Lalli - radio onda rossa, 25-11-2003 Intervista

07/12/2003 di Thomas Paulo Odry

A cinque anni dall'uscita del primo album "Tempo di vento" per Il Manifesto e a quattro dall'uscita del mini "Tra le dune di qui" per la Beware, Lalli torna a far parlare, ma soprattutto a parlare di sé con questo nuovo album "All'improvviso, nella mia stanza". Nove canzoni, alcuni racconti e numerosi frammenti di vita vissuta, nelle quali Lalli offre una ulteriore prova della sua capacità di regalare emozioni con la musica e con le parole. Ed offre anche alcuni spunti interessanti per una intervista.



Lalli, iniziamo questa nostra intervista facendo un passo indietro. Due anni fa è uscito un disco intitolato "Come fiori in mare", nel quale numerosi artisti italiani si sono cimentati nella rilettura di alcuni brani di Luigi Tenco. Si tratta, a mio avviso, di un disco di grande importanza "divulgativa", che ha consentito a molte persone, magari più giovani, di scoprire il talento di Tenco, tramite la voce e gli strumenti di artisti contemporanei, tra i quali, ad esempio, i La Crus, Marco Parente, Teresa de Sio, Ivano Fossati. Anche tu hai fatto parte di questo progetto, proponendo una versione in chiave jazz di "Vedrai, vedrai". Un brano struggente, intriso di amarezza e di vane speranze: "Vedrai, vedrai/ vedrai che cambierà/ forse non sarà domani/ ma un bel giorno cambierà". Una scelta casuale o voluta?


  “Vedrai, vedrai” è una canzone che mi ha tenuto compagnia quando ero molto giovane, una di quelle canzoni che riescono a dire con semplicità di sensazioni ed emozioni che tu senti confuse dentro di te. Poi, ad essere sincera, ho sempre sentito in questa canzone la descrizione di ciò che si vede a volte dalla finestra di casa in una giornata grigia, autunnale, ma dove si sentono anche il profumo e il desiderio di primavera e non può che essere così perchè altrimenti non avvertiresti i colori diversi. Quindi, sì, una blue song, amara e malinconica, ma non disperata, questo è il clima che volevamo rendere maggiormente con la nostra interpretazione. Quindi, quando mi è stata proposta la partecipazione all’omaggio a Luigi Tenco ho subito chiesto di poter affidare il nostro tributo di affetto e considerazione nei confronti di questo grande cantautore del nostro tempo attraverso il rifacimento di questo brano.

Parliamo del tuo nuovo album "All'improvviso, nella mia stanza", scritto a quattro mani da te e da Pietro Salizzoni, co-autore dei testi e delle musiche, nelle vesti anche di produttore artistico. Quanto è stata importante la sua collaborazione nella riuscita dell'album?


Innanzitutto, solo per amore di verità, devo specificare che la condivisione appieno con Pietro Salizzoni della progettazione e della realizzazione di questo disco va intesa nel senso che il lavoro dei testi era a mio carico e a Pietro spettava quello delle musiche. E va da sé che la condivisione implica che senza una delle due persone il progetto non sarebbe stato possibile. Quindi mi sembra persino riduttivo dire che la collaborazione con Pietro è stata fondamentale.

L’ho conosciuto al tempo di “Tempo di vento” (scusate l’impiccio di parole!) perché stavo cercando un contrabbassista che lavorasse alle mie canzoni, sia per la fase di registrazione e sia per eventuali futuri concerti. Lui si propose, pur essendo un chitarrista, con la sola motivazione che sarebbe stato felice di far parte del mio progetto e in quel frangente iniziò a studiare il contrabbasso, tant’è che poi è stato proprio lui a suonarlo in “Aria di Buenos Aires” nel disco.

Questa sua umiltà mi colpì molto e da allora la nostra collaborazione è andata sempre crescendo, passando dalla scrittura di “Testa storta”, scritta appositamente per far parte della colonna sonora del film “Preferisco il rumore del mare” del regista Mimmo Calopresti, fino ad oggi.

Per “All’improvviso, nella mia stanza” siamo partiti innanzitutto da due presupposti che per noi erano fondamentali: cercare di ridare leggerezza, in senso buono, alle canzoni, per cercare di rendere spazio, tempo e visibilità a delle piccole storie, mie o di altri, per la paura che si andassero perdute nella storia grande e poi che le canzoni, in senso più strettamente musicale, dovessero stare in piedi voce e chitarra. Quindi, abbiamo lavorato veramente a quattro mani: io portavo un testo, lui una musica ed entrambi cercavamo di capire cosa era fondamentale tenere delle due cose e cosa invece era possibile modificare o stravolgere e avanti così, insomma, un vero e proprio lavoro di artigianato. Questo modo di operare mi è servito molto di stimolo per lavorare ai testi, per far sì che riuscissero a rendere le storie che ci premeva raccontare e nello stesso tempo che riuscissero ad adeguarsi al meglio ad una struttura musicale che implica una costruzione melodica più precisa, ad una canzone insomma.

Già conoscevo le tue qualità, le tue doti di eccellente cantautrice. Quello che, invece, più mi ha colpito di questo album, sin dal primo ascolto, sono state le musiche: non mi aspettavo, infatti, una così grande varietà e ricchezza di strumenti, in particolare folklorici e popolari (dal banjo all'ud, dalle tablas al gatam, ecc.), che si sposano, peraltro, perfettamente con i testi delle canzoni. Atmosfere mediterranee, preludio ad un tuo nuovo futuro orientamento musicale?


Bè, innanzitutto grazie per il complimento! Le atmosfere sonore non sono state “decise”. Sono venute a delinearsi quasi da sole, mano a mano che le canzoni mostravano la loro faccia e poi sicuramente è importante considerare che a Torino questi strumenti e questi suoni fanno ormai parte di un ascolto quotidiano, sono musiche che si sentono per le strade, soprattutto in certi quartieri, o al mattino quando vai a fare la spesa al mercato di Porta Palazzo. E proprio a partire da questo punto di vista, e cioè lavorare esclusivamente al servizio delle canzoni, devo dire che con il produttore torinese Carlo U. Rossi ci siamo intesi a meraviglia, rendendo così la nostra collaborazione veramente ottima e proficua, oltre a soddisfare il piacere di lavorare con una persona cara alla quale affetto e stima ci legano da anni. Per il futuro, non saprei dire. Mi piace pensare al disco come alla fotografia del momento che stai vivendo e quindi, per il futuro, credo di poter dire che si tratta di un cammino che si snoda e per percorrere il quale il proprio bagaglio non lo si può “dimenticare” a casa, mai, qualsiasi sia il viaggio che si sta facendo.

A proposito di atmosfere mediterranee, "Chenini", titolo di un brano contenuto nel tuo nuovo album, è il nome di un villaggio berbero che si trova nel Sud della Tunisia. Vuoi raccontarci qualcosa di questo tuo viaggio?


Devo premettere che nella mia vita ho fatto pochissimi viaggi e forse proprio per questo li ricordo tutti molto bene. Questo in Tunisia risale ormai quattro anni fa eppure la giornata che cerco di raccontare in Chenini è stampata nella mia memoria perché è stata così forte l’emozione provata in quel momento in cui si mise a piovere, dopo due anni di completa siccità, nel vedere le persone, i colori del cielo, della terra, dei sorrisi, tutto mescolato all’eccitazione che questo scatenava che davvero sono rimasta senza fiato e colpita ancora per molte ore dopo. Anche questa una piccola storia alla quale mi sembrava doveroso provare a dare parole e suoni per ricambiare il regalo che mi era stato fatto nel viverla.

"Testa storta", come detto in precedenza, è una canzone scritta appositamente per far parte della colonna sonora del film "Preferisco il rumore del mare" di Mimmo Calopresti. E' stata la prima volta che ti sei trovata a scrivere un brano per un film? Come giudichi questa esperienza?


Sì, quella è stata la prima volta, e per ora l’unica, in cui mi sono trovata a lavorare per una musica al servizio delle immagini di un film. Devo dire che l’esperienza è piaciuta molto sia a Pietro che a me, esperienza che ci ha arricchiti dal punto di vista di dover scrivere qualcosa che non ha solo una valenza di per sé in quanto canzone ma deve anche essere al servizio di immagini e cercare di rendere al meglio le emozioni che il regista intende suscitare in quel particolare momento; infatti noi sapevamo che la canzone avrebbe dovuto accompagnare la scena finale e tutti i titoli di coda e Mimmo aveva un’idea abbastanza precisa di ciò che avrebbe voluto, “qualcosa che sottolineasse la sensazione di apertura, di ottimismo, ma in modo molto lieve”, queste le sue parole. Alla luce di questa prima prova, credo che ci piacerebbe anche affrontare il lavoro di un’intera colonna sonora.

Parlavamo, prima, delle musiche di "All'improvviso, nella mia stanza". In questa grande varietà di strumenti utilizzati nel disco, oltre alle chitarre, al contrabbasso, alla batteria, alle percussioni, alle tastiere, agli archi, agli strumenti etnici e folklorici, è presente anche una tromba, in un solo brano. Il brano in questione si intitola "La fiaba di Nushe" e questa tromba è suonata da un trombettista torinese, probabilmente non molto conosciuto. Il suo nome è Giorgio Li Calzi. Io ho scoperto la bravura e la genialità di questo trombettista nel 1999, ascoltando quello che, allora, era il suo nuovo album "Imaginary film music". Ne rimasi folgorato. Nel corso degli anni, poi, ho avuto modo di ascoltare i suoi precedenti lavori, nonché quelli più recenti, una varietà di orizzonti musicali più unica che rara... jazz, elettronica, classici napoletani, teatro. Ho avuto modo, inoltre, di ascoltarlo impegnato in diverse collaborazioni, alcune molto particolari, come quella, ad esempio, con Margoo nel suo ultimo album "The lone solo", e ora lo ritrovo nel tuo brano. Vuoi spendere due parole su di lui e raccontarci come è nata questa collaborazione?


La sua grandezza e il suo talento sono veramente profondi, grazie anche alla sua voce così calda e inconfondibile, che credo non abbiano bisogno delle mie parole. Con Giorgio ci lega un’amicizia e una stima di lunga data e finalmente con questo disco è arrivata l’occasione per poter rendere tutto ciò visibile e tangibile.

Parliamo dei testi di "All'improvviso, nella mia stanza". Storie e frammenti di vita vissuta, alcuni episodi autobiografici raccontati con estrema spontaneità, con forza e allo stesso tempo con delicatezza, canzoni che non scivolano via, ma che rimangono dentro. Del resto lo dice anche il titolo dell'album: "All'improvviso, nella mia stanza", quasi a voler sottolineare il carattere intimista e introspettivo del disco. Deduzione azzardata? Come nascono i testi delle tue canzoni?


Anch’io mi faccio sovente questa domanda! … e devo dirti che davvero non lo so. Innanzitutto devo dire che io ho l’abitudine a scrivere e che lo scrivere è uno dei modi che ho di relazionarmi con me stessa. In secondo luogo credo che la scrittura arrivi quando un momento o un fatto particolare mi attraversano, nient’altro credo.

Molte persone sentono il bisogno di etichettare, classificare, inquadrare qualunque cosa. E così mi è capitato più volte di sentirti definire una "cantautrice di sinistra". Questa etichetta ti va stretta? Te lo chiedo perchè, a mio avviso, musica e politica formano un binomio solitamente poco felice: infatti la maggior parte dei cantanti e dei gruppi che cercano, oggigiorno, di fare politica nelle proprie canzoni, troppo spesso ricadono in una retorica stucchevole, che di sicuro non fa il bene nè degli stessi artisti, nè, tanto meno, delle idee che cercano di portare avanti. Mi riferisco, in particolare, ad alcuni gruppi idolatrati dalle folle, che cercano di fare politica a suon di slogan demagogici, da piazza. Mentre, invece, c'è chi mantiene fede alle proprie idee in maniera più sottile e intelligente, senza bisogno di slogan, ad esempio facendo uscire il proprio disco con Il Manifesto al prezzo di 8e. come nel tuo caso. Anche questo, a mio avviso, può significare "fare politica", e può significare farla in maniera più credibile. Cosa ne pensi?


Impegno politico è un’espressione composta da parole che implicano gesti, azioni, scelte, condivisioni. Le canzoni non possono, e forse non devono, rappresentare tutto ciò. Credo che non si debba far confusione su questo, cioè che impegno e canzoni siano due momenti diversi. Le canzoni sono indubbiamente uno strumento fondamentale di comunicazione fra le persone, sono la “magia” di un momento fermato in parole e suoni che escono da te e viaggiano, devono volare, come diceva Leadbetter, leggere come farfalle. Ritengo invece assolutamente naturale che dalle canzoni traspaia il proprio modo di sentire e di guardare al mondo e che le canzoni facciano intuire i tuoi sogni, i tuoi desideri, le tue mancanze anche. Credo inoltre che la scelta de Il Manifesto relativamente al fatto di tenere il più basso possibile il costo dei propri Cd faccia trasparire ovviamente la spinta ideale che muove tale struttura di dare priorità alla circolazione delle idee piuttosto che all’aspetto prettamente economico nella produzione della merce musica e questa è indubbiamente una scelta politica.

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