Resistere agli urti della vita: i Mariposa intervistano Luca Carboni Intervista

19/11/2011 di Michele Orvieti

Va detto: l'idea è loro. Ci hanno confessato di essere dei grandi fan di "Persone silenziose" e da lì organizzare la chiacchierata il passo è stato breve. Michele Orvieti fa da portavoce di tutta la band, e dall'altra parte del telefono lui risponde loquace, parla per più di un'ora anche se le domande, alla fine, non sono così tante. I Mariposa intervistano Luca Carboni.


Michele Orvieti: Immagino che anche nel tuo far musica convivano, come è normale, una parte legata alla pura ispirazione artistica e una parte legata ai rapporti "istituzionali" con la musica (con le case discografiche, con la SIAE, ecc....). Partiamo morbidamente: dove nasce la tua ispirazione?
Domanda molto complessa. Dai 14 anni in poi - anno in cui ho iniziato a sentire l'esigenza, il piacere, il divertimento di mettermi al pianoforte e cercare di inventare delle cose - da quel momento ho sempre avvertito una necessità di scrivere. Dopo periodi morti e di pausa, arriva sempre ciclicamente il momento di scrivere e quindi ho sempre alternato un anno senza fare niente, magari per riempire di esperienza la mia vita e un anno invece dedicato ossessivamente a cercare di tirar fuori delle cose, delle canzoni, perché quella è la mia forma espressiva. Credo di averla ereditata dai miei fratelli maggiori e dai dischi dei cantautori degli anni '70 che sentivo in casa fin da bambino. Poi sono arrivate anche le scoperte di una musica nuova come il punk, che ho scoperto nel '77 quando avevo 14 anni, e poi di altre band rock. Su queste due forme, rock e canzone d'autore, ho cominciato a lavorare e ho sentito spesso l'esigenza, il bisogno di farlo. Non so da dove venga realmente l'ispirazione. C'è una buona percentuale di mistero anche per me stesso.

Ed è giusto che rimanga una percentuale di mistero, secondo me. Corollario di questa prima domanda: l'ispirazione è più un gesto di fuga, di evasione dalla realtà o un'immersione nella realtà stessa? Nel mio caso è più un'immersione nella realtà, ma può essere entrambe le cose...anzi spero molto di più.

Noi siamo musicisti con i Mariposa, ma anche produttori con una label che si chiama Trovarobato. In questi anni abbiamo incontrato tanti musicisti, soprattutto giovani, che non hanno minimamente le idee chiare sui rapporti con realtà come SIAE o Enpals. Tu che rapporti hai avuto con questo versante della musica?
La mia esperienza è stata molto fortunata perché ho avuto opportunità di registrare il mio primo album, avendo vicino persone che mi hanno insegnato tante cose - tra queste una che non c'è più, ovvero Renzo Cremonini, produttore di Lucio Dalla e inventore di "Banana Republic", un tour che fecero Dalla e De Gregori insieme. Quindi giovani band o cantautori che iniziano, ma non hanno qualcuno di esperto che li illumini, magari possono trovarsi in difficoltà, spiazzati. Al di là di questo, il mio unico vero rapporto, però, è stato quello con la casa discografica e - fino a oggi - sono stato veramente molto fortunato, perché ho avuto dal primo album una grande fiducia da parte dei discografici in quello che facevo. Ho avuto la fortuna di avere risultati commerciali di un certo tipo già dal primo disco e questo mi ha dato il "potere" di gestire tutta la dimensione artistica con grande libertà.

E invece come sono andate le cose ai tempi dei Teobaldi Rock, ovvero la tua prima band, con la quale comunque hai prodotto un disco?
È una band che ha fatto un disco, ma soprattutto concerti. Vivevamo molto radicati nel mondo delle band bolognesi e con una serie di gruppi di quegli anni avevamo fondato una sorta di cooperativa, che si chiamava KGB (Kooperativa Gruppi Bolognesi), un'esperienza molto bella. Eravamo un gruppo di gruppi che metteva a disposizione l'uno dell'altro le cose che potevano servire. Noi avevamo l'impianto e lo mettevamo a disposizione di tutti gli altri con tanto di fonico e gli altri magari ci davano le luci. Poi cercavamo di fare concerti insieme per ottenere teatri o ex cinema grandi come il President.

Una storia interessante, molto utile.
Eravamo una decina di gruppi che, stando insieme, riuscivano ad avere tante informazioni su tutto quello che succedeva a Bologna, ma non solo a Bologna. Ci si incontrava tutti insieme, una volta al mese od ogni due mesi, e si decidevano anche delle strategie su come muoversi, per portare la nostra musica a Bologna e in Emilia. I concerti erano sempre con almeno due band, o addirittura anche festival con dieci gruppi che suonavano tre o quattro pezzi ciascuno.

Qualche nome?
All'epoca c'erano band che purtroppo non ci sono più. C'era un gruppo che si chiamava Stonehenge, uno che si chiamava Ubub, c'erano i Trash e altri.

Cambio argomento e faccio sempre riferimento alla nostra esperienza. Una cosa per noi importante è coltivare rapporti con chi è al di fuori dell'Italia. Tu all'estero sei andato addirittura con un album ricantato in spagnolo. Peraltro, in quell'album, "Farfallina" è diventato (logicamente) "Mariposa", come il nome della nostra band. Che rapporti hai avuto e hai con la musica al di fuori dell'Italia?
L'idea di tradurre le canzoni l'ho sperimentata con il disco "Luca Carboni" e non l'ho più ripetuta, perché è davvero molto difficile ricreare il rapporto tra musiche, testi e suono delle parole, ma anche solo capire se la forza dei testi originali resiste anche nella nuova lingua. Al di là di questo e fino a "Musiche Ribelli", con cui ho fatto solo un tour italiano perché il disco conteneva solo cover di cantautori, ho sempre cercato di portare la mia musica in italiano anche all'estero. Dal 1987 in poi ho sempre fatto tour all'estero, investendo anche in prima persona parte dei ricavi dei dischi, che in Italia andavano bene. Ho sempre girato tutta la Germania, quasi tutta la Svizzera, spesso sono stato anche in Olanda e Belgio. Pian piano ho visto i risultati, nel senso che dopo anni in cui ci trovavamo davanti cento persone, siamo arrivati, lungo tutti gli anni '90, ad avere anche teatri e club pieni. E pieni non solo di italiani, ma anche di tante persone del posto. Questo soprattutto in Germania, dove magari venivano a sentirmi tanti tedeschi che erano stati in vacanza in Italia e mi avevano conosciuto in quel modo. Poi ho scoperto che questi paesi, soprattutto Germania e Svizzera, hanno un pubblico molto attento, che spesso va anche a studiare e tradursi da solo il testo. La musica può condurre verso altre esperienze: lei guida, tu le stai dietro. Ti spalanca tante porte, ti abbatte tanti muri, anche senza per forza voler trovare la mediazione della traduzione. È bella l'idea che, come a noi piace ascoltare i Clash o Prince nella loro lingua e poi al limite andare a tradurli, qualcuno lo faccia con le canzoni in italiano.

Domanda del bassista Valerio Canè, l'unico bolognese dei Mariposa. Lui ti chiede come si scrive, come è nato e che cos'è "ri-o-a-ri-o", ovvero quel gioco ritmico che apre la tua canzone "Ci stiamo sbagliando" del 1984.
È la canzone che, nel 1984, passando nelle radio nonostante fossi un perfetto sconosciuto e facendo un discreto successo, mi ha permesso di realizzare il mio sogno, ovvero di vivere facendo musica. Quindi sono molto legato a questa canzone e sono orgoglioso per il fatto che, nonostante tutto quello che volevano le radio e i discografici in quel momento, non avesse ritornello. È un giro di accordi sempre uguale dall'inizio alla fine. In quegli anni, la mia scrittura partiva dai cantautori, ma volevo anche costruire una mia idea di musica. E la mia idea era scrivere il testo solo nelle strofe, dove c'era spazio per il racconto, e usare invece semplicemente delle vocalizzazioni in quello che poteva diventare il riff o il ritornello. È una cosa che ho fatto poi anche con "Sarà un uomo", contenuta in"Forever", il mio disco successivo. "Ri-o-a-ri-o" è nato perché cercavo di spiegare a un sax come fare un riff e - canticchiandolo - mi sono accorto che mi piaceva di più buttato lì con la voce, piuttosto che andare a cercare uno strumento che lo facesse. Stessa cosa con "Sarà un uomo", in cui l'inciso era un vocalizzo sulla o. Un gioco molto casuale...Non-sense.

Domanda di Enrico Gabrielli, che ti chiede: "Quando sei in pausa tra una fatica discografica e l'altra, come passi il tempo? Ti capita di vedere colleghi bolognesi come Dalla, Stadio o Morandi?"
È da un paio di anni che vivo sull'Appennino bolognese e non più in città. Quando vivevo a Bologna, soprattutto quando non avevo figli, tra il 1984 e il 1998, stavo fuori tutte le notti insieme ad amici musicisti perché si frequentava o Vito o la Vecchia Trattoria della Chiesa o altri posti dove era facile incontrarsi e si stava a chiacchierare tanto tempo. In particolare la mia frequentazione negli anni è stata di personaggi come Guccini, il suo manager Fantini, Lucio Dalla, gli Stadio, Skiantos ma anche Jimmy Villotti, Rudy Trevisi, Mauro Malavasi, che è stato mio manager, ma anche un amico con cui ho passato tante notti a filosofeggiare di musica in qualche locale. Poi diventando papà ho iniziato ad avere altri orari, altre esigenze, altri ritmi, quindi non c'è stato più questo contatto quotidiano notturno. Adesso ci si incontra organizzando la cosa, che è un po' meno spontaneo e anche più sporadico. Però ci sono ancora tante situazioni, anche qua sull'Appennino: ci troviamo due volte all'anno con Dalla e altri, a fare spettacoli di beneficenza. Insomma, abbiamo ancora molte occasioni per incontrarci e fare cose insieme.

Una domanda di Gianluca Giusti: "Ivano Fossati ha annunciato il ritiro dalle scene. Ci vuoi parlare un po' della pensione degli artisti? Secondo te ci devono andare? È una scelta personale legata al non avere più niente da dire?"
Fare musica non l'ho mai considerato un mestiere, ma sempre un po' una vocazione. E una vocazione non ha pensione. Quest'estate, in un'intervista su Vanity Fair, ho fatto un paragone tra il musicista e il prete: a un prete possono togliere la parrocchia, ma resterà prete fino alla morte. Così il musicista. Sinceramente non credo che uno possa smettere di essere creativo perché ha 60 anni. Magari puoi non avere più voglia di stare dentro un sistema e dei meccanismi che senti che non ti appartengono più. Stancarti quindi non della creatività, ma di alcuni aspetti meno belli, come gli spazi in cui suoni, i rapporti con i media. La cosa di Fossati la leggo non tanto nell'andare in pensione dall'essere artista o dall'avere qualcosa da scrivere, perché non credo che uno possa decidere che non avrà più l'urgenza di scrivere una canzone. O almeno, io non riesco a concepirlo così. Uno non può rinunciare anche al gusto di fare sentire una canzone nuova, quando nasce. Comunque rimani musicista anche quando non stai facendo niente.

Sempre Gianluca: "Come mai nel mondo del pop rock le opere migliori sono spesso legate alla giovinezza di un artista e la maturità segna invece una perdita di ispirazione? Perché in altre arti, anche nella musica classica o jazz, è invece il contrario? Il mondo del pop non ci vuole vecchi?"
Questa è una bella domanda. Diciamo che c'è un elemento fondamentale nel pop: il pop sicuramente da un lato nasce come musica generazionale. I Beatles, i Rolling Stones, ma anche i cantautori italiani, hanno avuto un rapporto molto stretto con chi viveva all'epoca in cui sono esplosi. Quello che avviene nel pop è che le grandi novità, le grandi interazioni, avvengono tra un artista e una generazione, quindi è chiaro che quando lo stesso artista fa cose apparentemente dello stesso livello di quelle che ha condiviso con tanta gente, ma non ha più una generazione con cui condividerle, un po' si perde. Se Bob Dylan scrive un grande pezzo adesso, a settant'anni, non ha il mondo che è in empatia con quello che fa, mentre a vent'anni lui e la sua generazione condividevano un mondo nuovo che teneva tutto unito. Se Hemingway e altri scrittori hanno scritto cose incredibili a ottant'anni, non credo che un musicista non possa fare altrettanto anche nel pop. Marlon Brando diceva che ogni attore non ha più di tre o quattro facce, non può fare due milioni di ruoli. Così anche un musicista: se si impone su una generazione inventando un nuovo linguaggio figlio del suo essere,della sua cultura, della sua sensibilità e soprattutto della sua unicità nel "sentire" la musica (il suo personale "modo") è nuovo, inevitabilmente, quando viene sentito, scoperto e condiviso per la prima volta. Poi a ottant'anni magari sta ancora evolvendo il proprio linguaggio,la propria personalità, che però non potrà più essere una novità per la gente.

Come consideri la musica indipendente, dal punto di vista di un artista che ha sempre lavorato con le major? Cosa dovrebbero fare le indipendenti e cosa dovrebbero riprendere a fare le major?
In questo momento, le major non esistono quasi più, ma dovrebbero andare a cercare tra gli indipendenti chi ha un linguaggio nuovo e forte, che possa colpire a livello popolare un'intera generazione. Come negli anni '80, quando hanno provato a cercare di rinnovare la musica italiana, andando anche a cercare nella musica più alternativa o nelle prime scintille di una promessa, che veniva segnalata in qualche buco di metropoli o di paese. Adesso questo non avviene più, perché nelle case discografiche lavorano veramente in pochi e non c'è nemmeno più la figura che va a fare questo lavoro. La mia casa discografica aveva seicento dipendenti, ora ne ha trenta. Ha tanti artisti che escono e fa su di loro un lavoro di routine e basta. Non c'è più ricerca. L'unico limite che ho trovato sempre nel mondo indipendente è invece quello di appiattirsi e crogiolarsi proprio sull'essere indipendente a alternativo. Così, anche quando c'è stata la possibilità che nuovi mondi musicali potessero uscire e venire portati fuori da un guscio, molte volte si è avuto paura di essere troppo commerciali, non più considerati dagli amici indipendenti e così via. C'è il rischio che sia un giro molto chiuso in se stesso, in cui si sia prevenuti di fronte alla possibilità di comunicare in modo più ampio. Non è che se esci dal tuo mondo devi diventare per forza come le cose che non ti piacciono.

Più un gioco che una domanda. C'è un topos delle interviste che è legato ai cinque dischi dell'isola deserta". Noi vogliamo costringerti a dirci i 5 album che non porteresti su un'isola deserta.
Accetto di rispondere a questa domanda perchè parlo di artisti che seguo e che stimo. Per esempio di Samuele Bersani sono fan e porterei assolutamente "L'oroscopo speciale" ma non "Manifesto abusivo", non porterei "Viva la Vida" dei Coldplay, sicuramente non "Ok Italia" di Edoardo Bennato, "Angoli nel cielo" di Lucio Dalla, nemmeno l'album di cover Natalizie di Bob Dylan ( anche se per certi versi potrebbe essere un album interessante!).Della PFM, gruppo che ho amato tantissimo non porterei "Passpartù" del 1978, che all'epoca mi sembrò un album poco ispirato e lontanissimo dalla realtà musicale che si stava vivendo (nuovi linguaggi musicali come il punk ad esempio), anche se impazzivo per la bellissima copertina di Andrea Pazienza.

Tag: intervista

Pagine: Mariposa Luca Carboni

Commenti (4)

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  • Faustiko Murizzi 23/11/2011 ore 08:30 @faustiko

    Bell'intervista. Bravi!

  • Giulio Pons 23/11/2011 ore 22:17 @pons

    Carboni su rockit! :-) peccato non ci sia l'ascolto dei brani, dai Luca, concedi gli mp3!

  • La figlia del dottore 21/12/2011 ore 13:26 @nonnomatteo

    bella! di cuore.

  • ematomablues 06/02/2012 ore 20:35 @ematomablues

    Bella intervista. Belle risposte. Semplici

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