Rkomi è fuori dal tunnel della trap

Il rapper milanese è riuscito nell’intento di far coesistere nel nuovo album Taxi Driver, feat. con Tommaso Paradiso e Chiello_Fsk. Ci ha raccontato il nuovo percorso di un artista che, citiamo, “fa il cazzo che gli pare”, senza paura di uscire dalla comfort zone per abbracciare il pop

Rkomi raffigurato come Travis Bickle, protagonista dell'omonimo film nel 1976
Rkomi raffigurato come Travis Bickle, protagonista dell'omonimo film nel 1976

Mi sembra chiaro il giudizio personale non debba inficiare un quanto più possibilmente oggettivo giudizio artistico, ma la sensazione che ho avvertito scambiando due chiacchere con Mirko in occasione dell’uscita del suo ultimo album è quella di un ragazzo molto più disponibile e aperto al dialogo di tanti altri interpreti che non possono vantare nemmeno un decimo dei suoi follower, dei suoi ascolti ma, soprattutto, del suo talento.

Talento frutto di un’insicurezza sconfitta, almeno in gran parte, con Taxi Driver, il suo nuovo album pieno di feat. interessanti, da Tommaso Paradiso ad Ariete, passando per Sfera Ebbasta, Ernia e Gaia. Talento che rende problematica ogni sua scelta, il rapporto col pubblico e col burrascoso passato nel quartiere - che Mirko identifica col Vietnam in un’analogia quasi scontata con il protagonista del film di Scorsese- che hanno trasformato Rkomi nel rapper, o forse sarebbe meglio dire nell’artista, che è ora.

Un rapper che si emoziona raccontandomi della palestra a scopo sociale aperta a pochi passi da Calvairate, il “blocco” in cui è cresciuto, più che parlandomi del suo disco. Il successo non ha cancellato le sue radici, forse proprio per questo oggi può permettersi di duettare con Irama e Gazzelle (in due singoli riuscitissimi) mantenendo il rispetto delle leggende della scena hip-hop.

Ogni artista è un passeggero del tuo taxi? È questo il rapporto tra il titolo che hai scelto e la ricca presenza di ospiti?

L’idea di base è proprio quella. Il concetto iniziale per il quale ho sviluppato così l’album: un intro e un outro in cui sono solo che rappresentano l’inizio e la fine della mia nottata, le tracce di mezzo che raccontano, per così dire, ogni corsa, la mia storia che s’incrocia con quella di ogni passeggero. Ovviamente sono un fan del film, di Robert De Niro e del personaggio che interpreta nella pellicola, mi rivedo molto nella sua storia, pur non rispecchiandomi in tutte le sue personalità esasperate. Sarei un pazzo, ma credo sia un processo d’immedesimazione che chiunque può provare guardando un film. Il mio Vietnam, ad esempio, lo identifico con mio passato burrascoso a Calvairate. C’è l’idea del “veicolo”, la musica proprio come il taxi è il mio unico mezzo per arrivare alla gente. La musica come il taxi è ciò che veicola letteralmente il mio rapporto con il pubblico. E nel mio caso, come in quello di Travis Bickle, non è sicuramente dei più semplici.

Ma sono stati più gli artisti ad accompagnarti o tu a portarli nel tuo mondo?

All’inizio, proprio come Travis Bickle, come il tassista, volevo essere io ad entrare nelle loro storie, e credo sia anche accaduto. Ma è un progetto che è degenerato fin da subito, nella maggior parte dei casi siamo finiti a contaminarci vicendevolmente. Personalmente passare da Noyz Narcos a Elisa per me è un’esperienza fantastica, io vivo così la vita, amo viaggiare e non è sempre necessario farlo fisicamente.

Mirko Martorana, 26 anni, rapper e artista
Mirko Martorana, 26 anni, rapper e artista

Nel tuo caso si percepisce il lavoro, ma in molti i casi i featuring sono giustificati esclusivamente dagli ascolti...

Proprio per questo un progetto del genere diventa più pericoloso, perché è più difficile guadagnarsi credibilità, specialmente fuori dalla propria confort zone. Perché hai il dito puntato contro sin da quando pubblichi la scaletta, perché negli ultimi anni siamo abituati a questi mixtape pieni di artisti messi insieme senza né capo né coda. È lecito che a parte del pubblico possano non piacere le canzoni, ma vorrei recepissero il lavoro e la ricerca che sta alla base. Io cambio molto velocemente e quello che ho in testa per il futuro è già molto differente da Taxi Driver. Non potevo rischiare che queste canzoni iniziassero a suonare vecchie, almeno nella mia testa, allo stesso tempo quest’album era un momento necessario per rendere capibile il prossimo passo ai miei fan. Magari semplicemente per abituarli.

Se Dasein Sollen è stato l’album della tua scoperta, Io in terra quello della conferma come rapper, Ossigeno il preludio a Dove gli occhi non arrivano, la tua prima esperienza “pop”, Taxi Driver che momento rappresenta? E, a questo punto, cosa anticipa?

Credo che la curiosità, la voglia di esplorare fosse percepibile anche dai dischi precedenti, per quanto all’inizio fossi più identificabile entro l’etichetta della “trap”. Taxi Driver, per dirla con un francesismo, rappresenta il momento in cui ho finalmente capito che posso fare “quel cazzo che mi pare”. Non lo affermo con spocchia, non ne faccio una questione di gusto, ma ora ho la piena convinzione di potermi calare all’interno di un contesto mainstream rimanendo credibile, senza suonare artefatto, “plasticoso”. In fondo, se dopo tutti questi cambi di rotta in così pochi anni, le leggende della scena continuano a rispettarmi un motivo ci sarà.

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Ci stai dicendo che lavorerai più spesso con dei musicisti?

Taxi Driver è il primo lavoro in cui c’è veramente poco digitale. Molti brani sono nati proprio a partire dai musicisti, dal lavoro in studio con loro. Per la prima volta ha agito come sei fossi il frontman di una band, rendendomi conto dei miei limiti. Mi sono accorto che non ero abituato a interfacciarmi con dei musicisti di professione, non riuscivo a esprimere con le parole un’idea che avevo ben chiara in testa perché non parlavo il loro linguaggio. E quindi la mia continua voglia di mettermi in discussione mi ha portato a studiare pianoforte.

La musica dell’intro è opera tua?

L’ho scritta io, ed è una prima strizzatina d’occhio a quel che sarà in futuro. In questo disco non ho potuto attuare tante idee perché sono concetti che ho appresso proprio nei mesi della registrazione. Ci vorrà tanto tempo, non credo capiterà già il prossimo album. Imparare il pianoforte a 26 anni non è uno scherzo, ho iniziato da poco e devo affrontare sessioni quotidiane di almeno due ore. Il mio sogno è salire sul palco e suonare, intanto vorrei imparare a scrivere e leggere la musica per padroneggiarla con dimestichezza.

Taxi Driver è il quinto album ufficiale di Rkomi
Taxi Driver è il quinto album ufficiale di Rkomi

Che differenza c’è nel lavorare con un rapper o un esponente dell’itpop?

Ogni artista presente nel disco, a parte Tommy Dali che è una stella nascente, è un piccolo o grande colosso del suo mondo. Le parole dei rapper si concretizzano nelle barre, quelli dei cantanti in strofe melodiche, ma il processo che porta al risultato è pressoché lo stesso, si tratta semplicemente di lasciarsi andare, provare a non pensare e trovare la sintonia. Sono tutti artisti che hanno le palle. Palle diverse dai rapper, le palle che doveva avere questo progetto per avere credibilità nonostante il cambio di rotta.

Intendi il nuovo range?

Esatto, che come hai intuito non si riferisce solo a un modello di auto. A Sfera avevo parlato del mio progetto, ma non avevamo programmato un featuring. Avevamo programmato entrambi un viaggio in California e ci siamo ritrovati vicini di casa a Los Angeles, in quelle due settimane è nata questa canzone dai toni punk. Sfera non ha mai avuto paura di provare nuove sonorità, penso il suo ultimo album possa testimoniarlo.

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Già ai tempi di 180, forse grazie all’endorsement di Calcutta, si percepiva fossi uno dei nomi più spendibili all’interno del circuito “indie”. Ormai sono anni che si parla di cantautorap, com’è cambiato il tuo rapporto con la grande tradizione della canzone italiana?

Quando era uscita 180 non ero ancora così famoso, e Calcutta era uno dei miei artisti preferiti. Il sodalizio con la nuova scena italiana non credo si sarebbe concretizzato se non fosse stato naturale, in quest’album, con tutti i suoi featuring sicuramente, ma anche in alcuni stilemi comunicativi che, forse anche inconsciamente, ho adottato in quanto ascoltatore. Ai cantautori più che la loro capacità comunicativa, ruberei la propensione alla bellezza. Quella bellezza che ancora oggi è effettivamente percepibile nei testi di alcuni rapper, il primo Izi, Dargen D’Amico

Uno che, pur non suonandolo, col pianoforte ci sa fare…

Alcune canzoni di Dargen sono vera e propria letteratura. Lo studio del pianoforte mi sta rendendo più comprensibile il rock e il jazz, presente nel featuring con Roshelle, due generi che stanno dominando i miei ascolti e che vorrei segnassero le mie prossime uscite. Ma alla grande canzone italiana mi sto avvicinando solamente ora, in particolar modo attraverso Lucio Battisti. Il segreto della semplicità di questi autori ancora non mi è chiaro, ma è lo stesso che contraddistingue i grandi interpreti del pop internazionale, odierni e passati. Gli ultimi due anni li ho passati ascoltando Neil Young, John Mayer e Elton John.

In questo tuo ultimo album non è presente, ma, dato il tuo rapporto con Jovanotti, si può dire Nuovo Range stia a La mia moto come Taxi Driver a La gente della notte?

Mi cogli alla sprovvista, ma che ficata, ci può stare. Per me essere accostato a Lorenzo è sempre un onore, dopo averlo conosciuto posso dire che lui non è solo un artista nella musica ma anche nella vita. Sicuramente, pur con un background totalmente differente, il suo percorso è uno di quelli cui guardo maggiormente. Jovanotti si è potuto permettere un sacco di cambi di stile perché ha raggiunto uno status riconosciuto anche al di fuori dei confini nazionali. E, ad essere sincero, per scrivere Taxi Driver ho ascoltato un sacco il suo album del 97.

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L'articolo Rkomi è fuori dal tunnel della trap di Marco Beltramelli è apparso su Rockit.it il 2021-05-03 09:31:00

Tag: album

COMMENTI (1)

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  • mario.miano.39 3 anni fa Rispondi

    Non si discute sul talento di Rkoi, anzi, la sua voce è forse lo storytelling più interessante della nuova generazione insieme a Madame. Rimango comunque basito da come Rockit ci racconta il nuovo album: ci sta l'intervista ma il disco non si lascia piacere neanche chiamando il miglior pusher. Parlate di libertà di fare il cazzo che gli pare uscendo dalla comfort zone ma il problema non è fare pop (anzi!) o fare featuring. Il problema è che la canzone con Sfera è orribilissima, altro che punk (presentatemelo voi il pusher che ve lo ha fatto scrivere) come quello con Gazelle. L'unico che personalmente mi risalta è quello con Tommy Dali che funziona ma siamo lontani dai picchi numerosissimi già raggiunti da Rkomi nella sua carriera.
    Oggettivamente non si fanno crescere gli artisti se poi si incoraggiano anche quando fanno qualsiasi cosa come questo mix di stili e featuring confezionato e super comfort zone.
    Mi ha molto deluso per esempio anche nel suo feat nel disco di Madame, una delle poche canzoni brutte di un disco memorabile.
    Ma io non sono un giornalista e non sento il bisogno di essere un fan a tutti i costi: un artista può fare grandi cose e subito dopo deludere.
    Per questo possono coesistere dei lati opposti e suggerisco di andarvi ad ascoltare il feat con Madame nel disco di Mace: dopo vari ascolti posso dire che è uno dei pezzi italiani più belli di sempre perché ci sono dentre 2 voci meravigliose, una melodia ariosa e popolare e soprattutto uno dei migliori testi mai sentiti. Perché i sali nel fiumiciattolo non sono secondi a nessun poeta e perché "scorro come acqua fra le roccie, come le ginocchia al suono della campanella".
    La bellezza è facile da riconoscere, come pure i kolossal di seconda mano.