Velvet - Roma, via telefono, 14-07-2005 Intervista

14/07/2005 di

I Velvet stanno vivendo un tour sensazionale. Sono saliti, negli ultimi mesi, sui palchi delle rassegne musicali più imponenti del Paese: Primo maggio, Heineken e soprattutto Live 8. Ma anche nei club di medie dimensioni registrano puntualmente il tutto esaurito. Sull'onda delle tante serate e - ancora – del successo della sanremese "Dovevo dirti molte cose" una fetta sempre più larga di pubblico sta inoltre riscoprendo, in ritardo di qualche mese, il bel disco "Dieci motivi", uscito nello scorso ottobre. Tutto ciò significa una cosa sola: hanno finito di fare i conti col loro passato più easy e plastificato. Oggi, dire Velvet significa insomma dire qualcosa di sostanzialmente differente. Ne parlo al telefono con Pierluigi Ferrantini, voce e chitarra della band capitolina. Convinto che questo nuovo trend sia quello giusto.



Pier, di questo disco, "Dieci motivi", continuano tutti a dire che è duro, oscuro, arrabbiato, cattivo. Neanche fosse un neomanifesto dark. Io credo semplicemente sia un lavoro realista, nei testi, e graffiante, nelle musiche. Oltre che da lodare anzitutto per l'enorme coefficiente di rischio che comportava.
Pier: Hai ragione. E' semplicemente un lavoro uscito fuori in un certo modo. Davvero spontaneamente, da sé. Certo, si sente una cupezza di fondo, che poi è anche quel sentimento che avvolge le nostre vite quotidiane. Basta accendere il televisore. È il resoconto del nostro stato d'animo, che non è necessariamente oscuro e triste: è la presa d'atto di una certa situazione, nei suoi lati costruttivi e negativi.

È un disco che, senza dubbio, poteva - e così è stato, in parte - risultare impopolare. Soprattutto guardando al vostro passato. E molte sono state le scelte che, apparentemente impopolari (vedi il primo singolo "Luciano ti odio"), hanno poi tirato fuori i nuovi Velvet. Ma da tutto ciò non pensi che il pubblico ne sia rimasto un po’ disorientato?
Pier: Assolutamente si. Però che dirti, era quel che ci sentivamo di fare. "Luciano ti odio", forse, è stato l'unico vero passo falso: credevamo potesse rendere di più. Per il resto abbiamo davvero fatto ogni nostra scelta in assoluta spontaneità. Anche per San Remo ci hanno dato contro in molti: è andata e, per dire, quando meno ce l'aspettavamo è servita addirittura a riportare attenzione sul disco, che era partito maluccio.

Che accoglienza ha avuto "Dieci motivi"?
Pier: Abbiamo dovuto sfondare un sacco di porte, molto pesanti. Sia nei media sia col pubblico. In Italia si ragiona per stereotipi, tutti dicono le stesse cose. Appena uscito, difficoltà grosse a farlo accettare, a spiegare la nuova situazione, semplicemente a domandarne un ascolto scevro da pregiudizi. Oggi, dopo mesi di live convincenti e un San Remo fortunato (per noi, nonostante l'eliminazione), tutti a dire che è un disco da paura. È così, ci sta.

A proposito di live: chi è che viene ai vostri concerti?
Pier: Certo non è un pubblico che segue la scena indipendente, anche se pure in quel contesto, che è poi il vostro di Rockit, iniziano a guardarci con qualche pregiudizio in meno. Tornando alla domanda: anzitutto è un pubblico più numeroso. Poi, non è un pubblico di teen-agers, se non in minima quantità. C'è gente fra i 20 ed i 30 anni, anche sopra. Gente che s'è avvicinata in vari modi, che magari prima non ci seguiva. E sai una cosa? Sono ragazze e ragazzi davvero attenti ai testi: dalle mail che ricevo, dalle chiacchierate che faccio riscontro davvero molta attenzione a quel che ho scritto, prima ancora che al suono.

Evidentemente - e lo dico senza dubbi - perché, a parte qualche episodio, ciò che scrivi è assolutamente privo di retorica, nella peggior connotazione del termine. E ci si ricollega a quel realismo di prima, a quell'aderenza genuina e, anche, disillusa alla realtà quotidiana. Ma alludo anche al fattore linguistico. Quando sento utilizzare un participio passato come "giunto" mi si accappona la pelle: i Velvet, nel disco, usano "arrivato". Per fortuna. Finalmente.
Pier: Sono molto felice di un'osservazione del genere. Credo sia proprio il motivo centrale per cui sento, soprattutto quando salgo sul palco, un'attenzione massiccia per i testi. L'obiettivo finale, poi, rimane quello: trasmettere - oltre alle scariche elettriche della musica - dei contenuti che qualcun altro possa far propri. Forse adesso riusciamo molto meglio anche in questo.

E pure sul suono, invece, torniamoci sopra. Che non è stato un cambiamento da poco. Come è stato preso? Insomma: fra "Un altro brutto giorno" e "Boy band" ci passa un continente. E poi è proprio l'approccio ad essere diametralmente opposto.
Pier: Ti racconto un aneddoto. Dopo l'esibizione al Live 8 mi sono arrivate diverse e-mail dagli Stati Uniti spedite da gente che non aveva capito un cazzo assoluto di quel che avevamo cantato al Circo massimo ma che è rimasta colpita dai pezzi, dai suoni, dalla struttura delle canzoni. Ecco come è stato preso il nuovo sound, anche qui in Italia. Alcuni ci hanno riscoperto del tutto. Altri continuano a tirarci ortaggi, ma ce li prendiamo tutti perché la strada da fare è tanta. (Ridendo) Però almeno all'Heineken il pubblico di Vasco - che è il più ostico in assoluto, e li biasimo per questo - ci ha risparmiato le bottigliate.

Merito di "Funzioni primarie".
Pier: È il pezzo che ci ha traghettato verso questa nuova sponda. È il riferimento. E continua ad essere la mia preferita in assoluto.

Un tour impegnativo. Siete già sui nuovi pezzi?
Pier: Stanno venendo fuori un sacco di cose. Molte basi, molti pezzi strumentali. Buon materiale che stiamo mettendo da parte. Oltre a registrare un po’ di canzoni dal vivo.

Quanti vaffanculi avete preso in questi ultimi mesi?
Pier: Ne abbiamo presi tanti, e ce li teniamo. Però ora cominciano a capirci. Qualche tempo fa suonavamo in vari luoghi e non era raro sentire che stavamo lì sopra pronti all'esibizione ma il pubblico non stava aspettando noi. E ce lo faceva pesare. Adesso no. Adesso cominciano a rispettarci anche gli altri musicisti che suonano con noi magari in occasioni come il Cornetto free music ed eventi simili. E in una situazione del genere scatta il rilassamento. Se sei rilassato sul palco, suoni meglio. E se suoni meglio cresci, convinci e tiri fuori prodotti sempre più validi.

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