Quattro ingegneri e una chitarrista jazz con un passato da metallara si trovano insieme e decidono di mettere in piedi una band. Sembra l’incipit di una barzelletta per music geeks. E invece è il curioso nucleo di persone attorno a cui ruotano i RogoredoFS. Un gruppo che, a giudicare dalla sua storia, sembra aver sviluppato negli anni una particolare predilezione per trasformare qualsiasi possibile inconveniente in materiale da racconto.
Del resto, quando il primo concerto della tua carriera coincide con la prima volta in assoluto in cui uno dei membri tocca una chitarra dal vivo e, com'è logico che sia, gli partono subito le prime due corde, forse è inutile cercare di opporsi al destino. "Il girone 'minors' dei concerti della provincia - ci raccontano - è costellato di episodi tragicomici, diciamo che una costante per noi è la sfiga".
Una sfortuna che, negli anni, ha assunto forme diverse: dal primo singolo, Psicosociale, rimandato perché la sua uscita era fissata l’8 marzo 2020 - giorno dell’inizio del lockdown - al primo disco, Retrovie dello Stato, pubblicato nel 2022 con il nome sbagliato. Persino il loro ultimo album è arrivato sulla "dannata piattaforma verde e nera" con qualche ora di ritardo rispetto alla mezzanotte italiana. Insomma, se il nome RogoredoFS prometteva puntualità, la loro storia sembra aver preso fin troppo sul serio il modello delle Ferrovie dello Stato.
Nata nel 2017 dall’incontro universitario tra Armando Rossi e Jacopo Poppi, la band ha progressivamente allargato la propria formazione fino a diventare il quintetto pavese che oggi lavora sulla propria idea di alternative rock italiano. Prima è arrivato Riccardo Senna, intorno al 2020, poi nel 2025 si sono aggiunti Marco Gazzoni e Marina Borlini, completando una formazione che in comune ha soprattutto una certa inclinazione per l’ingegneria e per la musica, non necessariamente in quest’ordine.
Armando, nato a Sulmona e pavese d’adozione, ha cominciato a fare il frontman a undici anni interpretando Troy Bolton nella versione paesana di High School Musical, prima di scoprire la chitarra a quattordici anni durante l’ora di musica, imparando come primo brano Jingle Bell Rock e, dettaglio non trascurabile, senza plettro. Oggi, quando non è impegnato con la band, fa l’ingegnere. Jacopo, nato a Correggio, è passato dal ragtime studiato sul pianoforte a muro ai sintetizzatori, mettendo insieme una passione per l’analogico e una certa dimestichezza con i VST che lo ha portato a occuparsi anche di una parte dei testi. Anche lui, naturalmente, è ingegnere nel biomedicale.
Riccardo, pavese classe 1996 e orgoglioso di condividere il compleanno con Gino Paoli, è arrivato invece allo strumento quasi per necessità. "Ho iniziato perché, quando da adolescente mettevo su i primi gruppetti con gli amici, di base mancava sempre e solo il bassista". Poi, quella che doveva essere una soluzione d’emergenza è diventata una vocazione, fino a trasformare il basso in uno strumento amato proprio perché "vive nelle retrovie, ma, se sbaglia una nota, se ne accorgono tutti". Anche lui, almeno per ora, alterna la musica all’ingegneria.
A spezzare questo monopolio ingegneristico arriva Marina Borlini, unica non appartenente alla categoria e musicista con una formazione decisamente più articolata: il primo amore per la chitarra nasce ascoltando John Mayer, passa attraverso il metal e gruppi come System Of A Down, Biffy Clyro, Paramore e Foo Fighters, fino all’approdo in Conservatorio per studiare chitarra jazz. Una formazione accademica che non ha però mai cancellato la passione per la distorsione, rimasta "sempre e comunque il mio primo amore". A chiudere il cerchio ci pensa Marco Gazzoni, batterista con un dottorato in ingegneria informatica, che suona da quando aveva tredici anni e oggi lavora come ricercatore all’Università di Pavia. Per lui, in fondo, le pelli e i piatti servono anche nella vita di tutti i giorni a "mantenere il ritmo".
Con una collezione di percorsi così particolare, appare quindi naturale che la band abbia sviluppato un processo creativo altrettanto variegato. Un metodo basato sulla combinazione di materiali spesso nati anche lontano dal loro quartier generale, ovvero la sala prove: testi, idee, registrazioni vocali e note audio catturate nei momenti più improbabili. "Ogni membro - ci raccontano - porta testi, idee in note audio create in momenti randomici e da lì creiamo i nostri figli, uno dopo l’altro".
E questa prassi lascia inevitabilmente spazio tanto alla gestazione lunghissima quanto all’illuminazione improvvisa: Zyggurat, per esempio, è un brano rimasto in lavorazione dal 2019 al 2026, mentre L’Abisso è nato praticamente in un pomeriggio per poi essere rifinito direttamente in studio. Non c’è dunque un’unica strada per arrivare a una canzone, se non quella di partire da una scintilla e "alimentare tutti insieme il fuoco". Ed è probabilmente proprio qui che si trova il centro della loro identità: nella capacità di far convivere cinque percorsi diversi senza cercare di cancellarne le differenze.
Anche perché, quando si prova a capire da dove arrivi la musica dei RogoredoFS, la risposta è vasta tanto quanto il retroterra culturale dei suoi membri. Armando è partito da Centoundici di Tiziano Ferro, passando poi da adolescente ai Guns N’ Roses e Dalla, De André e Afterhours negli anni dell'università, durante i quali ha scoperto che "si potesse scrivere rock in italiano". Jacopo arriva invece con un bagaglio più irrequieto, in cui convivono Post Nebbia e Cani, Thom Yorke, King Gizzard & the Lizard Wizard e Beatles, oltre a una passione per Pop X e Paul Kalkbrenner che, a suo dire, lo porta ormai a "non starci più dentro".
Riccardo ha attraversato Red Hot Chili Peppers e Metallica prima di approdare ai Beatles, riavvicinandosi negli ultimi anni alla musica italiana attraverso Fast Animals and Slow Kids, Marco Castello, Zen Circus e Nu Genea. Marina parte da John Mayer e si forma tra metal e pop-rock anglofono, con Paramore, Hayley Williams, Aurora e Arctic Monkeys tra le sue influenze più recenti. Marco, infine, preferisce da sempre non fermarsi a una specifica categoria musicale: i suoi ascolti cambiano continuamente, ma c’è una costante irrinunciabile, "che ci sia un bel groove di batteria ad accompagnare".

Un insieme apparentemente difficile da ricondurre a una formula unica, ma che proprio per questo finisce per trovare una sintesi naturale nella definizione che i RogoredoFS scelgono per se stessi: alternative rock italiano. Da una parte c’è l’energia della musica rock, con una forte componente post-punk. Dall’altra l’attenzione per la parola e quella vena poetica che appartiene alla tradizione cantautorale italiana. Il punto d’incontro è un processo creativo che non sembra avere molta voglia di accontentarsi della prima soluzione possibile: "Spendiamo ore, giorni, probabilmente settimane, alla ricerca di suoni, idee, testi". Il risultato è una musica che prova a "denudare il mondo in cui viviamo", osservandolo attraverso una lente che non rinuncia né alla potenza delle chitarre né alla necessità di dare un peso preciso alle parole.
Ed è proprio da questa crasi tra suono e testi che nasce Alternativo a cosa?, il loro nuovo disco. Un titolo arrivato quasi per caso e diventato progressivamente una sorta di domanda-guida. "Quando fai tutto da solo - spiegano i RogoredoFS - finisci per confrontarti con ogni tipo di interlocutore musicale, compresi quei nostalgici che sembrano avere già deciso quali generi possano essere considerati legittimi e quali no".
Alla consueta domanda "ma voi che genere fate?", la risposta non poteva che essere altrettanto rituale: "alternative rock cantato in italiano". Finché qualcuno non ha risposto con un’espressione smarrita e una domanda apparentemente innocua: "Alternativo, a cosa?". I RogoredoFS hanno riso, ma quella frase è rimasta lì. Abbastanza a lungo da trasformarsi in titolo e, soprattutto, in una lente attraverso cui rileggere il materiale che avevano accumulato negli anni.
Perché Alternativo a cosa? non è nato seguendo un concept prestabilito. I suoi brani sono stati scritti "di pancia, in momenti diversi e con approcci diversi, dal pezzo più ragionato a quello più spontaneo, fino a canzoni rimaste per anni in un cassetto e poi recuperate quasi per caso". Eppure, una volta messi tutti insieme, hanno cominciato a raccontare la stessa cosa. O meglio, lo stesso universo: quello di chi non si riconosce necessariamente nella maggioranza, di chi viene definito "alternativo" proprio perché si trova ai margini della corrente principale. "Sono canzoni - sottolinea la band - che, per quanto venissero da un’esigenza apparentemente isolata, descrivevano tutte lo stesso universo: quello dei nati per subire", per usare una definizione degli Zen Circus.
Il titolo del disco smette allora di essere soltanto una battuta da conversazione tra musicisti e diventa un ragionamento più ampio: perché sentiamo sempre il bisogno di definire ciò che ascoltiamo in base a ciò da cui si differenzia? Una domanda che i RogoredoFS hanno iniziato a rivolgere alle proprie canzoni e poi, quasi inevitabilmente, a tutto ciò che li circonda. E in quest'ottica questo loro secondo album prova a muoversi in quellazona di confine in cui rock, post-punk, cantautorato, elettronica e influenze diverse non hanno necessariamente bisogno di chiedere il permesso per convivere.
Forse è anche per questo che la storia dei RogoredoFS sembra funzionare meglio quando smette di essere una semplice unione di generi eterogenei e diventa quella di persone che hanno trovato un modo comune per trasformare percorsi molto diversi in qualcosa che prima non esisteva. Quattro ingegneri e una chitarrista jazz amante del metal, cinque ascolti differenti, anni di canzoni accumulate, qualche sfortuna logistica e una sala prove incastonata tra le "lande desolate pavesi".
Alla fine, più che una risposta alla domanda "che musica fate?", Alternativo a cosa? sembra voler restituire il quesito al mittente. Perché forse essere alternativi al giorno d'oggi non significa necessariamente trovarsi dall’altra parte di qualcosa. A volte significa semplicemente non avere nessuna intenzione di scegliere una sola strada.
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L'articolo RogoredoFS: alternativi a cosa? di Luca Barenghi è apparso su Rockit.it il 2026-08-06 13:32:00

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