Pacifico - Roma, studi Rai via Asiago 10, sala A, 13-02-2006 Intervista

08/03/2006 di

Alla fine mi sono dovuto imporre di andrmene. Sennó con Pacifico, all'anagrafe Gino De Crescenzo, avrei rischiato di continuare a chiacchierarci per sette-otto ore filate. Di tutto: ci siamo ritrovati addirittura a mettere sotto la lente singoli versi delle canzoni del suo nuovo disco, "Dolci Frutti Tropicali". Senza accorgercene. Pacifico - in piena armonia con lo pseudonimo, che più azzeccato non avrebbe potuto sceglierselo - è uno chiaro, pacato, che sa quel che dice e, soprattutto, non dice troppo. Queste le battute più succose di un'abbondante intervista post-concerto



Gino, ti hanno chiesto tutti com’è nato lo splendido “Dolci Frutti Tropicali”, tuo terzo disco. E tu hai raccontato di aver caricato in macchina il cane, qualche strumento e di esser partito, in pieno autunno, alla volta di diverse località di mare nostrane. Nessuno, però, ti ha chiesto: perché sei partito?
Avrei voluto star fuori un mese. Poi, giorno dopo giorno, per un motivo o per un altro, rimandavo il rientro a Milano. Alla fine di mesi ne sono trascorsi sette, quasi otto – fra case affittate, amici che mi ospitavano. Inizialmente credevo solo di voler allungare l’estate. Alla luce di quanto è accaduto è chiaro – ma è divenuto tale in itinere – che avevo bisogno di starmene da solo, di girare, di tacere e scrivere nuove canzoni.

E quanto è uscito fuori, il disco prodotto da Radio Fandango, con quel mare incorniciato nella gelida copertina di Tanino Liberatore, non trovi sia quanto di più rivoluzionario si possa concepire oggi? In un contesto musicale in cui tutti urlano, strillano, si pigliano a gomitate e impongono la loro, tu acchiappi baracca e burattini, saluti le feste e i concerti, ti rinchiudi a Fregene, scrivi e partorisci un disco gelido e caldissimo al contempo.
In effetti la speranza era proprio questa. Sono partito per questo viaggio – anche un po’ casareccio, se vuoi, un atipico on the road di mare invernale, niente di granché esaltante – per combattere la retorica. Quando compongo, sebbene il nucleo del pezzo arrivi sempre d’istinto, trascorro poi mesi a limare, togliere e soprattutto, a combattere la retorica. Che non sopporto. Solo così si dà valore aggiunto ad una canzone.

Quei “cumuli e crocchi” di manzoniana memoria, che citi in un pezzo del disco, rientrano proprio in questa ottica. Penso che dopo Manzoni solo tu abbia utilizzato “crocchi”.
(Ridiamo di gusto). Esattamente. Scherzi a parte, magari i “crocchi” sono un po’ esagerati, lo ammetto. Però il senso è quello.

Ne sono usciti, dunque, dieci idilli, nel senso pieno e buono del termine: non solo superficialità, ma attraverso una serie di semplici elementi (il mare, la spiaggia, la nuvola, l’aeroplano, l’altalena) allarghi poi lo sguardo a quanto ti circonda.
Cerco sempre di tessere una trama interessante da penetrare. Magari anche un po' criptica. Gli amici sentono i dischi e mi chiedono che diavolo abbia scritto in quel pezzo piuttosto che nell’altro. Io ogni volta ripeto che dietro alle figure mostruose che mi intrigano, dietro all’apparente depressione c’è sempre un aspetto fondamentale che poi è quello che dà il senso del singolo brano. Mi piace raggiungere e, soprattutto, nascondere la complessità con elementi diretti, semplici.

E infatti l’aspetto crepuscolare – pur imperante – in “Dolci Frutti Tropicali” pare infine lasciar spazio ad una ritrovata serenità, che è il vero tema di fondo.
Si, anche a me pare così. Anche se su questo disco ne ho sentite di tutti i colori. L’unica cosa che so è che ho tentato di limitare la frammentarietà tematica che di solito segna la mia scrittura per dar vita a qualcosa di più unitario. Poi mi è scappato di mano più dei precedenti, ed è anche giusto che viva nelle orecchie e nelle teste di chi lo ascolta.

Perché dopo tre dischi – e con le carte illustri che puoi vantare: nell’ambiente tutti professano per te “massimo rispetto” e sgranano gli occhi – ancora ti manca la vera notorietà fra la gente?
Saperlo. In realtà devo rimproverarmi molti errori; accidenti se devo rimproverarmene. Tipo la cattiva gestione che ho portato avanti di Sanremo, nel 2004: brutta esibizione, per esempio. Ma in fin dei conti, e te lo dico davvero in onestà, prima e dopo quel momento non ho mai cercato la popolarità. Anzi, ti dirò di più: dopo questo disco comincio davvero a calarmi molto bene in questa situazione un po’ particolare, recintata diciamo. E’ così e basta.

Forse è dipeso un po’ dal percorso atipico: prima anni coi Rosso Maltese in giro per l’Italia, poi la stagione autoriale, solo nel 2001 l'album omonimo d'esordio…
Probabilmente anche dal fatto che ho sempre teso ad concepirmi prima di tutto come musicista. Per anni. E solo molto tardi, cinque anni fa, ho unito musica e parole, mettendoci il fiato e cantando quanto scrivevo.

L’esperienza coi Rosso Maltese, su e giù per lo stivale col furgone, ti avvicina a quel panorama indie che ultimamente sta lanciando dal cilindro diverse belle realtà: se ti dico Baustelle, Marta Sui Tubi e compagnia…?
Ti rispondo che stimo moltissimo quell’ambito – cui ho avuto modo di avvicinarmi anche al MEI: dei Baustelle in particolare mi colpisce la chiarezza disturbante dei testi. Un po’ quel che dicevamo prima: ti arriva qualcosa che superficialmente non credevi quella canzone stesse passandoti. E’ lì che bisogna anche guardare, a quell’onesta compositiva.

Chiudo chiedendoti di definirti ad uso e consumo di chi ignora Pacifico. Com’è, Gino De Crescenzo?
E’ uno dedito. Molto dedito a quel che fa. Punto.

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