La descrizione di un estimo

Da una parte Checco Curci, talentuoso (e semisconosciuto) cantautore pugliese, che insegna architettura a Milano. Dall’altra Riccardo Sinigallia, tra i più importanti produttori italiani, che si innamora della sua musica. Ne nascono un bel disco e un’insolita intervista

Checco Curci - foto di Anna Squicciarini
Checco Curci - foto di Anna Squicciarini

Da una parte Riccardo Sinigallia, cantautore che non ha bisogno di presentazioni. Dall'altro un suo collega "minore", almeno in termini di fama: Checco Curci, che nella vita concilia lo scrivere canzoni con il lavoro come professore al Politecnico di Milano. "L'amore non ha cuore", disco di Curci pubblicato a inizio 2026, vede proprio il tocco di Sinigallia alla supervisione artistica, il quale non è nuovo a questo tipo di operazione: mettersi al servizio di colleghi di talento, mettendo anche il suo "sigillo" su di un progetto che altrimenti avrebbe probabilmente meno visibilità, soprattutto in un mercato discografico ipersaturo come quello contemporaneo. Del disco esiste anche un documentario, che potete vedere qui sotto.

Li abbiamo messi in dialogo, con Sinigallia investe di intervistatore di Curci, per farci raccontare la genesi di questo disco e le loro prospettive su cosa significhi fare il mestiere di cantautore oggi.

Non ci siamo più sentiti da quando abbiamo chiuso il disco. Come stai vivendo questo periodo?

Sono molto sereno. Sto rientrando nella vita lavorativa, da cui in realtà non mi sono mai davvero fermato. Temevo l’impatto con il secondo semestre, che per me sarà piuttosto intenso, però sono ripartito. E sono contento, anche per il disco. Mi stanno scrivendo tante persone, messaggi molto belli, molto sinceri. Si capisce quando qualcuno ha davvero ascoltato il disco e quando invece ti fa solo un complimento di circostanza.

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Perché dici che il semestre sarà così pesante?

È il primo anno in cui ho tutta la didattica concentrata nel secondo semestre. Però questo mi ha permesso di avere il primo libero e di finire il disco. Ho provato a incastrare tutto per avere tempo.

Gli studenti come hanno reagito al disco?

Benissimo. I laureandi, gli ex studenti, i dottorandi mi hanno scritto cose davvero toccanti. Sono messaggi profondi, non il classico “bello”. Raccontano cosa hanno sentito, cosa gli ha smosso. Magari sono meno numerosi, ma hanno un peso enorme. Gli studenti nuovi vediamo come arriveranno il primo giorno di lezione, li interrogo subito (ride, ndr).

Nel disco c’è anche tuo padre, Vittorino Curci, che è un poeta, un pittore, un musicista, un intellettuale. È lui che mette il sassofono free jazz nel finale della title-track. Com’è stato lavorare con lui?

Bellissimo. È arrivato in studio e gli ho detto: "fai quello che vuoi". Ha fatto tre take che per me erano quasi identiche, ma per lui cambiava tutto l'una dall'altra. L'ho coinvolto perché il disco, per come ce l'avevo in mente, doveva proprio partire da qua, Noci. Ci tenevo proprio a usare la mia chitarra, la mia tastiera, i miei violoncelli, i miei organi, il tutto in un posto che conosco bene. Sarebbe stata un'occasione sprecata enorme non far suonare mio padre, non "liberarlo".

Checco Curci e la sua band - foto di Anna Squicciarini
Checco Curci e la sua band - foto di Anna Squicciarini

E appunto, l'hai coinvolto nella traccia che dà il nome al disco, L’amore non ha cuore. È una frase fortissima, di solito la si dice quando ci si lascia...

Ma anche all'inizio, no? Quando capisci come andrà a finire e ti dici: "Ma io stavo così bene, cosa vuole questa persona dalla mia vita?". Ti senti completamente esposto. Poi con la ragione te ne esci, ma la ragione non ti serve a evitarlo prima. Nella canzone i protagonisti sono due: l'altra persona, a cui ci si rivolge e l'amore.

Come ti sei convinto a renderlo anche il titolo del disco?

Quando non avevo ancora deciso il titolo dell'album, dentro di me ero arrivato a questa cosa che dovesse essere L'amore non ha cuore. Però non ero sicuro, stavo pensando anche aI resti della festa. Ho iniziato a chiedere cosa ne pensassero le persone vicine a me, e su L'amore non ha cuore erano tutti poco convinti. Allora vado da te, Riccardo, e ti propongo I resti della festa. Al che tu mi fai: "Ma perché non lo chiami L'amore non ha cuore?". Tu hai avuto anche quel ruolo: togliermi da una situazione in cui non sono neanche più lucido, come di fronte alla scelta del titolo di un disco.

Io mi sono veramente invaghito dalla tua musica per il rapporto tra il suono e la parola.

Per me è una ricerca febbrile quella di rendere le parole musica. Le parole sono già sui suoni, però portare la musica a essere testo e viceversa è un'altra cosa. Io provo a fare questo lavoro con le canzoni, mi chiedo di continuo: "ma io sto rendendo testo la musica e musica le parole?". Per me è una cosa che legittima veramente il fare canzoni oggi, che per molti è un linguaggio vecchio. Nel suo essere vecchio, però, rimane comunque una speranza a cui attingere. A prescindere da tutto, questa cosa dovrebbe essere un po' alla base del fare canzoni, perché se no è un accompagnamento a un testo, una poesia musicata. Io mi annoio tante volte ad ascoltare dei brani perché sono noiosi a livello musicale: poi dire anche le parole più belle del mondo, ma non è qualcosa che si può separare della componente musicale.

Checco Curci - foto di Lèa Ghyselinck
Checco Curci - foto di Lèa Ghyselinck

E come ti confronti con i poeti?

Io sono cresciuto, tu lo sai, con un poeta che è anche un musicista d'avanguardia. Non ci troviamo d'accordo su tante cose. Noi li apprezziamo più di quanto loro apprezzino noi, che è un po' la nostra condanna. Quello che chiedo a mio padre, e chi mi chiedo anche io, è: come sta Orlette Coleman rispetto a Beethoven? Come sta Jannacci rispetto a Milo De Angelis? C'è una proporzione, c'è un'equazione, c'è un'analogia? I poeti hanno una libertà incredibile nella parola, ma spesso non si rendono conto di come inserirsi in un modulo musicale. Per mantenere quella potenza della parola all’interno di una canzone, diventa un’impresa colossale.

La tua musica spesso porta in dei luoghi in cui non si vorrebbe neanche entrare. Tu, invece, come ci entri?

Io scrivo pochissimo, posso scrivere anche una canzone all'anno. Ci sono canzoni di questo disco che sono nate mentre stavo facendo una call di lavoro: è qualcosa di inaspettato, non lo decido io. Per me l'idea che uno organizzi un viaggio per andare a scrivere è già un fallimento, perché vuol dire comportarsi da mestierante. E poi bisogna essere consapevoli di cosa si sta facendo, quindi mai accanirsi su una canzone se senti che non ha le gambe per andare avanti. Io le canzoni le verifico soprattutto con le persone che mi conoscono bene, a cui posso chiedere un parere spietato. E anche se canto della mia vita, delle mie relazioni, delle mie faccende, io cerco comunque l'assoluto.

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L'articolo La descrizione di un estimo di Vittorio Comand è apparso su Rockit.it il 2026-03-02 12:00:00

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