Modena City Ramblers - Rende (CS), 08-04-2004 Intervista

04/06/2004 di Eliseno Sposato

Da più di un decennio sulla scena, i Modena City Ramblers sono tornati con “Viva la vida, muera la muerte”, un album che rappresenta molto bene il livello di maturità raggiunto dal gruppo emiliano a questo punto della carriera. Abbiamo incontrato Massimo Ghiacci, per approfondire alcuni argomenti trattati nel nuovo disco, e - come sempre - si tratta di un pretesto anche per parlare d’altro.



Le canzoni di “Viva la vida, muera la muerte” appaiono, nel complesso, più compiute che in precedenza. Concordi con questa mia impressione?
Secondo noi questo è un album più maturo rispetto ai precedenti, nel senso che è stato più ponderato dalla prima all’ultima nota, così come dalla prima all’ultima parola. Ci siamo impegnati in un grosso lavoro in fase di produzione e di arrangiamento dei brani ripensati più volte nella fase di pre-produzione. C’è stato un gran lavoro da parte di Max Casacci, da noi scelto come produttore, sia dal punto di vista tecnico, sia nel farci da sprone per portarci a migliorare ogni singola canzone, liberandole da ogni orpello o sovrastruttura, per riportarle alla loro essenza.

Credo che la tua impressione sia dovuta al fatto che tutto il disco è stato deciso a tavolino, in fase progettuale, per questa nostra intenzione di lavorare di cesello - al contrario di come avvenuto in precedenza, per esempio con l’album “Radio rebelde” che è un disco ‘situazionista’, nel senso che è legato al momento in cui le canzoni sono nate. In quel caso abbiamo inserito ogni idea in sovrapposizione senza preoccuparci degli equilibri, ricreando il clima di patchanka alla Mano Negra, ancor prima che Manu Chao esplodesse. Sono scelte artistiche diverse che noi sentiamo nostre in tutti i casi, e rappresentano il nostro percorso artistico.

La scelta di un collega come Max Casacci dei Subsonica, è stata dettata anche dal suo essere stato capace di arrivare al grande pubblico? Detta brutalmente: avete pianificato anche un assalto alle classifiche?
Non è mai stata una nostra idea quella di arrivare al grande successo commerciale, e non abbiamo scelto Max Casacci per questo scopo. Come sai in tanti anni che siamo sulla scena, non ci siamo mai fatti adescare dalle sirene del business, né lo faremo adesso: crediamo fermamente nel nostro progetto, soprattutto per il rapporto che si è creato con il nostro pubblico, quello che definiamo la ‘Grande Famiglia’. Non vogliamo vederci - e vedere chi segue la nostra musica - con il classico rapporto tra chi fa il rock e chi lo subisce; il nostro invece è un rapporto paritario, ed è l’inestimabile ricchezza che - un po’ per incoscienza e un po’ per fortuna, ma anche per seguire il criterio che sta alla base della fondazione del gruppo - non ci rende interessati a cercare qualcosa per sfondare. Anche perché oggi non si comprende cosa sfondare: se guardiamo al mercato discografico italiano è talmente in crisi che non esistono formule per capire cosa possa piacere e cosa vendere! Men che meno noi l’abbiamo mai capito e del resto non ci interessa. E’ chiaro che se un domani un nostro brano arrivasse al numero 1 delle classifiche di vendita non ci dispereremmo, ma non è questo il nostro primo intento. Max è stato scelto per proseguire in questa nostra nuova fase di apertura alle collaborazioni esterne, partita con la collaborazione di Renzo Rizzo che ha prodotto “Radio rebelde”. Al di là del successo meritato ottenuto con il suo gruppo, Casacci è da molti anni che opera nel settore della musica indipendente, è stato testimone attivo di questo ultimo decennio, e per noi si è rivelata la persona giusta per convogliare le idee che un gruppo numeroso come il nostro propone in fase di pre-produzione. Le sue idee sulla nostra musica hanno inciso in maniera determinante, facendo sì che ne beneficiassero tutte le canzoni.

Le canzoni dei Modena sono importanti per quello che dicono. Quanto è importante, in tempi bui come quelli che viviamo, che ci sia un gruppo come il vostro che inviti il pubblico a stare all’erta, ad essere protagonisti del proprio tempo?
Avere degli argomenti con cui riflettere insieme al nostro pubblico è - per noi - fondamentale. Vorremmo che nel panorama musicale italiano ci fossero, pur con le dovute differenze artistiche, più gruppi capaci di fare altrettanto. Per noi la musica non deve essere solo semplice intrattenimento - anche perché, senza nulla togliere alle altre espressioni artistiche, non ce ne un’altra capace di arrivare dritta al cuore e al cervello dell’uomo, in maniera così diretta ed immediata. E tutto questo può avvenire anche in maniera leggera: si può scherzare, ballare ed allo stesso tempo riflettere. In “Viva la vida, muera la muerte” c’è una comunione di argomenti con i precedenti dischi , come per “Radio rebelde”, c’è una grande attenzione a tutto ciò che ci circonda.

Rispetto al disco precedente è tutto più mediato, non ci sono riferimenti specifici ad episodi particolari come in brani quali “La legge giusta” o “Terra del fuoco”. Però i tempi bui - come tu li hai giustamente definiti - ricorrono praticamente in tutti i brani; crediamo infatti siano tempi dove regna tanta confusione: a livello mediatico; di idee, di sollecitazioni che arrivano dal sud e dal nord del mondo. Questa confusione - o meglio: complessità di eventi, situazioni, sommovimenti sociali ed economici - merita concentrazione, molta attenzione. Bisogna cercare di riflettere, andare oltre il partito preso, partire dal proprio cervello e crearsi un’opinione.

E quanto sia difficile riuscirci, abbiamo cercato di spiegarlo in una canzone come “Altri mondi” che nella sua genesi, è la canzone del dubbio, di tutte le nostre domande che non trovano una risposta. In questi casi, usando una metafora usata nello sport, bisognerebbe cercare di buttare il cuore oltre l’ostacolo, fare un investimento nei confronti della comunità che ci circonda, per credere e sperare che questo mondo possa cambiare anche attraverso i piccoli atti concreti che ognuno di noi ha il dovere di compiere.

Un atto concreto è continuare a parlare del pericolo della mafia, ricordare ‘eroi’ come Peppino Impastato, come avete fatto nella canzone “I 100 passi”.
Abbiamo avuto la fortuna di nascere, crescere e vivere in una Regione lontana - almeno secondo lo stereotipo, perché la mafia è ovunque - dalla Sicilia di Peppino Impastato. Potremmo rischiare di essere retorici, in modo vuoto, di parlare di una situazione che non conosciamo direttamente. Nella “Banda dal sogno interrotto” abbiamo parlato di gente che conosciamo direttamente e che ogni giorno fa la lotta alla mafia, mentre nei “100 passi” abbiamo messo in musica la storia di questa persona che ha vissuto fino in fondo la propria testimonianza. E’ curioso il fatto che la storia sia nata dal film di Marco Tullio Giordana, che ha voluto omaggiare in maniera profonda l’esperienza di vita di Peppino Impastato; una storia esemplare di cui l’Italia ha bisogno, per crescere, migliorare, vincere tante battaglie. Questo è il motivo per cui una canzone come questa entri di diritto in un album che sin dal titolo parla di sconfiggere la morte.

C’è un revisionismo in atto che tende a mistificare una parte della nostra storia e canzoni come “I 100 passi” (o la “Cento giorni a Palermo” incisa dai Gang molti anni fa), possono rappresentare un filo conduttore di un modo di fare musica in Italia, che sia memoria della nostra storia che si tende a mettere da parte. Qual è, secondo te, il ruolo di un musicista che parla a dei giovani che all’epoca di quei fatti magari non era ancora nato, e rischia di non conoscere pezzi importanti della nostra storia recente?
Questo tipo di canzoni, che potremmo ascrivere ad una sorta di immaginario dal titolo “Storie d’Italia” per tributare un grande merito ed un omaggio ai Gang (è il titolo di uno degli album del gruppo marchigiano, ndi) che per primi, con quello splendido disco, tracciarono un nuovo-antico approccio di fare musica in Italia. Un approccio molto folk nella sostanza, che è quella di riconsiderare il veicolo rock in chiave folk come vettore di storie, ma anche memoria di cose che molti cercano di fermare e mandare all’oblio.

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