipe come l’heavy-metal e il trash, soprattutto dal vivo; io ho sempre ascoltato tutti i generi musicali, da Leonard Cohen a Springsteen, da Bob Dylan ai Sepultura e agli Iron Maiden, fino al jazz e alla classica. “Cyberfolk” fa capire come anche in un paesino sperduto ci sia la contaminazione della modernità e tutto ad un tratto arrivi un’automobile, o una rudimentale moto e anche le scarpe fosforescenti da tennis; questo va interpretato come uno scherzo musicale che testimonia la nostra appartenenza ad una spirale.di avvenimenti. Siamo in una fase di cambiamento e comunque sta a noi la decisione di un corretto uso di un eventuale progresso. Penso infatti che sia inutile avere un mezzo di comunicazione così perfetto come il telefonino cellulare, quando poi sulla strada statale, magari per quello stesso telefonino, muoiono in dieci alla settimana. Ecco come nasce il “Cyberfolk”, questo progresso che irrompe nella vita di paese e cerca di prendere un ritmo e di inserirsi quasi totalmente.

Come è nata la tua grande passione per il dialetto?
È innanzitutto stato un lavoro di anni, perché ho dovuto fare molte ricerche sulla base vera e propria della lingua, e trovare le persona che potevano indirizzarmi giustamente non era certo facile; e poi sono stato sempre colpito da quei gruppi che facevano esperimenti di lingua nel passato,nel presente e nel futuro, un po’ come faccio io adesso.

Più avanti ho scoperto che il dialetto era commerciabile, e ho cominciato il mio progetto, con pochi fedelissimi che poi sono diventati i “Cauboi”, fondando anche un sito, www.cauboi.it, dove si sono incontrate moltissime persone, sono nate amicizie e addirittura matrimoni.

Hai citato Bruce Springsteen tra gli artisti che hai sempre ascoltato; e tu hai uno stile springsteeniano nel raccontare le tue storie, molto articolate nei pochi minuti di una sola canzone. Questo è anche un po’ quello che faceva lo stesso Springsteen nei primi album…
Springsteen nei primi dischi era molto “on the road”, fino a “The river”, cui segue un momento molto particolare, ma lui torna ad essere il grande Springsteen mollando addirittura la band e registrando in casa, come in “Nebraska”. Ma lui è Springsteen, e io non posso certo mettermi al suo confronto, però devo dire che mi fa molto piacere sentirmi dire che ho preso qualcosa da grossi nomi del rock. Il punto è che io non voglio essere lo Springsteen del lago di Como, perché mi piace fare tutto quello che già faccio, e solo così ottengo di pagare realmente un tributo a tutti questi grandi musicisti che ho ascoltato. Una cosa fondamentale che bisogna dire di Springsteen è che lui, accompagnato dalla E-Street Band o solo con un armonica ed una chitarra, in un bootleg o in un disco registrato molto bene, riesce sempre a convincere la folla in un qualunque concerto, sempre con la stessa energia.

Oggigiorno fare bella musica è molto facile, ma il limite che si riscontra in molti gruppi italiani è proprio quello di non riuscire a scrivere dei testi importanti. Quanto conta il testo di un brano?
Oggigiorno i tipi di musica sono i più svariati, ma tutto dipende da ciò che il musicista ha intenzione di fare; capita che chi vuole fare rock o pop si cura molto della musicalità di un pezzo, soprattutto quando la canzone è una canzone di tendenza, o la canzone dell’estate. Mi è capitato di conoscere Manuel degli Afterhours che mi ha detto che le loro canzoni non erano certo le stesse di quelle scritte da un cantautore: è chiaro che il testo di chi vuol fare rock o heavy-metal sarà molto diverso da quello di chi ama il pop. Nel mio caso il testo è molto importante perché io mi baso soprattutto su quello: mi considero un cantastorie, certamente non una rockstar. Ma il rock non muore mai, e non a caso rockers come Neil Young affascinano tuttora il pubblico. Ci sono soprattutto anche molti personaggi che si curano dell’immagine più di ogni altra cosa, ma la scelta è determinata sempre da ciò che vuole l’ascoltatore.

Tu hai anche scritto un libro, “Capitan Slaff”: ci spieghi un po’ che cos’è?
“Capitan Slaff” è un libro-favola, un poemetto epico tutto in dialetto con tanto di traduzione; abbinato al libro c’è un cd in cui io racconto tutta la storia i cui protagonisti sono i soliti eroi, pirati e fate delle favole, che però fanno il verso a quelli realmente esistiti: è qualcosa fra il trash ed il fantasy. Ho preso tutte queste streghe, queste fate, questi pirati, uomini buoni e cattivi, e li ho messi nel contesto delle storie che tanto mi piacevano da bambino. E questa è una storia fatta anche per i bambini, che sono stati molto entusiasti di questo progetto.

Come è nata l’idea di scrivere una canzone sulla storia della televisione italiana?
L’idea era di scrivere non soltanto della televisione italiana, ma dell’invenzione stessa vista dagli occhi di un bambino. Io ricordo ancora quei fantasmi in bianco e nero di uomini che camminavano sulla Luna, o quei Kennedy, Martin Luther King, Malcom X e Papa Giovanni, che proponevano più speranza di vita all’umanità, o gli entusiasmi calcistici… che tutto ad un tratto diventavano a colori. Più che altro vuole essere un elogio della televisione dei ricordi, quando tutti eravamo più incantabili: e tutto il mondo, tutte le città stanno sedute in poltrona a guardare in quello scatolone, l’America non era più considerata con ammirazione. E questa canzone è stata incisa dopo la tragedia dell’11 settembre, il che ha condizionato il finale del pezzo, “andavano sulla Luna, portavano a casa i sassi, e in giro sulla Terra continuano ad uccidersi”. La canzone è un messaggio per tutti quelli che guardavano al 2000 come al secolo del progresso, della pace, e invece ci si trova faccia a faccia con un’altra realtà; alla fine però c’è la speranza della voce campionata di Papa Giovanni, che lascia aperto uno spiraglio nella nostra vita.

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