Massimo Bubola - Rovito (CS), 04-07-2002 Intervista

09/08/2002 di Eliseno Sposato

Agli inizi degli anni ‘90 il fenomeno delle Posse cercò di mettere al centro dell’attenzione un nuovo linguaggio comunicativo: quello del rap, fiumi di parole legate dalla ferrea legge della metrica. Una della canzoni’ simbolo recitava “Potere alla parola”. Questa è stata la sensazione principale emersa durante il concerto acustico tenuta da Massimo Bubola a Rovito (CS), accompagnato dalla sua chitarra e dal violino magistrale di Michele Gazich.

Le canzoni scarnificate dall’elettricità non hanno perso in efficacia, e l’urgenza rock che è nel loro dna è emersa prepotentemente attraverso la poetica del cantautore veneto. Alla fine una breve ma intensa chiacchierata, ha posto il suggello ad una splendida serata, che ha visto protagonista la canzone italiana...



Il tuo percorso artistico è caratterizzato da una forte contaminazione delle radici popolari con il rock, senza cadere negli stereotipi. Hai qualcosa da dire in proposito?
Io ho cultura contadina, ed il rock è come una koinè, una sorta di lingua comune dell’occidente, un po’ come l’arte romanica. Per dare dignità al rock bisognava contaminarla con le proprie radici popolari, com’è successo in Irlanda dove la forte tradizione popolare ha saputo indirizzare il rock in direzioni diverse. Basta guardare a cosa hanno fatto gruppi come gli U2, i Pogues o i Chieftains e tanti altri. Io ho cercato di dare al rock una valenza letteraria, perché ai miei tempi il rock era qualcosa di adolescenziale, senza pretese. In un certo senso ho cercato di dare un contributo italiano a questa grande musica che il rock.

Una profondità letteraria che andasse a contrastare con il rock ‘urlato’?
Il rock in Italia è una musica molto fraintesa; é una musica che ha pochi accordi e che nasce da tre filoni che sono: il blues, la musica celtica e quella anglosassone. Ecco allora che se uno fa rock in portoghese, non è che urlando diventa francese. Da noi tutto quello che è fracasso viene etichettato con rock. Io trovo invece che lo si possa suonare, sia con la chitarra elettrica sia quella classica, poi il tutto si sposa bene con la nostra musica popolare, anch’essa fatta di pochi accordi e con la stessa struttura armonica. Se, come sembra, verrà assegnato il premio Nobel a Bob Dylan, al rock verrà riconosciuta la valenza letteraria, perché è stato un grande veicolo di promozione della poesia, nel secondo novecento.

Qual è l’idea di base che ti ha spinto a pubblicare i tre capitoli de “Il cavaliere elettrico”? Un momento di riflessione o un ridare dignità rock ai molti brani famosi incisi con De Andrè o la Mannoia?
Sì, la motivazione di fondo è questa. Quando io ho lavorato insieme a Fabrizio De Andrè, non avendo lui una cultura rock, le canzoni venivano mediate con il suo mondo. Con questi dischi registrati dal vivo io li ho riportati alla mia visione delle cose.

Poi c’è anche l’aspetto di ridare visibilità ad alcune delle mie canzoni, presenti su alcuni dischi che non vengono più ristampati, per cui mi sembrava giusto farle conoscere alle giovani generazioni.

Questo Cavaliere Elettrico cos’è? Un Don Chisciotte o un Robin Hood?
Questa definizione la devo al giornalista Massimo Cotto che ha riassunto così i miei due aspetti: ‘elettrico’ per la parte rock, e ‘cavaliere’ per quella letteraria. In questo senso possiamo dire che sono un po’ un Don Chisciotte che coltiva dei sogni e non si rassegna. Amare i perdenti ma non le sconfitte.

Hai lavorato con gruppi come i Gang e gli Estra in passato, continui ad osservare la scena rock italiana?
In verità non la seguo poi tanto, anzi secondo me manca di qualità nei testi per definirsi ‘scena rock’. Se guardiamo all’estero a gruppi come i Pearl Jam o ad uno degli ultimi rocker come Mark Lanegan, noti come questi abbiamo dei grandi testi. Io non so se sono più sfortunato di altri, ma mi pare di avvertire questa mancanza di qualità letteraria in Italia. Abbiamo delle buone band ma lacunose dal punto di vista dei testi, ed il rock non può prescindere da essi.

Hai citato Mark Lanegan, mia grande passione musicale. Come giudichi il suo modo di porsi, ombroso, quasi ostile?
Facciamo un paragone con la storia dell’arte: ci sono delle zone del bergamasco che nel ‘600 avevano ancora una pittura giottesca. Noi in Italia è come se, a volte, ignorassimo che il rock ha avuto una sua evoluzione. Mark Lanegan è uno che risente molto del fenomeno di Seattle, che lo ha visto e vissuto anche protagonista con gli Screaming Trees. Mentre se ascolti i nostri cantautori, sembra che non sia successo niente da quarant’anni a questa parte: continuano imperterriti per la loro strada, è come se non ascoltassero ciò che succede. I Nirvana sono stati un po’ come Caravaggio: dopo di loro è cambiato tutto!

Lanegan ed altri risentono di questo cambiamento, suonano una musica che è più sporca, più dolorosa. Non suonano più un folk rock o un rock acustico pulito, ma suonano un rock che risente di questa sorta di bomba atomica che c’è stata.

Di cosa tratterà il quarto volume della quadrilogia live?
Manca il volume dei “Ritratti”, un’altra visione delle ballate che ho scritto ispirandomi appunto a dei ritratti, anche se credo che verrà posticipato di un anno perché ho voglia di pubblicare delle canzoni nuove, visto che sono passati oramai tre anni dall’ultimo lavoro in studio. Penso sia giunto il momento di far sentire che c’è bisogno di nuove canzoni, perché dopo la morte di De Andrè, mi pare sia calato un grosso vuoto. Credo che i giovani debbano scoprire la tradizione della canzone d’autore e visto che io sono anche un cantautore, devo continuare a parlare alle coscienze.

Una tradizione dalla quale non si può prescindere
No, anche se i networks radiofonici l’ignorano volutamente, anzi la sfuggono come il veleno. E’ un’opera di disinformazione che fanno i media, perché non è vero che non piace alla gente, e che loro voglio imporre il loro modello consumistico. Quando scrissi “Il cielo d’Irlanda” per Fiorella Mannoia, mi ricordo che i produttori faticarono ad imporlo come singolo nelle radio, perché non rientrava nei loro canoni. Quando la casa discografica s’impose, si scoprì che la canzone piaceva molto e vendette quasi un milione di copie. Quindi non è vero che l’ascoltatore non gradisce certe canzoni, solo non ne conosce l’esistenza. In un mercato libero tutto deve essere ugualmente visibile: accanto alla musica d’evasione ci vuole quella di riflessione, di profondità ed anche musica di sperimentazione. I danni poi sono sotto gli occhi di tutti, visto che questa sorta di mercato uni direzionato va molto male. C’è un’ideologia che guarda all’individuo come ad un portafoglio da svuotare, ed una alla quale sento di appartenere, che guarda all’individuo come una persona da informare. Poi a questi si lascia libertà di scelta. Se gli si fanno conoscere solo due prodotti la gente si disaffeziona.

Come non sottoscrivere in toto questo ragionamento?

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