Kiave - Rende (Cs), 14-02-2008 Intervista

05/03/2008 di

(Kiave - Foto da internet)

Dopo tanti demo, singoli e Ep finalmente è uscito il disco di Kiave. "7 respiri" è stato pubblicato dalla calabrese Mk Records e ci presenta il rapper cosentino - ora trasferitosi a Roma - in ottima forma. Ester Apa l'ha intervistato in occasione di una data al B-Side di Rende.



La folgorazione con “SXM” dei Sangue Misto, un incontro con Dj Lugi e da lì a poco Mirko Filice diventa Kiave. Era il 1996. Dopo una miriade di collaborazioni, esce finalmente l’album “7 Respiri”. Quanto lungo e complesso è stato questo percorso?
E’ stato faticoso mantenersi nel frattempo, cercare di arrivare a fine mese e ancor di più rimanere con il passare degli anni coerente con me stesso. Ero adolescente quando mi sono innamorato dell’hip hop e quasi parallelamente ho avuto la fortuna di poter suonare in giro per l’Italia insieme a Turi. In quegli anni, non essendo io il primo protagonista, ho guardato con occhio esterno e privilegiato quello che mi stava intorno. Ho avuto tante occasioni che mi sono passate fra le mani, seduzioni che mi avrebbero portato a rinunciare all’aspetto principale che muove la mia musica, l’urgenza comunicativa, ma ho proferito non coglierle. Il disco è uscito dopo un po’ di anni, per un’etichetta indipendente della mia città, non potevo chiedere di meglio.

Nel corso di questi anni ti sei fatto strada nell'underground anche grazie a battle di freestyle di respiro nazionale, come il “2the Beat”, cosa pensi di questo tipo di manifestazioni?
Il “2the Beat” è stato il mio primo contest e ho avuto la fortuna di vincerlo. Anche se in questi anni ho sempre preferito dedicarmi ad un altro aspetto del freestyle ovvero all’intrattenimento, quella è stata una bellissima esperienza che ho ripetuto anche in seguito, arrivando terzo dopo mostri sacri del genere, ovvero Ensi e Clementino. Negli anni poi questa manifestazione non ha avuto seguito perché non c’era un ricambio nei partecipanti. Gli organizzatori sarebbero stati costretti a chiamare sempre gli stessi nomi e hanno deciso dignitosamente di mettere fine al contest. Ho partecipato poi come giudice al “Tecniche Perfette”: anche quello era un concorso di buon livello. Negli ultimi tempi è cambiato qualcosa. Quest’anno al “Tecniche Perfette” ad esempio ha vinto un ragazzo, Emilietto, veramente in gamba, ma era purtroppo una mosca bianca fra i vari partecipanti. Non ci si impegna più come prima. Quando io sono arrivato a questi contest avevo già un mio stile, una mia tecnica, demo registrati, studio della metrica. Ora i ragazzi rappano tutti allo stesso modo, pensano a fare la rima che abbia presa facile ma nessuna ricerca del contenuto. A me non è mai interessato arrivare a una major o a passare da Mtv per un anno e finire poi come carta straccia, chi invece si propone ora in questa scena spesso si muove in questa direzione e la qualità della musica ne risente. In queste persone non c’è nessuna cultura dell’hip hop, anzi.

Partiamo dal titolo dell’album: “7 respiri”, esattamente il tempo che secondo gli antichi bisognava aspettare per prendere una decisione importante. Da dove vieni fuori?
Da una frase presa dall’Hagakure, un testo orientale che contiene gli insegnamenti dell’arte del guerriero: “Prendi una decisione prima che siano passati sette respiri”. Avevo visto un film “Ghost dog” perché la colonna sonora era di RZA e lì c’erano dei riferimenti a questo libro. Il film l’ho trovato incredibile, aggiungici che da sempre ho avuto una passione per la filosofia orientale ed ecco che esce fuori il titolo. Ho iniziato a leggere l’Hagakure appena mi sono trasferito a Roma. Ero spaesato, non si suonava tanto, non era un gran periodo insomma e ho trovato in questo testo parecchio sollievo.

Una delle protagoniste di questo lavoro è la tua città, le sue contraddizioni ma anche le sue bellezze. In alcuni testi è presente il dialetto calabrese, sulla copertina del disco un lupo ulula (simbolo della città cosentina) il tuo nome. Che rapporto ti lega a Cosenza?
Fino a tre anni fa quando ancora ci abitavo non mi ero mai reso conto di quanto l’amassi, ma in fondo credo che questo sia un sentimento comune nei confronti della propria città d’origine. Nell’album ci sono due pezzi interamente dedicati a Cosenza: "Cs3" e "Cs4" che seguono un primo pezzo del 2001 in cui parlo di lei e un secondo contenuto nell’ep del 2005. Il mio sogno è quello di farne dodici di tracce e ultimare così un album a lei dedicato. Sono intimamente legato a Cosenza e l’ho capito soprattutto negli ultimi anni. Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia di sinistra, nella mia vita in Calabria avevo soltanto sentito parlare degli skin e visti uno o due. Quando me ne sono andato via, l’unica cosa accessibile per le mie finanze l’ho trovata in un appartamento di fronte ad una sede di Forza Nuova a Roma. Sono stato catapultato in un posto completamente differente rispetto alla mia ideologia, quella della mia famiglia e quella della mia città e in questo frangente mi sono reso conto del legame viscerale che mi univa a lei. E’ una città in cui non manca nulla, le devo tutto. Ha una grandissima scena musicale e oggi che sto a Roma posso dirti che il fermento musicale della capitale è molto più fiacco di quello calabrese. La dispersività che c’è a Roma ti logora la mente. Detto questo l’idea è quella di potenziarsi un altro po’ e di tornare lì.

Per molti anni l’hip hop italiano è stato considerato una brutta copia, un fratello sfigato di quello americano. Pensi che sia ancora così?
Dire che l’hip hop ha un’identità completamente italiana è un’ipocrisia. L’abbiamo imparato dall’America, da quello che ci è arrivato dai media. Nello stesso tempo però credo che oggi non si scimmiotti più nessuno. L’hip hop in Italia ha capito qual è la sua spina dorsale, le sue radici,è andato avanti, si è sviluppato e si è evoluto sulla nostra cultura. Noi a differenza degli americani ci abbiamo messo dentro il sorriso. E’ questa è una cosa di cui si è fatto portavoce l’hip hop italiano degli anni ‘80. Penso ad esempio a persone come Dj Lugi che viene fuori da un quartiere cosentino problematico e poteva fare quello che in America chiamano il gangsta rap e invece ha fatto riflettere, ha denunciato ma ha fatto anche divertire. Non si va a dire in giro che spacci perché sei ridicolo, così come lo è l’emulazione verso la musica al di là dell’Oceano. Si capisce lo spirito originario e poi lo contamini con le tue caratterizzazioni, il tuo dialetto, lo trasformi e ti trasformi.

L’invito all’azione è un tema che percorre quasi tutti i brani. “Rivoluzione e potenza” si avranno per Kiave soltanto facendo proprie parole come autogestione, autodisciplina ma anche autocommiserazione.
Io credo che il cambiamento collettivo sia possibile solo dal lavoro che ognuno di noi fa su sé stesso. Non mi piace chi si piange addosso. L’autocommiserazione è un sentimento che ti rende finito ancor prima di iniziare, è un male da debellare. L’autodisciplina invece aumenta l’autostima, è fondamentale. Io faccio il rapper, non ho nessuno che mi dica cosa fare e non voglio che questo mai avvenga sia nella mia vita professionale che in quella personale, ma per non avere padroni di alcun genere è fondamentale l’autogestione consapevole della propria persona. E’ un percorso lungo ma possibile. Ogni viaggio inizia con un passo e poi l’altro viene automaticamente, questo è l’impegno che ci spetta. Bisogna aprire gli occhi perché quello che cerchi molto spesso ce l’hai di fronte.“Morireste di sete anche annegando in acque dolci”, dico in un pezzo dell’album che si chiama “Imparo”: se sei tu causa del tuo male, non ha senso prendersela con gli altri.

Kiave non punta il dito contro nessuno. Nei tuoi testi ci sono delle forti denuncie ma non ti senti un perseguitato della provincia. Se c’è un nemico da dover combattere, mi sembra che questo sia da te individuato “nella poca sete di sapere”.
In Italia la gente non sa più cosa scrivere. Per me è semplice. Grazie a Dio non vuole uccidermi nessuno, non sono stato in galera, non spaccio. Ho un’ideologia politica a cui non rinuncerei mai ma quello che mi spinge a fare hip hop è, come mi ha insegnato Kaos, la sete di conoscenza. Credo che più cose riesci a sapere e meno te la buttano nel culo. E’ l’unico modo che hai per non diventare un personaggio, finire spolpato e buttato nel cestino. Non conoscere per un secondo fine, ma per il gusto di farlo. Tanti miei colleghi che hanno sedicenni che si strappano i capelli quando cantano e salgono sui palchi della Tim credono di essere arrivati. Io per il momento guardo a persone come mio nonno, alla dignità di chi aveva una grandissima conoscenza magari non accademica ma che ti rendeva una persona dignitosa, un punto di riferimento. E’ per questo motivo che non ho ancora rinunciato all’Università. Perché credo che la cultura quando funzioni possa rendere migliore te e quello che ti sta intorno.

Dopo anni di creazioni sotterranee l’hip hop in Italia si è guadagnato la ribalta mediatica. Credi che quest’età dell’oro sia il giusto premio alla qualità che c’è in giro e soprattutto che l’attenzione del mainstream sia rivolta agli artisti giusti?
Nè l’uno nell’altro. Guarda io leggo tante biografie di musicisti. In quella di James Brown, che è una delle cose più belle che abbia mai letto, lui ricorda come un tempo un disco fosse il risultato di un dilemma interno, di una frustrazione, di un grande dolore, di una grande gioia, di un’ispirazione che ti mozzava il respiro. Veniva dall’interno e poi si riversava all’esterno. Spingeva nella pancia e poi fuori guidava la mano sul pentagramma. Ora a molti artisti non interessa evolversi, pensano all’esterno e in questo caso al contratto, all’etichetta. Non ci sono molte ispirazioni per chi è alla ribalta, ma dischi fasulli scritti perché commissionati. Le cose belle da sentire, sono quelle che a distanza di dieci anni non hai capito fino in fondo; penso a Deda, a Kaos. Il mainstream è pieno di dischi fatti per scontrino. Non sento il sangue, non sento la musica che pulsa. Bisogna avere il coraggio di mantenersi indipendenti. L’indipendente ti dice fin dall’inizio che le cifre sono così basse che bisogna mantenersi con altri mestieri e tu sei sereno, scrivi quando sei ispirato perché non ti puoi permettere di pubblicare merda.

Cosa pensi invece del panorama rap italiano indipendente: società segreta rivolta a pochi o apertura reale?
In Italia credo che le etichette indipendenti perlopiù siano ancora tali. Io ti posso parlare della mia esperienza personale che prima della Mk era stata con Vibra Records e devo dire che non ho avuto nessun tipo di problemi. Non ho avuto alcuna pressione artistica. Certo ora che ho la possibilità di parlare di business e soldi in dialetto cosentino, con i miei amici e produttori, posso dire che è fantastico, perché ti rendi conto che il meccanismo che potrebbe divorarti può diventare uno sfottò.

Nel pezzo che apre l’album "Cs3 (Come sdebitarmi)" concludi dicendo che una delle cose che ti proponi è “Trasformare la passione in professione”. Il limite musicale di Cosenza è condensato in questa testimonianza. Riesci ora che ti sei trasferito a Roma a non destreggiarti fra mille lavoretti per arrivare a fine mese?
Per come sono messe oggi le cose, a parte la centralità del luogo che ti può offrire una città come Roma, credo che per me sarebbe più facile vivere con la musica a Cosenza che non a Roma, perchè l’affitto costa un terzo. Ci sono tante leggende legate alle grandi città, ma basta toccarle con mano ed aprire un pò gli occhi per rendersi conto che non sono vere. Poi dipende da quello che vuoi tu. Se tu ti vuoi fare la macchina, pippare coca ogni sera, vivere la vita da locale in, hai sbagliato mestiere a Cosenza come a Roma. Io per come vivo adesso, la mattina mi sveglio e sono convinto di stare a Cosenza. Nella capitale mi sento un po’ in esilio. Una cosa che mi ha offerto in più Roma sono state le infrastrutture, gli studi di registrazione, ma stanno crescendo anche nel Sud. Internet sta valicando i confini. Nel ‘95 vedere un campionatore vero a Cosenza era un miracolo. Ora su Ebay li hai a portata di mano. Le barriere si stanno sgretolando finalmente. Manca poco, dipende tanto dalla mentalità. È un po’ un difetto culturale ma Cosenza da qui a breve non avrà nulla da invidiare nemmeno a Roma. Anche lì comunque faccio dei lavoretti. Non ho la macchina a 27 anni, viaggio con i mezzi. Però ho solo me sulle spalle e va bene. E poi se uno vivesse solo di musica che scriverebbe? Meglio un lavoretto concreto. Io per esempio ora sto lavorando in un supermercato di notte, dove faccio l’inventario. Lì trovo ispirazione, imparo tanto. Anche i libri ti ispirano ma la gente, la vita pratica è meglio.

Che cosa ti auguri per l’imminente futuro?
Continuare a suonare, senza strafare. Tra lavoretti vari e le date live arrivo a fine mese. Io non ho niente di mio, voglio avere poco perché meno pensieri hai più ti dedichi a cose importanti. In “Fight club” si diceva che le cose che possiedi finiscono per possederti. Io non ho quasi nulla di prezioso, solo un impiantino e un computer che mi permettono di fare quello che devo fare e stop. Spero solo di trovare sempre qualcosa da dire nei pezzi, di continuare così. E che la mia città si renda conto che qui c’è l’hip hop. I talenti che ho visto qui, il volersi divertire non lo vedo da nessuna parte. Spero di fungere da Kiave per aprire alcune porte, da ariete per sfondarle. Ma come si dice dalle mie parti “A’ gatta pressarola fari figli cicati” (La gatta che ha fretta di partorire fa i figli ciechi), per cui tempo al tempo.

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