Vale la pena essere felici e aver fede nella musica: Roy Paci racconta il nuovo album Intervista

10/10/2017 di

Un progetto al suo ventennale e un album nuovo di zecca al posto della torta con le candeline: Roy Paci & Aretuska ritornano dopo 7 anni di assenza per proporci il loro nuovo album "Valelapena". Animata da quell'entusiasmo che la contraddistingue sin dagli esordi, la band mostra ancora una volta la grande capacità di rimettersi in gioco e di evolversi, creando un sound inedito, mescolando lo spazio e i suoni: Italia, Africa, India, ska e rap. Il frutto di questo lavoro sofferto e interrotto più volte si concretizza in 11 brani, prodotti dallo spagnolo Dani Castelar (già produttore di Paolo Nutini e R.E.M.), che parlano di mondi lontani e diversi ma mai definitivamente distanti. C'è la voglia di andare oltre i confini e di superare la paura dell'altro, lasciarsi guidare ed essere grati. Tra i molti ospiti presenti anche Daniele Silvestri, che figura come autore di due canzoni.

Alla guida del gruppo, incontriamo un Roy Paci più maturo e meditativo, che ci racconta del suo progetto e del suo amore per la musica in occasione della presentazione del disco a Milano, uno showcase pieno di energia e vitalità. Molte le persone che si fermano a parlare con lui dopo l'esibizione, chi per un saluto, chi per complimentarsi: "Voglio dedicare loro il tempo che serve per conoscerli! Ci sono tanti amici e persone incuriosite. Chi si ricordava di me piccolino in Sicilia e chi, esperto di jazz, è salito per dirmi che gli ricordavo il trombettista africano Hugh Masekela! Il dopo show è sempre bello perché c’è gente che ti racconta storie affascinanti".

Con "Valelapena" celebri i 20 anni di attività: ma quando hai iniziato, avevi in mente tutto questo? Eri uno di quelli che sapeva che ce l’avrebbe fatta?
Prima ti rispondo con un’altra domanda: che significa per te farcela?

Una persona che riesce a vivere di musica per me è uno che ce l'ha fatta!
Se è quello sì! Io da piccolino sapevo che ce l’avrei fatta in questo senso. Te l'ho chiesto perché è solo il 20% delle persone a credere che farcela significhi vivere di musica, dato che la maggior parte lo intende come visibilità. Ti vede in tv e dice: “Ah sei famoso”, tipo mia madre la prima volta che mi vide sullo schermo (ride, nda). Io in realtà giravo il mondo già da molto tempo: avevo suonato con Manu Chao e fatto un sacco di altra roba. Ce l’ho fatta, nel senso che intendiamo noi, perché l'avevo già preventivato. Il lavoro che ho fatto era talmente vigoroso e basato sulla passione che sapevo benissimo che, anche se fossi rimasto per strada come busker, non sarei mai morto di fame. Questo perché la prima volta che ho girato le piazze di mezza Europa suonando per strada ho raccolto tanti soldi. E avevo 17 anni.

Quindi è un'esperienza che consiglieresti ad un ragazzo che inizia ora e vuole vivere di musica?
La prima cosa che devi fare, gli direi, è di prendere un treno e suonare! Serve a vedere la reazione della gente. Consiglio tuttora di andare fuori dall'Italia perché in giro ci sono piazze pazzesche dove ti puoi esibire: lì capisci subito se piaci dalla reazione delle persone. Se sei insignificante a Berlino o Amsterdam ti passano davanti e non ti prendono in considerazione.
Quando ero agli esordi, gli artisti di strada non erano ben considerati. Mi ricordo di quando partecipai con gli amici dell'Arci alla colletta per ricomprare gli strumenti musicali ad un gruppo balcanico di buskers, poiché glieli avevano rotti. 

Volevo farti una domanda proprio sull'attività live. Tu hai suonato quasi dappertutto e su palchi importantissimi. C’è stato un festival o un momento in cui hai pensato: io questa serata non me la dimenticherò mai? 
Di serate così ce ne sono state tante, ma c’è stato un momento indimenticabile a cui ogni tanto ripenso. Rivedo quelle immagini come se lo stessi vivendo. Durante un viaggio in Africa, forse la seconda o terza volta che ci tornai, finii in Kenya dove incontrammo una banda che passava suonando musiche tipicamente africane. Non appena li ho sentiti, ho tirato fuori la tromba dalla jeep e mi sono aggiunto alla band, improvvisando e intuendo la tonalità giusta guardando le loro mani sugli strumenti. Ho visto la loro faccia completamente sbalordita non appena ho iniziato e mi sono unito a loro. E questo, con i loro sguardi, è un ricordo che mi porto dentro.

 

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E tra le collaborazioni invece?
Ognuna delle tante collaborazioni che ho fatto mi ha lasciato qualcosa. Da Manu Chao a Fossati passando per Capossela. Tutti hanno contribuito a insegnarmi qualcosa e costituire il puzzle che mi ha reso quello che sono.

Parlando del disco “Valelapena”, che arriva 7 anni dopo l’ultimo lavoro, qual è stato il processo di elaborazione? In particolare le canzoni di quest’album come sono nate? Ci sono anche molti testi autobiografici tipo "Augusta" o "Beautiful Like The Sunshine", che è la mia preferita. 
Tutto è andato molto d’istinto. A volte basta un groove assurdo per far nascere una canzone. Tipo la canzone "Valelapena" che è nata dall’idea di questo groove, che non è neanche facile da comprendere. Altre volte le canzoni nascono diversamente, durante sessioni di studio. Io nasco principalmente come trombettista: sono un musicista e pertanto affronto le cose prima da un punto di vista ritmico, armonico. Solo dopo costruisco un testo. O magari riprendo un testo che avevo scritto in un momento di ispirazione mentre ero ad Augusta, e cerco di accoppiare quelle parole alla musica appena composta. Io faccio musica in questo modo, proprio come se fossi in una cucina, con tanti ingredienti diversi a mia disposizione.

Tra l’altro, a riguardo del fatto che nasci innanzitutto come musicista, il tuo primo album era proprio strumentale...
Sì, il primo. Io lì non cantavo proprio. Poi sono partito in tour con Manu Chao ed è stato lui a dirmi mentre ero sul palco: "ora tu canti!" Io non cantavo prima, al massimo mi occupavo solo dei cori con i Mau Mau. Ma da quel momento in poi ho cantato. Addirittura improvvisando un rap in siciliano.

Rap che è rimasto, dato che ce ne sono delle parti anche nei tuoi dischi di oggi.
Esattamente.

Ma in tutto ciò c’è mai stato un momento in cui hai pensato di non farcela? In cui ti sei detto: forse sto sbagliando qualcosa?
No, piuttosto ho pensato di sbagliare nella vita. Ma nella musica mai! Anzi la musica mi ha salvato parecchie volte.

Anche ora?
Anche adesso. La musica mi continua a sorreggere e supportare in ogni passo. Non è neanche pane quotidiano, c’è e basta. Immagina un fedele di Padre Pio, tipo mia madre, ecco io posso considerarmi alla stregua di questo tipo di persone, con la loro spiritualità e la loro fede. La musica c’è sempre, in qualsiasi cosa faccia. Ne parlo di meno rispetto a quando ero adolescente perché è più radicato in me. Crescere mi ha reso possibile respirare la musica semplicemente attraverso la vibrazione interna. 

E cosa ti spinge ad andare avanti nella carriera oggi? Un artista mira sempre a qualcosa per crescere. Tu sei un musicista di successo ormai. Cosa ti stimola?
Alcuni tuoi colleghi mi hanno fatto la stessa domanda. Lo giuro davanti alla dea della musica ma io ambisco semplicemente a diventare una persona saggia. Un saggio che a 80 anni si ritrova ad aver affinato i lati spigolosi del carattere.

Hai un modello?
Sì ce l’ho. Don Gallo. Gli sono stato vicino fino a quando è morto e da lui ho imparato tanto. Una persona che prendeva orfani, tossici, africani e trovava il modo di farli sentire felici, entusiasti. Ecco, vorrei saper fare lo stesso.

Tag: intervista

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