Raige / intervista

Raige: l’ansia fa più morti del kalashnikov

Tra una digressione su Celentano ed una su Ronaldo, "Affetto Placebo", l'unico rimedio prescritto da Raige.
09/07/2019 11:00

“Quando ero giovane, mi credevo un genio perché usavo decine di termini per esprimere un concetto. Termini difficili, ricercati, che difficilmente potevi ascoltare in un testo rap. Adesso mi sono accorto che il vero talento è riuscire ad esprimere qualcosa di complicato con poche parole. Il mio sogno nel cassetto, infatti, è scrivere un pezzo per Vasco”. In occasione dell’uscita suo ultimo album solista, abbiamo incontrato Raige, la vera storia dell’hip-hop torinese.

Da buon ipocondriaco, per quale motivo hai scelto questo titolo?

Perché sono ipocondriaco anch’io. L’ansia fa più morti del kalashnikov. I miei amici mi chiamano “codice bianco”, la maggior parte delle volte in cui finisco al pronto soccorso torno a casa con una pacca sulle spalle. In questi ultimi tre anni -i più intensi da un punto di vista lavorativo- mi sono accorto quanto le persone fossero la mia vera medicina. Le “buone persone”, chi mi vuole veramente bene, mi hanno fatto da scudo, gli altri mi hanno aiutato a riconoscere cos’è il “male”. Sono stati il mio “Affetto placebo”.

“Ne riderai”, “Ciao ciao”, “Ritorni da me”. Eppure da gran parte dell’album emerge un senso di separazione?

Mi piace essere triste, struggermi per la vita. Artisticamente forse è la condizione migliore per creare. Senza fare il “bambino di Scampia”, nella mia vita ho vissuto situazione complicate: la periferia torinese, il padre in galera. Inevitabilmente scrivere è diventato un processo di autoanalisi, scrivere mi ha fatto risparmiare migliaia di euro dallo psicanalista. Nelle canzoni riesco ad esporre concetti che “a voce” non riuscirei ad esprimere. In particolare a persone a cui voglio molto bene.

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Come nella canzone per tua madre?

Nasce da quell’esigenza. Ho avuto un rapporto molto forte con mia madre, mi ha avuto che era una bambina, ha cresciuto me e i miei fratelli senza un padre. Quando ho optato per quella svolta pop la critica che mi veniva mossa era che mi rivolgessi ad un pubblico femminile. Mia madre ha veramente riversato su di me le aspettative di un uomo che non era presente. Alcune scelte stilistiche forse erano discutibili, ma il mio percorso mi ha portato ad avere una certa sensibilità e lei è stata una figura importante per elaborare il mio stile.

Infatti anche gli storytelling di quest’album sono tutti dedicati a delle donne.

Parlando entrambi di amore, amore in senso lato. “Asia” dell’amore che potresti provare per una figlia, “Quanto male mi fai” l’affetto, l’empatia che puoi sentire verso uno sconosciuto. In particolare, quando t’innamorai di una ragazza dall’aria triste sui mezzi e ti fai tutto un viaggio sulla sua vita senza muoverti dal seggiolino.

Se scrivere ti aiuta ad esprimere concetti propri, per quale motivo ha deciso di prestare la penna anche ad altri autori?

Io ho una malattia, devo scrivere sempre. Col tempo mi sono accorto che non posso interpretare tutte le canzoni che compongo, ma scrivo ogni pezzo come se fosse mio. Dopo la collaborazione con Tiziano Ferro in “Il mestiere della vita” mi sono arrivate molte proposte. La forza della mia scrittura è essere molto personale, motivo per il quale me ne sono andato dalla Warner. Il mio ultimo album con loro subì molte modifiche, mi dissero che le mie canzoni erano troppo pregne per piacere ad un pubblico ampio. Dei tredici pezzi del disco solo sette erano miei, gli altri me li fecero buttare. Tra questi ce n’era uno a cui tenevo molto, parlava del rapporto con mio padre. “Il sole quando piove” uscì separatamente ed ebbe più successo di ogni singolo estratto.

Da Coez a Franco 126, pensi, in qualche modo, di aver anticipato il rap cantato\rap pop?

Io ho iniziato ad ascoltare questa musica con i Mobb Deep. Ho la spada di Damocle dell’avere scritto “Tora-ki”, una pietra miliare del rap italiano, ma in quel disco cantavo in tutti i ritornelli pur mantenendo un suono Golden Age. Fare un disco rap con delle sonorità pop in un periodo storico un cui il posto del pop è occupato dalla trap ha un peso specifico diverso. Fortunatamente, tutto il movimento è cresciuto negli ultimi anni ma non penso di dire una blasfemia ad ammettere che sono stato uno dei primi a tentare questa direzione, subendone le critiche, strada che poi a ruota hanno seguito interpreti più o meno pop.

Anche quest’album è frutto di scelte coraggiose?

Quest’album nasce da delle scelte coraggiose, dalla volontà di complicarsi la vita. Innanzitutto uscire dalla major. Poi ho deciso di non mettere la mia faccia in copertina, se giri il disco non puoi nemmeno vedere la tracklist. L’unica immagine raffigurata è un bicchiere, tu sta acquistando un messaggio: se pensi di non potercela fare, se non vedi sbocchi nella tua vita, anch’io ero come te.

L’unico featuring dell’album, in pratica, è una reunion degli OneMic.

Faccio pochi featuring perché non mi piace niente, e faccio pochi featuring nei miei album perché i miei dischi hanno veramente poco spazio per altre voci. Le canzoni danno la possibilità al pubblico di vedere la vita con gli occhi del suo interprete, ma in “Scuola calcio” mi sono accorto d'aver bisogno della visione di altri due “young veteran”. Ad essere sincero, scrivendola mi sembrava una canzone degli OneMic. Questo pezzo, in particolare, non è un’analogia tra calcio e musica ma tra calcio e vita. Ero un ragazzino sovrappeso, era evidente che non sarei mai arrivato in Serie A. Il calcio mi ha insegnato valori quali l’impegno e il gioco di squadra che mi hanno aiutato a sfondare con il rap.

Shade, Fred de Palma ed anche tuo fratello, tutti gli interpreti torinesi, prima o poi, sembrano spostarsi a Milano.

A Milano ho vissuto, ma è troppo dispersiva. Pur facendo rap, cerco di aderire il più possibile ad una dimensione cantautoriale, Torino è una realtà più piccola, umana, necessaria nel mio modo di intendere la scrittura. Questo non vuol dire che la mia città non sia viva, ma c’è una mentalità più operaria. Ultimamente sta requisendo un nuovo appeal internazionale anche grazie alla Juventus, Ronaldo ha mosso un sacco di cose...

Chiudiamola parlando di calcio allora, cosa ne pensi della Juve di Sarri?

Possiamo prendere anche quattro gol a partita se ne facciamo cinque. In generale sono felice perché credo che dopo anni torneremo ad assistere ad un campionato equilibrato, Napoli ed Inter si stanno rinforzando bene. Come Juventus ci siamo creati dei brutti precedenti con calciapoli, ma credo che questa nuova dirigenza abbia dimostrato tutto il suo valore e l’onesta. È una società da ammirare, poi in Italia le rivalità ci stanno, in fondo a me del campionato non importa nulla, i nostri obiettivi sono altri.

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L'articolo Raige: l’ansia fa più morti del kalashnikov di Marco Beltramelli è apparso su Rockit.it il 09/07/2019 11:00

Tag: rap - album - intervista

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