Francesco Magnelli - Rende (CS), 16-09-2004 Intervista

28/09/2004 di Eliseno Sposato

Dopo la fuoriuscita dai PGR, Francesco Magnelli si concentra su nuovi progetti musicali. Dall’album di Ginevra Di Marco, in uscita nel mese di ottobre, a questa nuova esperienza live, che riunisce artisti diversi sotto il nome di Stazioni Lunari. Lo abbiamo incontrato pochi giorni prima del concerto tenuto a Rende (CS) lo scorso 21 settembre.



Partiamo da questo nuovo progetto che portate dal vivo in questo periodo. Che cos’è Stazioni Lunari?
Le Stazioni Lunari sono un punto d’attracco ed allo stesso tempo un punto di partenza, dove possono succedere delle cose che in genere non si verificano. Sono quattro stanze occupate da artisti diversi, che cambiano ad ogni data. Per l’appuntamento calabrese del Settembre Rendese saranno presenti Morgan, Max Gazzè, Peppe Servillo e Francesco Di Bella dei 24 Grana, che non si sono incontrati prima. Per questo possiamo dire che si tratta di un evento unico. Le stazioni sono dei punti dove ci si incontra e si crea insieme una commistione reale fra le musiche proposte da ciascuno. Tutti gli artisti coinvolti saranno sul palco dall’inizio del concerto sino alla fine, e non come capita nelle kermesse dove i musicisti salgono e scendono dallo stage dopo avere proposto i propri brani. Saremo un gruppo unico aperto alla collaborazione in ogni momento dello spettacolo.

Un Gruppo con tanti cantanti coordinati da Ginevra Di Marco.
Si, questo è il modo per riportare la canzone alla sua vera essenza. Oggi si tende ad arricchire troppo le canzoni, le si riempiono di orpelli che rischiano di soffocarle. Noi le abbiamo riportate quasi ad una versione intimista, essenziale, che metta in risalto le voci. Per questo scelgo artisti che arrivano da mondi musicali diversi, come possono essere Servillo e Di Bella, Morgan e Gazzè. Ginevra canterà una canzone con ognuno di loro, aprendo di volta in volta le stanze: nel momento in cui questo avviene, aprono al pubblico il mondo dell’artista.

Quale repertorio viene proposto in questo spettacolo? E la luna che attinenza ha con le canzoni?
Ciascuno può scegliere sia tra il proprio repertorio che da quello di altri artisti, scegliendo in particolare qualche canzone da dedicare alla luna. Non canzoni che parlino della luna o contengano questa parola nel testo, quanto piuttosto l’influenza che essa può esercitare sulle canzoni, rendendo queste ultime in maniera più intima. Morgan, ad esempio, ha scelto un brano di Bowie ed uno di Buscaglione, Max Gazzè ha rivolto la sua attenzione su di un brano dei Tuxedomoon che verrà cantato da Ginevra Di Marco, al quale aggiungerà un brano dei King Crimson. Di Bella ha scelto Nick Drake, mentre Servillo ha proposto Fossati e CCCP. A queste ciascuno aggiunge brani del proprio repertorio.

Un bignami della storia del rock che passa attraverso queste canzoni e queste voci.
E’ come se fosse una grande serenata, un recital dove le voci diventano le protagoniste. Sono molto contento, perché in questa data di Rende ho a disposizione quattro voci completamente diverse, a parte - naturalmente - di quella di Ginevra. Il segreto, o se vuoi il gioco, consiste proprio nel far vedere al pubblico il legame che esiste in realtà tra gli artisti. C’è molta più stima di quanto possa sembrare. Ma la cosa bella di queste Stazioni Lunari è constatare ogni volta quanto facciano bene, non solo al pubblico, ma ai musicisti che talvolta si “scoprono”, in queste occasioni. Questo è anche dovuto al fatto che, essendo eventi unici, non li si vive con lo stress da ripetitività che i tour promozionali impongono.

L’idea di questo spettacolo si sposa molto bene con la filosofia del festival che lo ospita in Calabria. Il Settembre Rendese da anni propone e soprattutto cerca questo modo nuovo di vedere la musica, e quanto questa riesca a fondersi travalicando i generi.
Lo stesso vale per me. Stazioni Lunari rappresenta la mia voglia di crescere, di stimolarmi con il confronto con altri musicisti che seguo e, non ti nascondo, mi piacciono anche molto. Vedere l’entusiasmo che li coglie quando partecipano allo spettacolo invoglia allargare sempre di più la cerchia: a Rende per esempio ci sarà Morgan, che è alla sua prima partecipazione. Tutti capiscono l’idea del progetto. Questo vuol dire che in qualche modo, oltre all’onestà ed alla voglia giusta per partecipare, loro riconoscono l’idea forte che sta a monte. Si sentono coinvolti in pieno.

La commistione di cui tu parli è fondamentale. Perché oggi siamo passati da un periodo in cui dalla fine degli anni novanta con l’affermazione di nuovi gruppi e solisti, che lavoravano molto su stessi, si è passati alle grandi kermesse dove ci sono magari dieci gruppi importanti che magari neanche si sfiorano, pur conoscendosi ed apprezzandosi, non riescono a mostrare al pubblico quando sono vicini artisticamente. La mia più grande soddisfazione, oltre al gradimento del pubblico ottenuto nelle precedenti occasioni, è proprio quella di vedere quanto sono contenti i musicisti che riesco di volta in volta a coinvolgere. Per esempio, a Torino, vedere alla fine del concerto Max Gazzè scambiarsi numero di telefono con Cristiano Godano dei Marlene Kuntz mi ha fatto un certo effetto, se pensiamo a quanto sono lontani i loro mondi musicali, mentre in realtà non è affatto così.

Questo vale anche per il pubblico che viene magari per il suo artista preferito e poi ne scopre degli altri, finendo per avvicinarsi ad altre realtà musicali.
Questa è una delle cose maggiormente positive di questo progetto: far scoprire al pubblico quanto il proprio artista preferito possa e sappia interagire con un altro artista di estrazione diversa. Ricordo la prima serata tenuta a Firenze due anni fa con Ginevra, Gianni Maroccolo, Finez della Bandabardò e le Farawalla (gruppo di danzatrici, n.d.i.), uniti a Paola Turci. La Turci poteva sembrare fuori luogo, mentre alla fine del concerto molti di quelli che mi hanno avvicinato, sottolineavano il fatto di quanto Paola era stata una rivelazione per loro. E’ chiaro che molto dipende anche dal suono che riusciamo a rendere omogeneo, pur affrontando canzoni così diverse, ma il loro sapersi integrare nel contesto fa si che possano essere apprezzati anche da un pubblico che non li conosce o che ha un’idea sbagliata del loro percorso artistico.

In genere il repertorio come viene scelto? Sei tu che lo proponi o lasci libera scelta agli altri artisti coinvolti?
Entrambe le cose. Si parte dalle mie proposte e poi si amplia con altro. Io tendo a scegliere le canzoni dell’artista coinvolto tra il loro repertorio, un po’ per fargli superare l’imbarazzo di doverlo fare lui, mentre per le cover il discorso è più libero e per me anche più stimolante. Così posso confrontarmi con brani che non avevo previsto. L’idea è questa. Noi siamo tre musicisti più Ginevra. L’idea è quella di lavorare sulla luna, sulla minimalità, sull’uso di pochi strumenti che vengono arricchiti dall’emozionalità che verrà creata dalle voci. E’ uno scambio senza pregiudiziali, molto semplice. Sono molto contento che il festival abbia scelto questo spettacolo.

In questo caso bisogna fare un plauso al direttore artistico Giampaolo Calabrese che lo ha fortemente voluto e che è riuscito anche a creare le condizioni per cui si è arrivati per l’occasione a questa formazione.
Allora non posso fare altro che ringraziarlo ancora una volta pubblicamente. Chi sceglie Stazioni Lunari sposa un’idea, una filosofia. Un modo di concepire la musica.

Tra l’altro questa edizione è dedicata a Domenico Modugno che la inaugurò quarant’anni orsono. Pensi sia possibile inserire in extremis qualcosa dedicato al grande Mimmo?
Allora devo assolutamente preparare, magari, un brano finale, in modo da associarci anche noi a questa dedica.

A questo punto è d’obbligo chiederti a che punto è il lavoro del nuovo disco di Ginevra Di Marco.
Siamo pronti per il missaggio che inizierà proprio il giorno dopo del concerto a Rende. Contiamo di completarlo ai primi di ottobre, per poi pubblicarlo proprio al massimo per i primi di novembre. Le ultime parti inserite sono state proprio quelle suonate da Gazzè al basso. Non smetterò mai di dire quanto sia bravo questo musicista, straordinario sotto tutti i punti di vista. Max possiede tutte insieme le qualità che sono richieste ai musicisti quando si tratta di collaborare: con lui si materializzano tutte le possibilità che ha l’artista di crescere piano piano nel tempo. In fondo questa è la nostra storia. Noi ci siamo imposti di crescere, di avere la curiosità, la voglia di andare avanti e fare cose nuove. Tutto questo deriva dallo stimolo che si ha per le cose nuove, e questo avviene solo quando si ha la voglia di confrontarsi con gli altri.

Anche se non te l’ho chiesto, questo vale come risposta alla domanda sulla vostra uscita dal progetto PGR.
Quella dei CSI/PGR è stat la mia storia artistica più importante. Ho composto tantissima musica per quello che è stato il mio vero gruppo. Come in tutte le storie importanti succede, come hai capito tu, bisogna prendere una boccata d’aria ogni tanto, altrimenti ci si rinchiude in se stessi, Così come hanno fatto di recente Maroccolo e Canali e come sta facendo Giovanni Lindo Ferretti, i progetti solisti liberano dai cliché disco/tournée/disco che ci vengono imposti dal nostro lavoro. Io capisco che molto spesso la strada dell’artista è un po’ diversa da quella del pubblico: non tutti riescono a capire come mai noi si abbia bisogno di stimoli nuovi, pur lavorando in un gruppo di successo. Le canzoni rappresentano sempre un momento della vita di chi le compone, ma non sono la sua vita, per cui si arriva ad un punto che non le si sente proprie. Di anno in anno cambia il modo di sentire la musica. A tal proposito voglio citare un episodio che riguarda Battiato, che disse ad una ragazza che gli segnalava “la Cura”, che ha un testo ben preciso sull’amore, come una delle sue migliori canzoni mai composte. Questa ragazza gli faceva notare come nel disco successivo Battiato avesse composto un brano con un testo antitetico a quello, chiedendogli le ragioni. Lui le rispose dicendogli che si trattava solo di canzoni e di tenerlo sempre presente, perché queste rappresentano solo un momento della vita e non la vita.

La musica resta comunque sia un linguaggio intimo sia un metodo di comunicazione.
Questo è vero. Bisogna comunque avere il coraggio di tentare nuove strade per non restare ingabbiati nel cliché del personaggio che alcune canzoni ci costruiscono addosso. Oggi io porto avanti questo progetto che mi rappresenta e non quello che mi rappresentava tre, quattro o cinque anni fa. Questo serve anche a legarti a quella parte di pubblico che capisce quello che tu sei ed è disposto a crescere con te. Io ho iniziato a suonare a vent’anni con i Litfiba, ho inciso “Desaparecido” a ventidue anni, credo che oggi sarebbe assurdo far credere al pubblico di essere rimasto quello di allora. Anche i miei gusti musicali sono cambiati nel tempo, io ho sentito il bisogno di cibarmi di musiche diverse per crescere per fortuna, altrimenti sarei rimasto fermo in quel punto.

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