Onemic - Il rap: Ieri, oggi, domani, 13-11-2011 Intervista

13/11/2011 di

Dicono che loro il rap l'hanno imparato facendo free-style in macchina, nelle lunghe traferte tra una serata e l'altra. Chilometri su chilometri. Ora è tutto più facile: ai quindicenni bastano i social network, e non vuol dire che questo tipo di comodità sia per forza negativa, precisano. E' solo diverso. E il loro parere conta. Ensi, Raige e Rayden: tre fra gli Mc più forti del momento riuniti di fronte a un unico microfono, Onemic appunto. Con due album collettivi e svariati lavori solisti paralleli, il trio torinese rappresenta oggi una delle realtà più solide di quella città da sempre bandiera della scena musicale underground. E il bello è che di categorie come "underground" o "commerciale", loro, se ne fregano altamente. Di Enrico Piazza.



Partiamo da Torino, la vostra città ma anche un punto geografico storicamente importante per la scena hip hop italiana.
Ensi: Come Onemic Abbiamo iniziato a muovere i primi passi a Torino intorno al 2003 – 2004, anche se mio fratello Raige e Rayden erano in giro da un po' e avevano già all'attivo dei demo.
Raige: Sì che poi in realtà noi siamo cresciuti un po' lontano da zone come il Teatro Regio, storicamente considerate il fulcro della scena torinese. Un po' perché venivamo dalla periferia, e poi perché eravamo lontani come mentalità, abbiamo preferito stare a testa bassa e lavorare piuttosto che vivere della rendita di quello che poteva essere un punto geografico storico per l'hip hop senza poi concretizzare nulla nel tempo anche solo in termini di realizzazione di qualche prodotto.

In che senso? Se si parla di Torino, si parla di realtà forti, che qualcosa hanno concretizzato...
R: Assolutamente sì, forse manca un preambolo... quando noi siamo arrivati al Regio, questo non ospitava più i personaggi storici come Dj Gruff o Next One, per cui il luogo aveva un po' perso lo smalto storico, anche solamente come punto di ritrovo e aggregazione. Le prime volte che ci passavo da ragazzino era pieno, nel 2004 il pubblico era molto calato, adesso non ci trovi più nessuno. Il Regio e la Torino dei dei tempi d'oro li conosciamo più che altro dai racconti di amici più grandi, come Principe o Zuli, che hanno vissuto quei tempi.
E: Esatto, e questa non deve suonare come una critica. È che siamo nati in un'epoca un po' sfigata, in cui una città così stimolante - anche dal punto di vista artistico – aveva perso una parte della sua forza. Noi siamo cresciuti un po' fuori da Torino inteso come quel centro nevralgico per l'hip hop italiano. Poi è ovvio che siamo comunque stati fortemente influenzati da gruppi come Next Diffusion, che omaggiamo e citiamo anche nei nostri pezzi; è che non abbiamo avuto occasione di sviluppare i rapporti umani nei luoghi storici, quando questi erano dei centri importanti per la cultura. Anche per una questione anagrafica, siamo artisticamente nati in un periodo un po' buio, per Torino e in generale per l'Italia, ma comunque siamo riusciti per vie traverse a costruire ottimi rapporti con tutta la scena.

Dal periodo di buio siete però arrivati a oggi, dove si respira un'aria da "nuova Golden Age" del rap.
E: Quello che vedo nei quindicenni di oggi, ragazzi che hanno la stessa età che avevo io quando mi son fatto travolgere da questa cosa del rap, è un'enorme facilità nel reperire il materiale. Questo li porta a essere molto più informati e ad avere molta più scelta nell'ascolto. Per noi è stato diverso, Internet dieci anni fa – o anche meno - non era un mezzo così diffuso. Ai tempi della scuola eravamo solamente due o tre in classe ad ascoltare il rap, oggi invece tutti hanno nel lettore pezzi di hip hop italiano insieme a rap US e pop. Viviamo una nuova Golden Age da quando il rap è stato sdoganato grazie a colleghi che hanno fatto lavori importanti per il rap italiano: penso che i vari Fabri Fibra o Club Dogo, che hanno portato il rap a un pubblico più vasto, meritino un riconoscimento, perché grazie a loro e alla diffusione capillare della musica attraverso i nuovi media, i giovani d'oggi possono arrivare a conoscere anche le realtà più underground.
R: Di sicuro adesso è tutto più immediato grazie ai Social Network. Noi all'epoca avevamo al massimo una rubrica su Aelle (storica rivista hip hop italiana, NdR) in cui ci si scambiava i contatti per conoscersi e incontrarsi. Adesso è tutto più veloce ed efficace.

Ma voi più che tramite i Social Network vi siete fatti conoscere per la vostra forza nei live.
E: Certo, ma perché noi abbiamo esordito in un periodo di transizione. Trovi gente che emerge perché mette semplicemente un mixtape in free download, raccoglie un pubblico e si crea un personaggio. Oggi questo può essere sufficiente. La nostra attitudine era più quella dei classici infottati, che nei fine settimana cercavano le serate migliori in giro per la Penisola e macinavano un sacco di km per arrivarci. C'era quindi uno sbattimento fisico. Poi noi ci siamo fatti largo più che altro con le gare di freestyle, eravamo dei cani da sfida e cercavamo più occasioni possibili per confrontarci.
R: Ci facevamo anche 600 km in macchina per partecipare a una gara di freestyle, per noi il bello era quello: partire infottati da Torino, allenandoci durante il viaggio, per arrivare pronti all'evento.
E: Sì, adesso è tutto più comodo. Non lo dico con vena negativa, anzi: beato chi può evitarsi certi sbattimenti. Ma sicuramente è un approccio diverso.

Vi chiamate Onemic ma siete in tre, tutti con una personalità forte e carriere soliste attive. Anzi, forse avete fatto più cose da soli che in gruppo.
R: Ci piaceva appunto l'idea di riunire tre personalità forti e differenti sotto un unico microfono: un solo nome, una sola voce e una sola faccia con cui presentarsi al pubblico. Ed è difficile, perché per ognuno di noi vuol dire abbandonare le ambizioni da "prima donna" in virtù del bene comune. All'inizio era più facile, dato che l'esordio serio è stato come gruppo. Ma dopo il primo album abbiamo tutti intrapreso carriere soliste, e ritrovarci a scrivere "Commerciale", a sei anni di distanza dal primo album, è stato abbastanza duro, dato che ognuno era già formato per conto proprio ed era conosciuto dal pubblico per il suo stile personale. Abbiamo cercato di riunire nuovamente il meglio di tre personalità differenti di fronte a un solo microfono.

Ma quindi avevate anche paura che "Commerciale" fosse meno apprezzato rispetto ai lavori solisti?
R: Decisamente sì, dato che come solisti, anche in termini di numeri, partivamo da basi solide e ognuno di noi aveva un proprio pubblico. Per cui l'aspettativa, nel momento in cui ci siamo riuniti come Onemic, era parecchio alta, e da lì la paura di non riuscire a dare di più rispetto a quanto già facevamo come singoli. In realtà, a distanza di qualche mese dall'uscita dell'album, possiamo dirci molto soddisfatti sia in termini di vendite – e oggi non è una cosa così scontata – che di live. Detto questo rimaniamo a testa bassa e continuiamo a lavorare per dare al pubblico quel qualcosa in più.

E che magari porti voi a diventare davvero "commerciali".
[Ridono, Ndr] R: "Commerciale" è una provocazione. Si tratta di una brutta parola in qualsiasi ambito musicale, e nell'hip hop in particolare ha un peso negativo fortissimo. Abbiamo voluto aggirare il concetto, del tipo "Che è commerciale ve lo diciamo noi, voi trovate qualcos'altro da dire". Poi ovviamente commerciale non lo è, anche perché cosa vuol dire davvero commerciale?
E: La nostra idea era quella di dare un termine all'eterna lotta fra quello che è underground e quello che è commerciale. Secondo noi la divisione è fra le cose fatte bene e quelle fatte male, indipendentemente dalla diffusione. Parlare oggi di rap underground o commerciale, per valutare la qualità di un prodotto, non ha senso. Esistono progetti che restano underground dal punto di vista della diffusione, eppure sono stupendi. E magari ci sono porcherie ascoltate ovunque.

R: Prendi uno come Fibra: fa sold out ovunque, e vince dischi di platino con un album come "Controcultura", che a ben guardare è tutto fuorché commerciale. Noi siamo stati sempre inquadrati come una realtà underground, per cui abbiamo deciso di prenderci in qualche modo la responsabilità di spiegare, soprattutto ai più giovani, che il rap o lo fai bene o lo fai male. "Commerciale" e "Underground" non esistono più.

E qui torniamo anche a Torino, che storicamente è un po' la città simbolo della musica alternativa – o underground appunto – non solo per quanto riguarda l'hip hop.
R: Certo, parlando di Torino si parla necessariamente di realtà come Africa Unite o Subsonica, gruppi esplosi facendo musica alternativa. Loro sono l'esempio lampante di come il valore artistico di un prodotto possa valere di più rispetto al target – mainstream o meno - a cui si rivolge. Qua si parla di comunicazione, e se riesci a estenderla a un largo numero di persone con le tue forze significa che hai qualcosa in più, o comunque esprimi un messaggio in maniera più chiara rispetto ad altri.
E: Che poi noi siamo sempre stati anche ascoltatori atipici: io sono cresciuto con riferimenti come Kaos o Sacre Scuole, che mi hanno formato a livello tecnico, così come i grandi di Torino come Maury B e altre figure appartenenti in qualche modo alla scena hip hop underground. Ma non abbiamo mai negato di aver apprezzato parecchio anche gruppi come i Sottotono, e in generale le sonorità più morbide. Pensa che "Sotto Effetto Stono" lo abbiamo comprato due volte perché lo abbiamo letteralmente consumato. Siamo sempre stati un po' a metà, nel senso che apprezziamo ciò che è fatto bene, non quello che può essere categorizzato in una certa maniera. E questa è un po' la nostra forza.

In questi giorni è uscito il nuovo EP "Cane di Paglia".
E: "Cane di Paglia" è un lavoro nato in maniera abbastanza naturale, avevamo già raccolto delle idee mentre chiudevamo la scaletta di "Commerciale". Avevamo dei pezzi in cantiere e un po' di strumentali che volevamo assolutamente utilizzare. A questo aggiungi che essere presenti con costanza, oggi, è fondamentale, e quindi lo abbiamo confezionato a una distanza abbastanza ridotta dall'uscita dell'album. È una specie di aggiornamento. Ci sono due remix di "Cane di Paglia" e "Luna Park" prodotti da Fish, una strumentale di Big Joe e una di Rayden. Sono pezzi che sentivamo diversi, come sonorità e tematiche, rispetto a quelli del disco vero e proprio, e quindi abbiamo deciso di creare una "espansione" di commerciale, per chiudere il cerchio. Non a caso, oltre alla versione in download digitale già disponibile, "Cane di Paglia" sarà contenuto nel Repack di "Commerciale" in uscita il 22 novembre.

E per il futuro cosa bisogna aspettarsi da Onemic?
E: Al momento siamo ancora impegnati nel tour, le date continuano ad arrivare e stiamo toccando le principali città d'Italia, da Nord a Sud. Ovviamente da ora nei live presenteremo anche "Cane di Paglia". Inoltre Raige ha da poco annunciato al mondo intero – tramite la sua pagina Facebook – che sta lavorando al suo nuovo album solista. Chiaro che io e Rayden non staremo a guardare Raige che fa un disco per conto suo, e ci metteremo al lavoro su cose nostre. Ci sarà quindi di sicuro un nuovo periodo di scissione, ma contemporaneamente stiamo anche pensando a un altro lavoro di gruppo, e non dovranno passare sei anni per vedere il prossimo album di Onemic. Io poi sto lavorando a una serie di video dedicati al freestyle, un appuntamento imperdibile per gli appassionati del genere e un esperimento ancora inedito almeno in Italia. Il titolo non te lo posso dire, ma fra breve sarà online.

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