Riva Starr - L'italiano balla male Intervista

Riva Starr - Una lucida analisi di cosa è accaduto nella musica dance italiana dai '90 in poi. Quindici anni di esperienza, partendo da Napoli e finendo a Londra. Ha suonato nei migliori club del mondo, è stato suonato dai più grandi dj di sempre. Una dj Star. L'intervista di Francesco Fusaro.Riva Starr - Una lucida analisi di cosa è accaduto nella musica dance italiana dai '90 in poi. Quindici anni di esperienza, partendo da Napoli e finendo a Londra. Ha suonato nei migliori club del mondo, è stato suonato dai più grandi dj di sempre. Una dj Star. L'intervista di Francesco Fusaro.
11/06/2013 di

Una lucida analisi di cosa è accaduto nella musica dance italiana dai '90 in poi. Quindici anni di esperienza, partendo da Napoli e finendo a Londra. Ha suonato nei migliori club del mondo, è stato suonato dai più grandi dj di sempre. Una dj Star. L'intervista di Francesco Fusaro.

Io e te ci siamo già conosciuti ad una serata che organizzavo insieme ad altri amici a Milano, in un locale che non esiste più e che si chamava Cantiere Delirio, non so se ti ricordi.
[Ci pensa un po', NdA] Mi ricordo di una serata in un posto tipo cantina buia, c'era anche uno dei Crookers se non sbaglio.

Esatto, c'era anche Phra. Era il 2006 e tu vivevi ancora a Napoli e suonavi come Madox.
Mancava poco e poi sarei partito per Londra. Una decisione maturata nel giro di due settimane e via.

Come mai questa scelta?
Hai presente il finale di Matrix, quando lui vede tutti quei numeri e capisce di che cosa stiamo veramente parlando? Ecco, io ho avuto un'illuminazione del genere riguardo al nostro paese e ho deciso di andarmene.

E com'è stato l'impatto con l'Inghilterra?
È stata tosta, due anni iniziali piuttosto duri. Sono arrivato lì con 1000 euro per prendere casa e studio, con tutti gli anticipi che vogliono a Londra... Per fortuna avevo diversi appoggi a casa di amici, altrimenti non ce l'avrei fatta. Avevo anche una release su Dirtybird [etichetta del dj e producer americano Claude VonStroke, NdR] che mi ha aiutato a non essere il classico sconosciuto che arriva a Londra e spera di trovare la sua strada. Quindi ho cominciato a fare qualche remix, qualche after che mi ha permesso di mettere da parte i primi soldi e pian piano mi sono messo in moto.

Madox è il moniker per il versante breakbeat della tua produzione, Riva Starr quello per la house music: può starci come suddivisione?
In realtà io ho abbandonato Madox ma più per questioni di gestione del nome e per immagine. Riva Starr mi permetteva una maggiore libertà perché quel nome nuovo non conduceva necessariamente ad un suono, però se senti il mio primo album a nome Riva Starr anche lì ci sono cose più spezzate, vicine al breakbeat.

Certo cominciare come Riva Starr può essere stato faticoso, dovendo imporre un nuovo nome.
In realtà ho avuto la fortuna di far uscire una tripletta di cose mie su Dirtybird, Front Room e Southern Fried [quest'ultima etichetta di Fatboy Slim sulla quale hanno pubblicato diversi italiani fra cui Dusty Kid e Crookers, NdA], permettendomi quella visibilità che il breakbeat, genere più di nicchia che nei primi anni 2000 stava scendendo, non mi aveva ancora consentito. In due anni comunque ho lavorato sodo per mettermi sulla mappa, arrivando a fare una cosa come 70 remix.

Anche Santos, altro grandissimo rappresentante del breakbeat italiano, ha fatto una scelta simile avvicinandosi a Timo Maas e cominciando a produrre cose più progressive house insieme a lui.
Di recente ci stiamo riallineando musicalmente, Santos uscirà su Snatch Off che rappresenta il versante più underground della mia label, Snatch. Io stesso ho fatto un remix per Timo Maas e Brian Molko, ci stiamo ritrovando musicalmente e torneremo a fare cose a quattro mani, coerentemente con i nostri impegni, come ai tempi di Trouble Soup!! su etichetta Mantra.

Sia tu che Santos siete due artisti generazionalmente nati come dj prima ancora che come producer. Il contrario del paradigma di oggi: si fanno le tracce, poi si fanno le serate, il vero modo di portare a casa qualche soldo.
Io sono nato sicuramente prima come dj, avvicinandomi alle produzioni su pc (niente Atari, ero troppo piccolo allora!). Le prime cose serie sono incominciate nel 1998 con il remix dei Prozac +, poi i miei primi due album, quasi introvabili, "Pista Connection" e "Flux". Sono contento soprattutto del secondo, mi suona ancora fresco per l'80% della produzione.

È l'album con Caparezza, giusto?
Sì, è quello. Io l'ho solo in mp3, figurati. "Pista Connection" è invece la mia versione del big beat all'italiana. C'erano tracce abbastanza radiofoniche ma non è circolato molto. Dal 2002 poi ho deciso di darmi al versante clubbing della mia musica, praticamente fino a questo album che in un certo senso mi ha riportato un po' alle mie radici.

Infatti il parallelo con "Flux" viene spontaneo: lì Caparezza e Speaker Cenzou, qui Capossela, Carmen Consoli, Horace Andy e molte altre voci diverse. L'uso del sample poi mi pare che aiuti il paragone.
Mi sono divertito molto a reinterpretare le sonorità di questi artisti. Prendi per esempio "Si è spento il sole", più un bootleg che un featuring. So che sembra una bestemmia per i musicisti, ma mi sono divertito molto a lavorare sulla traccia originale andando a riarrangiarla e mixandola in maniera diversa, in modo da esaltare elementi già presenti ma in un'ottica più da club: è un riarrangiamento 2.0 che porta la traccia in un altro mondo.

Mi viene in mente il lavoro di Morgan su De André: nonostante l'interesse filologico, le partiture erano quelle originali chieste a Dori Ghezzi, riprendere un disco degli anni 70 e risuonarlo quarant'anni dopo ti porta in un modo sonoro completamente diverso. C'è come minimo un senso di straniamento.
Fra l'altro Morgan è un artista con cui mi piacerebbe molto lavorare. Sto mettendo in cantiere una serie di progetti con artisti italiani, vorrei mantenere questa porta aperta. L'Italia rimane il mio paese natale, se posso fare delle cose con artisti italiani ne sono contento. Nonostante le resistenze e i paraocchi che si incontrano nel nostro paese, che non sono pochi.


Secondo me ci sono due problemi strutturali in Italia: da una parte la faziosità di chi spinge un suono piuttosto che un altro, dall'altra il fatto che alla fin fine chi gestisce il grosso del business, sia a livello di industria che di comunicazione, sono sempre le stesse quattro persone.
Eh, sì.

Se sei in buoni rapporti riesci a lavorare, sennò no.
Io mi sono sempre battuto per quello. Non voglio leccare il culo a nessuno, non voglio stare sotto a nessuno, per questo ho creato la mia etichetta. Negli anni in questo modo mi sono precluso rapporti ma sono contento di averlo fatto, sono rimasto integro rispetto alle mie idee, mantenendo rapporti di amicizia solo con chi secondo me lo meritava veramente. A prescindere dal genere musicale, bada bene. Non ho pregiudizi in merito. È l'approccio che conta: sei commerciale o underground in base a come fai la musica e a come la comunichi al pubblico.



Nel mondo dei dj mantenere la credibilità nel mondo del club e contemporaneamente passare in radio è piuttosto difficile. Ci sono pochi Boys Noize insomma in grado di farlo. Tu in un certo senso segui quella strada, anche per il tramite della tua etichetta Snatch: da una parte l'house di Riva Starr, dall'altra i tool da dj set di quelle uscite.
Negli ultimi anni mi sono tolto la soddisfazione di essere suonato praticamente da tutti i dj che rispetto artisticamente, gente come Gilles Peterson e David Rodigan in primis; ho fatto uscite su etichette considerate molto importanti per la scena underground della musica da club; ho fatto dj set un po' dappertutto in giro per il mondo. Con questo album ho deciso di tornare al sincretismo musicale che rappresenta la mia origine. Sono nato artisticamente con il big beat, un genere-non genere per eccellenza dove ogni produttore era in grado di comunicare, grazie all'uso del campionamento, la propria formazione culturale e musicale. Sono vissuto in una città come Napoli che sa essere un centro nevralgico importantissimo, con influenze musicali che vanno dalla musica balcanica (ed ecco spiegato anche il mio singolo "I Was Drunk") alla musica del Sud Italia, dalla musica africana a quella spagnola e francese...

...e come vedi Napoli ora, soprattutto da una prospettiva estera?
Problematica. Mi piange il cuore ammettere che più vivo fuori e più mi sento a disagio. Certi elementi della vita quotidiana mi sono diventati insopportabili, ed è in parte uno dei motivi che mi ha spinto a spostarmi, oltre a questioni meramente musicali. Dal punto di vista delle collaborazioni, però, continuo a mantenere il contatto con la città: ad esempio il pezzo con Carmen Consoli si avvale degli arrangiamenti di due validi musicisti napoletani, Luigi Scialdone e Antonio Fresa, con cui ho collaborato anche per il remix di Jovanotti. Credo che dal punto di vista creativo Napoli sia ancora uno dei centri più importanti in Italia. I miei feedback negativi vertono principalmente sulla qualità della vita della città; qualità che però sta calando un po' in tutta Italia.

A proposito di sincretismo, tu hai alle spalle quel disco, "Glocalism Vol. 1" a nome Stefano Miele, dove mischi le tue produzioni ai suoni della pizzica e della taranta. Lì mi pare di sentire un po' le sonorità di "I Was Drunk" che sono state poi influentissime in un sacco di produzioni, su tutte "We No Speak Americano" di Yolanda Be Cool.
"Glocalism Vol. 1" fa parte della mia tesi di laurea in Sociologia della muica; il mio relatore era Iain Chambers, autore del volume "Ritmi Urbani". Pensa che dovevo anche fare un piccolo live durante la discussione insieme a Marcello Colasurdo, nome storico della musica napoletana; poi mi misero alle 8 del mattino e Marcello mi disse: "Tu sei pazzo, io a quell'ora non ci vengo a suonare!" [ride, NdA]. Venendo invece a Yoloanda Be Cool, loro poi hanno avuto modo di dirmi chiaramente che si erano ispirati a "I Was Drunk" per quella loro hit...

"I Was Drunk" che era stata persino usata in uno stacchetto di ballo di "Quelli che il calcio"!
Sì, incredibile (sorride, NdA).

Vedi, io non riesco a capire una cosa: mi pare che alla fine nel nostro paese la dance music rimanga sempre un corpo estraneo, mai realmente introiettato nella coscienza collettiva. Voglio dire, ci sono i periodi in cui le commedie dei Vanzina usano Scatman John (scritta a quattro mani da Antonio Nunzio Catania, il nome dietro a dozzine di produzioni dance anni '90) e a "Quelli che il calcio" passa "I Was Drunk", e poi la dance improvvisamente sparisce. Nell'orizzonte culturale inglese, ad esempio, cambiano i linguaggi (drum'n'bass, 2-step, dubstep ecc.) ma la dance music come contenitore rimane.
Ma infatti se ci pensi è strano, anche perché l'Italia all'estero è rinomata per i suoi molti club e festival dedicati al mondo della club music. Sì, è una cosa strana. Però sia più un problema dell'industria che tende a basarsi più sulla lobby del pop italiano radiofonico che sul resto. Io ho avuto modo di vedere un po' da vicino tutto il discorso di Sanremo e, senza fare nomi, devo dire che piange il cuore vedere che si cerca di mettere un vestito giovanile e up-to-date ad un cantato legato ad uno stile musicale vecchio. Se non tentano la strada i giovani, non vedo perché dovrebbero tentarla quelli che da anni sono invischiati nell'industria italiana.

Infatti mi sembra di poter dire, visto che lo hai nominato prima tu, che sia più up-to-date un quarantaseienne di nome Jovanotti che non il ragazzino di turno...
Al 100%. Già la dice lunga il fatto che per il suo tour abbia dato la possibilità ad una serie di dj di suonare con lui nel suo tour negli stadi. Una cosa all'estero normalissima e che invece in Italia non fa nessuno. Poi considera che lui si rende conto benissimo che molto del suo pubblico che viene dal pop e che magari insieme a lui si ascolta la Pausini certa tecnologia come, che ne so, Soundcloud, non la conosce e non la capisce, però nonostante questo cerca di sensibilizzare la gente e di far conoscere cose nuove con l'entusiasmo di un ragazzino. Ci sono artisti come Ramazzotti o la Pausini stessa che da tutti i punti di vista sono anni che fanno le stesse, due palle così...

E lì siamo al paradosso, no? Nel senso che siamo esterofili da una parte, e poi con il paraocchi dall'altra. Voglio dire, sono anni ormai che le classifiche all'estero sono dominate da produzioni dance con tutto l'armamentario di cassa in quattro e suoni trance che manco Tiësto, e poi però gli artisti italiani continuano a sfornare gli stessi soliti arrangiamenti, come se il resto non ci fosse.
Ma sai qual è la cosa grave? Fanno fare quelle produzioni dance agli stessi arrangiatori che gli fanno le robe pop. Ma falle fare a Benny Benassi, come ha fatto lo stesso Lorenzo. Poi, voglio dire, non ci fossero esempi come Madonna che ad ogni album ha cambiato produttore...

Tu, invece, a cosa stai lavorando?
Ci saranno un po' di ep ricavati dall'album, anche con tracce inedite fra cui una con un campione di Piero Piccioni, un compositore che adoro, insieme a Umiliani. Ci sono dei remix miei in arrivo, fra cui quello per Maas e Molko di cui ti dicevo, uno per Tame Impala, uno per Westbam ("You Need The Drugs" con Richard Butler), uno per Fatboy Slim... Poi ci sono queste collaborazioni italiane di cui ti dicevo, che però sono ancora in cantiere e preferisco non nominare al momento. Di alcune tracce dell'album poi ci saranno remix importanti come lo stesso Timo Maas, gente del giro Dirtybird, Mixhell, Technasia, eccetera. Molte cose provenienti da mondi musicali anche differenti fra loro. Come ti dicevo, sto rallentando con le date per concentrarmi sulla produzione musicale. Ci saranno molte cose in uscita a breve.
 

Tag: dance dj

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