Santiago: Rap per adulti Intervista

10/09/2012 di

“Ghiaccio e Magma” è uno dei dischi di rap italiano più belli in circolazione. Il titolare del lavoro è Santiago, un nome forse poco sentito, anche perché lui non è certo uno di quelli che urlano a più non posso per farsi sentire. O tendi le orecchie per ascoltarlo, o può essere che non lo noti. Con i Retrohandz – autori della maggior parte dei beat dell'album – ha saputo coniugare alla perfezione delle liriche hardcore a dei suoni belli freschi. Cercare di incatenare il loro lavoro a delle definizioni è un po' come mettere il parmigiano sugli spaghetti allo scoglio, va a finire che rovini un piatto fatto bene. E quella contenuta in “Ghiaccio e Magma” è musica fatta bene, punto. Va gustata così com'è.

Sarà poco originale, ma comincerei con una tua presentazione.
Marco Muraglia, in arte Santiago, vengo da Brindisi e sono nato nel 1984. E ci tengo a sottolineare l'età anagrafica, perché qualcuno mi definisce “emergente” quando in realtà non è proprio così: emergente può essere un ragazzino di sedici anni, se non avessi alle spalle una serie di trascorsi ed esperienze non riuscirei a fare quello che faccio oggi, che mi rende orgoglioso soprattutto per il messaggio che riesco a trasmettere. Mi sono avvicinato al rap nel 1999, nel 2000 ho iniziato a scrivere i primi pezzi e nel 2003 il primo gruppo Sacra Sindrome, con cui ho pubblicato il demo “Veleno in Pillole”. Nel 2009 ho incontrato i Retrohandz, duo di produttori electro, e da allora sono i miei soci, abbiamo uno studio insieme e lavoriamo fianco a fianco 24 ore al giorno.

A Brindisi?
Sì, vivo tuttora a Brindisi, anche se questa cosa mi sta un attimo destabilizzando perché mi trovo parecchio lontano dai centri strategici in cui dovrei stare, mi riferisco soprattutto a Milano. Ma qui per il momento siamo riusciti a crearci un nostro spazio, abbiamo uno studio in cui riusciamo a lavorare al meglio, e spostarsi sarebbe forse deleterio da questo punto di vista.

Al discorso live non ci pensi?
Al momento ci stiamo muovendo soprattutto in Puglia, la richiesta da fuori è ancora bassa, anche perché “Ghiaccio e Magma” - attualmente disponibile solo in formato digitale – non è propriamente un album estivo. Ma ha ottenuto ottimi riscontri, e le richieste di copie fisiche sono davvero tante, per cui dall'autunno potrebbe essere stampato, aiutandomi a veicolare il discorso concerti anche nel resto d'Italia.

E come la metti dal punto di vista della promozione? Ormai vince chi ha più contatti Web, chi comunica nella maniera più urlata, tu invece nei tuoi testi ti discosti dai meccanismi da social network e mostri apprezzamento per il silenzio...
Il fatto che cominci a farmi notare a ventisette anni suonati è infatti abbastanza sintomatico della mia posizione a riguardo. Avrei potuto benissimo qualche anno fa prendere di mira qualcuno, farci un pezzo contro e magari acquisire notorietà dalla sua fama. È una cosa che non mi interessa, faccio il mio tappa dopo tappa, studiando le mie mosse man mano che procedo nel cammino. Non ho intenzione di “gridare”, voglio parlare, portare avanti dei concetti che non hanno bisogno di essere urlati, credo che il silenzio a volte possa valere molto più di ciò che viene detto a gran voce. Ed è vero che non sono molto presente sui social network, preferisco concentrarmi sugli aspetti che riguardano più strettamente la mia musica. Anche perché devi tenere presente che al momento facciamo tutto noi: registriamo, mixiamo, giriamo i video, e per i social di tempo ne resta davvero poco. Io spero che la mia musica raggiunga il target per i contenuti, non perché faccio il simpatico su Internet. In fondo quello che sono nella vita di tutti i giorni non si discosta molto da quello che dico nei miei testi, e in un periodo in cui c'è tanta finzione, sono convinto che un antipersonaggio possa trovare un suo spazio.

Parlando di target, chi è secondo te il tuo ascoltatore tipico? Io del disco ho apprezzato molto l'introspezione dei testi e la scrittura, che rappresenta sicuramente una parte importante del tuo lavoro. Ma ormai credo di essere anche anagraficamente un po' distante dal target medio dell'attuale rap italiano...
Nel momento in cui scrivevo il disco puntavo infatti a un ascoltatore della tua età o della mia, ho sempre considerato “Ghiaccio e Magma” un disco per adulti. Come dicevo prima, l'ho fatto ora e non qualche anno fa perché solo adesso sono riuscito a raccogliere le esperienze necessarie per realizzarlo. E sono esperienze adulte in effetti. Eppure mi sto sorprendendo di come l'album piaccia anche a molti rgiovanissimi, e la cosa mi piace perché forse si inizia a capire che c'è anche spazio per altro, in fondo il rap è un mezzo potentissimo, che in Italia viene sfruttato al 10%. Ed è un peccato, perché secondo me il rap italiano è in assoluto il più difficile da articolare, i nostri testi sono dotati di uno spessore di molto superiore a quelli americani, giusto per fare un esempio. Anche per una questione di lingua, ci troviamo ad avere dei rapper validissimi, ma stiamo perdendo questa virtù per colpa della corsa alle visualizzazioni, sembra che senza dei numeri non si possa fare nulla. Io la vedo diversamente: sono stato in silenzio diversi anni, e ho voluto curare il mio lavoro con la massima dedizione. Il fatto che il disco stia piacendo mi rende davvero orgogliosissimo, e dimostra che il lavoro e il sacrificio pagano, anche senza voler essere a tutti i costi dei personaggi, pubblicare video di impatto e tutto il resto.

Ecco, a proposito: in “Magma e Ghiaccio” tu dici che anziché fra underground e commerciale bisogna distinguere fra musica fatta bene e musica fatta male. Chi fa l'una e chi l'altra in questo momento in Italia?
Ho voluto fare questa precisazione perché continuo a sentire un sacco di persone parlare di musica underground e musica commerciale.

Ancora nel 2012?
Appunto. Anche perché poi cos'è che vuol dire “commerciale”? Si riferisce a qualcosa di commerciabile, che possa far presa sul mercato, e a meno che tu non abbia un master in economia aziendale è un termine da utilizzare con attenzione. Se un rapper fa qualcosa di più estroso e fresco, non è detto che non stia facendo più rap. Chi se ne frega delle definizioni, la musica deve essere semplicemente fatta bene: curata nei suoni, con un bel testo, un bel messaggio, magari anche un bel video. Riguardo alla musica fatta male preferisco non fare nomi, ma uno che fa musica fatta bene – anche se personalmente ho un modo di gestire la muscica completamente diverso dal suo – è sicuramente Salmo, che è arrivato dove è perché lavora bene. Attaccare un microfono a un PC non vuol dire fare musica, io ho rinunciato a un sacco di cose per avere i mezzi per esprimermi al meglio. Gente come Cor Veleno suona in maniera bestiale dal 1994, Ghemon è un altro che cura tantissimo tutto quello che fa, Hyst è bravissimo anche se sottovalutato, secondo me dovrebbe essere uno degli artisti italiani di punta, vista la sua completezza. Diciamo che a un livello di notorietà più alto, secondo me ci si lega troppo al business, e si sacrifica la quantità in nome della qualità e dei tempi più ristretti.

Beh, ma rimanendo in ambito rap e citando uno dei nomi più conosciuti, secondo te un album come “Controcultura” di Fabri Fibra non rientra nella categoria “musica fatta bene”?
Fibra è una persona che stimo moltissimo, soprattutto per il lavoro che ha saputo portare avanti negli anni. È riuscito a veicolare il suo messaggio personale, ed è uno di quelli che curano molto il suono, e a quel che mi dicono è un vero “maniaco” della qualità. Sicuramente la sua è musica fatta bene. Ma quando sento “artisti” vantarsi di aver chiuso album di diciotto o venti tracce in un mese, c'è qualcosa che non mi torna: o hai dei superpoteri, o hai fatto un album che fa schifo.

Per “Ghiaccio e Magma” si parla invece di una lavorazione durata sette mesi se non sbaglio...
Esatto, gran parte del lavoro è stato dedicato alla cura e alla ricerca del suono, pretendevo che il disco suonasse in un determinato modo, che non assomigliasse a una semplice raccolta di pezzi messi insieme alla rinfusa. E poi c'è stato il tempo di scrittura, di revisione. La gestazione è stata molto lunga, ma il risultato mi dà molte soddisfazioni, non cambierei nulla di questo album, fotografa alla perfezione un periodo della mia vita.

Parlavi prima dei Retrohandz, e della continua ricerca di suoni nuovi. Cosa che si sente molto nei tuoi lavori, ma allo stesso tempo si nota anche un forte legame con una certa attitudine hip hop vecchia scuola.
Certo, l'innovazione parte da quello, mischiando il mio rap – pesante e vecchio stampo – con suoni particolarmente freschi. Il cardine del processo è “40 Riots”: ho scritto delle metriche pesanti e i Retrohandz hanno voluto arricchire il pezzo con sonorità elettroniche. Ci piace provare cose nuove, ragionare al di fuori dei cliché e degli schemi prestabiliti, sentirci liberi dal punto di vista artistico, cosa che abbiamo voluto chiarire sin da subito anche con l'etichetta. Quello che facciamo deve soddisfare prima di tutto noi, personalmente sono uno che ci pensa bene prima di metterci la faccia, e quindi devo esser sicuro di poter camminare sulla mia strada, senza limiti. Le ispirazioni arrivano da ogni dove, e siamo sempre pronti ad accoglierle. In questo periodo ad esempio siamo in fotta per il reggae, e stavamo pensando di fare qualcosa sul genere. Ad aprile uscirà il nostro nuovo album e sarà qualcosa di completamente nuovo e diverso rispetto a quello che abbiamo fatto sentire finora. Si tratta di reazioni istantanee, quello che ci piace al momento lo facciamo senza preoccuparci di chi lo ha fatto prima e chi lo farà dopo.

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