Remo Remotti - Roma, 22-12-2005 Intervista

23/01/2006 di Marco Daretti

Remo Remotti ha cominciato con la pittura. Come attore invece lo abbiamo visto nei film di Moretti, Scola, Loy, Bellocchio, Bolognini. Persino nel “Padrino parte III” di Coppola. Ha proseguito poi con la scrittura, passando per il teatro, fino ad arrivare alla recente avventura discografica. Diviso, come Garibaldi, tra Europa e SudAmerica, è diventato nel frattempo un personaggio “di culto”. Mi accoglie nella sua bella casa nel quartiere Prati, a Roma, per raccontare qualcosa della sua vita, rivolgendosi soprattutto a chi ha ancora tutta una vita davanti.



Remo, hai fatto di tutto nella vita: pittore, attore, scrittore, poeta… E ora, ad ottant’anni, sei assurto quasi al rango di “guru”, specialmente presso un pubblico di giovanissimi. Che spiegazione ne dai? Come mai così tardi e come mai soprattutto con i ragazzi?
Caro fratello, anzitutto il discorso del tardi e del presto non ha molto senso, perché le cose arrivano al momento giusto. Grandi poeti e scrittori come Rimbaud, Kafka, Leopardi, o Mozart tra i musicisti, hanno fatto cose eccellenti da giovanissimi, ma ognuno ha i suoi tempi. Io per esempio, nè da giovanissimo nè da adulto cinquantenne, ero in grado di fare quello che faccio oggi: se le cose vanno bene, c’è sempre un’evoluzione. Buñuel ha fatto dei capolavori alla mia età, Mario Monicelli ha novant’anni e ancora lavora. Il riscontro coi giovani è la massima prova che tu stai nel giusto, perché i giovani non vanno tanto per il sottile, sentono se uno è un cretino o meno. Quindi il loro affetto e la loro approvazione mi fanno immensamente piacere, è una grande gioia.

In effetti mi piace atteggiarmi un po’ a guru anche se non lo sono assolutamente e non voglio insegnare niente, ma vorrei dare solo delle informazioni ai piu giovani. Che è appunto ciò che faccio attualmente su RadioRock ogni domenica con la mia rubrica chiamata “Con Remotti alla ricerca di Dio”. Sono convinto che nella vita, con tutti i problemi che ci sono, anzi proprio per tutti i problemi che ci sono, la cosa più importante è trovare questa dimensione spirituale e religiosa. Ognuno poi la trova a modo suo. Io mi limito a dare delle dritte, parlando di maestri spirituali di varie estrazioni e vari continenti: buddismo, ebraismo, islam, tutto. Sono cose importanti, perché di solito nel nostro paese si nasce cattolici e poi si rimane cattolici, spesso un po’ alla carlona. Oppure si esce dalla Chiesa Cattolica e ci si proclama laici, o addirittura atei, e non si sa quante cose meravigliose, utili e interessanti si perdono affinchè una persona possa vivere una vita migliore, piu equilibrata, armoniosa e piena d’amore. Io ho scoperto questa cosa col tempo, circa una trentina d’anni fa. Mi ci dedico giornalmente e, sì, faccio un po’ il guru.

Tra tutte le tue attività artistico-lavorative, qual è quella che ti è piaciuta o gratificato di più?
Il mio grande amore è stato la pittura. È il tipo di arte che ho fatto per prima, e che continuo a fare con grande passione e interesse. Tutto quello che è venuto dopo è stato un “di più” e l’ho sempre fatto con la mano sinistra… Per la verità, il cammino dell’uomo è strano, non è mai una linea retta, ma è pieno di curve, di ritorni. Io nella mia pittura ho dato tutta l’anima e l’affetto e ho avuto anche delle soddisfazioni: il solo fatto di lavorare è gia una gioia! Ma confesso che con la scrittura, con alcuni miei libri umoristici e soprattutto con le mie poesie e con queste rappresentazioni che faccio da qualche anno con i giovani, in modo alquanto “alternativo”, ho trovato forse ancor di più me stesso. Inoltre ho avuto la gioia di avere una certa popolarità, di essere amato, riconosciuto: tutte cose che con la pittura ero lungi dall’ottenere. L’attore lo faccio per mangiare, per divertimento, ma me ne frega fino a un certo punto. D’altronde non penso di essere un vero attore.

Nel corso del 2005 è uscito anche un cd, intitolato “Canottiere”, contenente molti dei tuoi reading. Dicci qualcosa di questo disco: com’è nata l’idea, com’è stata realizzata, se sei soddisfatto del risultato…
Per il disco ho avuto la fortuna di incontrare la persona giusta: un certo Giampaolo Cantini, intraprendente quarantenne che dirige la casa discografica ConcertOne. “Canottiere” contiene ventuno poesie che sono le mie poesie piu popolari del momento. Ne abbiamo vendute quasi 2.000 copie, quindi siamo contenti, tant’è che in questi giorni stiamo preparando un nuovo cd con nuove poesie. Io poi me li faccio dare dall’etichetta, me li vendo, ci guadagno due lire, mi diverto e indubbiamente tutto ciò mi dà molta gioia e soddisfazione. In fin dei conti, gli artisti vogliono comunicare, e quando si dice “comunicare” si sottintende che uno è diventato un po’ conosciuto, che ha un certo nome e approvazione da parte del pubblico. Questo è difficile da ottenere con la pittura, a meno che non sei davvero un grandissimo. Ma anche i grandissimi mi sa che in italia li conoscono poco… I contemporanei hanno sentito parlare di un certo Michelangelo, di un certo Leonardo, e basta. Poi gli parli di Burri, di Fontana, di Vedova: non sanno niente. Invece queste poesie mi hanno reso alquanto popolare e poi sono convinto che queste cose sono la parte più genuina di me stesso, in cui raccolgo tutta l’esperienza di una vita.

Per quanto riguarda la musica, che generi ti piace ascoltare?
A me piace tutta la musica, in primis la musica classica. Però con la vita che facciamo abbiamo poco tempo per dedicarci a questo o quell’altro. Come musica leggera, amo molto Leonard Cohen, Bob Dylan, Rino Gaetano. Da ragazzo ho amato il jazz, Louis Armstrong, e poi i Beatles. Ma c’è il problema del tempo: uno ama la musica, la lettura, ama studiare, lavorare, fare tante cose, ma non si ha il tempo di fare tutto.

Spesso si parla di te come del “Bukowski italiano”. Questo paragone ti lusinga, ti infastidisce, o tu sei troppo “altro” rispetto a Bukowski?
Mi fa molto piacere, perché Bukowski è stato un grande, e forse è vero che abbiamo delle cose in comune. Io per fortuna non lo conoscevo fino alla fine degli anni ‘70. Verso il ‘75 ho scritto una mia autobiografia. Ho cercato di trovare un editore, poi ho finito per pubblicarlo con soldi miei perchè un editore disponibile non s’è trovato! Uno di questi editori da cui sono stato era Paolo Flores d’Arcais, il quale disse che aveva letto il mio manoscritto e che gli era piaciuto, ma non rientrava nei suoi piani editoriali. Eravamo nel ’76-’77 e lui mi disse: “Conosci Bukoskwi? No?! Leggilo!”. Evidentemente aveva individuato delle affinità. Affinità che secondo me sono queste: il sense of humour, l’amore per le donne e l’amore per la verità. Ma anche la trasgressione che lui ha sempre adottato in tutto e per tutto, nella sua vita privata e nei suoi scritti, che poi le due cose sono intimamente collegate. Io, più vado avanti, più sento l’esigenza di dire queste verità. Mi piace dire quello che mi passa per la testa, talvolta rasentando il codice civile o penale! Sono capace di dire qualsiasi cosa, perché con l’età non te ne frega piu niente di niente... Però c’è un fatto fondamentale: io non so come facesse Bukowski a bere come un dannato, a fumare come un disperato, e probabilmente a mangiare come un maiale, e poi a lavorare facendo quel tipo di vita… Lui aveva due cose concomitanti: la disperazione e l’autodistruzione. Io invece punto esattamente all’opposto: non bevo, non fumo, passo praticamente tutte le mattine in palestra. Cerco di campare il meglio possibile, e cioè di cercare la positività, stare in pace e stare sano, che qua s’ammazzàmo con le mani nostre… Comunque lui è un genio, e stato un grande e ben venga ogni paragone. E comunque ci sono stati tanti “casi” nell’arte di esempi autodistruttivi: Modigliani, Carmelo Bene, Piero Manzoni che è morto a 32 anni di alcol, e su questo io la penso diversamente. E un’altra cosa in comune con Bukowski è l’amore per le donne. A me le donne piacciono moltissimo e, siccome l’età non esiste, cerco di dare il meglio con qualsiasi donna che ho sotto mano…

Ecco, a tal proposito, tu hai detto in una qualche tua performance una frase molto ad effetto: “La fica non vale più un cazzo”. Ma questo contrasta con la tua esperienza di vita, da grande amante delle donne. Cos’è, una boutade o ne sei veramente convinto?
Non è che il significato sia propriamente quello. Io dico che, come per il mondo occidentale il comunismo è stato un grande valore, anche se ormai scomparso, per noi oggi il grande valore è la fica. E anch’essa potrebbe sparire: sarebbe catastrofico, ma un giorno ci si potrebbe svegliare e accorgersi che la fica non esiste più. Sarebbe un colpo molto duro… ih ih ih!

Probabilmente il tuo componimento più famoso è “Roma Addio”, in cui descrivevi con minuziosa amarezza la Roma degli anni ’50 da cui sei voluto scappare. Quella Roma puttanona, borghesuccia, menefreghista… Poi, dopo tanti anni in giro per il mondo (Perù e Germania soprattutto), sei tornato. Come la trovi la tua Roma oggi? Sempre la solita sorniona mignotta?
Fare dei paragoni è quasi impossibile, ad essere onesti. I cambiamenti sono totali, molti in peggio e molti in meglio. La mia storia è questa. Ognuno di noi nasce in un certo contesto sociale e probabilmente qualsiasi contesto ha degli aspetti negativi e positivi, sia se nasci alla Garbatella che ai Parioli. Io sono nato in un contesto borghese, “pariolino”, e ho sempre avuto amici e parenti tutti di questa estrazione. Ti assicuro che la mentalità della borghesia di oggi non è cambiata poi di molto rispetto a quella di ieri. E’ chiaro che l’appartenervi comporta dei vantaggi, perché nella nostra società comanda la borghesia, non certo il proletariato, anche se per fortuna oggi le distanze si sono avvicinate moltissimo e quindi certe differenze di classe non esistono quasi più. Ma nascere nella borghesia vuol dire che hai dei genitori che hanno viaggiato, che hanno una certa cultura di una certo tipo, nel senso che a casa almeno troverai qualche libro, qualche disco di musica classica, parleranno una qualche lingua straniera… Poi c’è il vantaggio economico: puoi studiare, ti mandano all università, ‘ste stronzate qua. Però queste “gabbie dorate” sono tremende perchè un giovane che si trova incapsulato in tali gabbie non capisce niente , non sa dove stanno i valori ed è quasi costretto dai genitori a seguire le loro orme e probabilmente si troverà male. Perché lì quello che comanda sono i soldi, le convenzioni, i tabù, i preconcetti e, perché no?, una sorta di fascismo e razzismo striscianti… Questo è ciò che ho provato io. D’altronde io sono nato, non solo nel cuore della borghesia romana, ma anche in pieno fascismo. Sono nato nel ‘24, l’anno in cui hanno ammazzato Matteotti, a due anni dalla marcia su Roma. Ho vissuto tutta quella “buffonata tragica” che è stato il fascismo, dagli inizi fino al 25 luglio ‘43 e alla fine della guerra. Ho conosciuto bene questa borghesia che per il 99% fiancheggiava i fascisti o i preti e i cattolici. Io mi sono trovato imprigionato in questo mondo. Roma era, ed è ancora oggi sotto certi aspetti, come un piccolo paese in cui ci si conosceva tutti: conoscevi i nomi della gente in alto, della gente chic, dei playboy, di questo e di quell’altro. Ma tutto ciò in una mancanza spaventosa di cultura e di aperture mentali. A cinquanta o ad ottant’anni puoi avere le idee chiare, ma a vent’anni che puoi capire? Capisci soltanto che sei costretto a prenderti una laurea perchè così vuole la società in cui vivi, imparare qualche lingua etc… Io personalmente non avevo un’identità, anche perché mio padre era morto che io ero piccolo, e non sapevo che volevo fare nella vita. Avevo lavorato con gli americani, facendo l’interprete per loro quando entrarono a Roma, dato che conoscevo l’inglese. Ma mi trovavo a disagio in una società dove ero indubbiamente un privilegiato, epperò non potevo concepire la mia vita a rafforzare questi privilegi di cui godevo. E allora ho sentito la necessità di sfasciare tutto, come ha fatto il grande Buddha o il grande San Francesco d’Assisi! Devi provarle tutte, devi uscire dalle “prigioni di stato”. Io sono andato in Perù, ho fatto un sacco di mestieri, sono finito pure due volte in cliniche psichiatriche: mi sono fatto il culo, insomma. E in tutto questo non esistono solamente i problemi al di fuori di te, oggettivi, ma anche i problemi soggettivi: la madre di un certo tipo, il padre che non c’era, la famiglia che ti opprime, problemi esistenziali di carattere anche psicologico o addirittura psicanalitico. Devo essere molto grato agli dei se ho fatto tutti ‘sti casini e m’è andata bene, perché potevo pure rimetterci la pelle in qualche situazione... Ma paragonare la Roma di oggi a quella di ieri è praticamente impossibile: per alcune cose è meglio per altre è peggio, è fatale che sia così. Se non altro, almeno, ora c’è una certa cultura che circola, a cominciare da voi giovani che siete in gamba…

Chi è il personaggio più straordinario che hai conosciuto in vita tua?
Non è semplice da dire, così, a freddo. Ci sono stati degli amici molto importanti per me, ma pochi. Come le donne della nostra vita, che sono cinque o sei. Io ho avuto due mogli, poi quattro o cinque donne importanti, ciascuna per una ragione. Così anche con gli amici: non uno solo, ma una serie di amici. Ad esempio Renzo Matteucci, di qualche anno più grande di me. L’ho conosciuto che eravamo ragazzi, al Tevere, facendo canottaggio: mio padre sin da piccolissimo mi portava a fare il canottiere, da lì il titolo del mio cd. Renzo mi ha impressionato molto, ed è lui che è stato quasi un guru per me. Una bella figura, un grande sportivo: giocava a rugby, faceva canoa, era un medico, poi ha fatto il pittore, ha girato il mondo come medico di bordo. Per diletto ha fatto persino l’aviatore. Ma era soprattutto una persona libera, menefreghista, trasgressiva. Ecco, lui è stato un maestro. Io a quell’epoca, invece, ero ancora timido e un po’ conformista, attento a quello che diceva la mammina, ‘ste cazzate qua. Poi c’è stato l’amico che m’ha aiutato ad andare in Perù. Poi il grande Renato Mambor, che è un pittore contempraneo vivente, il quale mi ha instradato nella pittura e che, insieme al comune amico Rodolfo Roberti, regista, mi ha spinto sul palcoscenico alla soglia dei cinquant’anni anni, dando vita a tutta la mia attività di attore. E’ molto positivo avere dei buoni amici nella vita.

Hai da poco aperto un tuo sito internet, remoremotti.net. Chi lo cura? E qual è il tuo rapporto con la tecnologia? Per scrivere usi il computer, la macchina da scrivere, o semplicemente carta e penna?
E’ sempre merito di Giampaolo Cantini che, curando un po’ i miei interessi come discografico, mi ha proposto di aprire un sito internet. Io della tecnologia contemporanea so usare e amo solo i telefonini, per i quali m’è venuta una specie di fissazione , ne ho comprati una ventina…

Infatti hai un modello molto avanzato (una specie di console portatile)...
Be’, sì, ma neanche poi tanto. Ho quelli che fanno le fotografie, i filmati, ma il computer non lo voglio neanche vedere. C’è mia figlia invece che è brava col computer, e poi c’è Cantini: sono loro che mi informano delle email e provvedono al sito.

A proposito di tua figlia adolescente: spesso viene da te citata, però aggiungi che non sempre è orgogliosa di suo padre. Mi domando come si possa non esserlo…
Anzitutto a casa nostra, per fortuna, si scherza. Io ho instaurato questo sistema, sia con mia moglie che con mia figlia: noi giochiamo. Ma, come diceva Freud, alla fine gli scherzi sono cose serie. In realtà con mia figlia ho un rapporto meraviglioso perché lei, tra l’altro, non perché l’abbia voluto io, è molto simile a me. Nel senso che è una grande sportiva, e meno male, perché avere sedici anni è un momento un po’ difficile, e lo sport la aiuta a mantenere un certo equilibrio di vita. Poi è molto dotata per la pittura, è spiritosa, fa i disegni umoristici. Ci vogliamo un bene dell’anima, però indubbiamente io sono un po’… stranuccio (ghigna, NdR)! E allora qualche volta lei si incazza. Specialmente, la cosa più “tragica” e se io in qualche modo lascio trapelare questo mio amore per le donne, per le fidanzate: a lei scoccia moltissimo. Allora, qualche volta anche duramente, mi rimprovera: “Papà, smettila di dire stronzate, levati quel cappello!”. Insomma mi contesta, e io ubbidisco, non mi metto certo a fare problemi, che cazzo me ne frega. Chiaramente lei vive in questo ambiente un po’ borghese e ne assimila alcuni aspetti. Invece io, ad esempio, sfuggo orgogliosamente al consumismo. Vedi questa giacchetta qua? Costa due euro. Queste scarpe, non ci crederai, l’ho pagate tre euro, a Porta Portese. I pantaloni me l’ha regalati un amico. Il telefonino l’ho comprato usato, l’orologio me l’ha regalato una produzione cinematografica. Ho molti difetti, ma una delle mie qualità è quella di essere “spartano”: non mi piace spendere cifre assurde - anche perché non ce le ho! - per stronzate come andare a cena fuori o comprarsi una giacca da cinquecento euro. Per carità, non esiste! So’ fatto così, so’ rimasto il pittore bohémien di un tempo. Gli unici soldi… (a questo punto, con la mano, fa il più classico dei gesti a riferimento sessuale, NdR) per la sorca…

Visto che, come ami ripetere, hai iniziato tutte le attività ad un’età più tarda rispetto alla media di altri artisti, quante cose ancora ci sono che non hai fatto e che vorresti fare?
Se vai a stringere, t’accorgi che, per tutta la vita, fai piu o meno le stesse cose. Però speri sempre di farle meglio. Se fai l’attore speri di trovare un regista che ti dia una parte più bella della precedente. Se fai il pittore, speri di migliorare. Io che scrivo anche libri, sono contento perché adesso dovrebbe uscire una mia cosa con Einaudi, che è un grande editore. Con le donne, poi, non si finisce mai di imparare. Comunque l’importante è la salute, sennò ce la prendiamo nel culo!

Un saluto o un messaggio ai lettori di Rockit.
Volemose bene, fratelli! Sono felice di aver fatto quest’intervista con te, perché siete ragazzi carucci, sensibili, intelligenti e spero… di sinistra. Ciao cicci!

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